
| Intellettuali e fascismo: i difficili conti col passato |
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| Scritto da Redazione | |
| giovedì 28 maggio 2009 | |
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Romano Sergio, Intellettuali e fascismo: i difficili conti col passato, in «Corriere della Sera», 20 maggio 2009, p. 8. Il Domenicale del Sole 24 Ore ha pubblicato un articolo di Paolo Rossi dove si dice che la tesi del nicodemismo di Eugenio Garin (secondo cui gli intellettuali durante il fascismo avevano recitato la parte dei fascisti, ma erano in realtà sinceramente antifascisti) è falsa. Rossi dice anche che l'uscita dal fascismo non fu un lungo viaggio, ma una fuga precipitosa da un treno che andava verso la catastrofe per salire velocemente su un altro che andava nella direzione vincente. Dichiara anche che «tutti i miei coetanei non solo sono stati fascisti, ma hanno anche accettato la tesi del nicodemismo». Rossi è del ' 23 e dice che solo pochi, nati in famiglie antifasciste, furono antifascisti. L'articolo è di quelli che dovrebbe suscitare un dibattito, anche perché Garin e Rossi sono stati decisivi per la storia della filosofia e Rossi ha sempre fatto dichiarazioni di antifascismo vibranti. Donata Casali, Arezzo
Cara Signora, Ho letto l'articolo di Paolo Rossi e completo la sua lettera con qualche informazione che aiuterà i lettori a meglio comprenderne l'interesse. Eugenio Garin, storico della filosofia rinascimentale, fu allievo e amico di Giovanni Gentile, ma divenne più tardi uno dei maggiori intellettuali della sinistra azionista e comunista. L'espressione «nicodemismo» allude a un personaggio del Vangelo di Giovanni, Nicodemo, che fece visita a Gesù nel mezzo della notte e lo riconobbe «maestro venuto da Dio», ma preferì non confessare pubblicamente la propria fede. Nicodemisti sarebbero quindi, secondo Garin, gli antifascisti prudenti che scrivevano nelle riviste del regime e ne accettavano i favori accademici, ma erano, nell'intimo delle loro coscienze, avversari del sistema politico in cui vivevano. Per spiegare questo atteggiamento Rossi ricorre anche all'espressione «dissimulazione onesta», dal titolo di un breve trattato di Torquato Accetto pubblicato a Napoli nel 1641. Credo che Rossi abbia ragione e che «nicodemismo» sia soltanto l’alibi di cui molti intellettuali si sono serviti per ripulire il loro passato. Erano fascisti perché il fascismo della seconda metà degli anni Trenta era alquanto diverso dalla sua rappresentazione corrente. Mussolini era allo zenith della sua popolarità, ma i maggiori esponenti del regime (Balbo, Bottai, Ciano, Farinacci) si preparavano a succedergli e chiamavano intorno a sé i collaboratori che li avrebbero aiutati a realizzare le loro ambizioni. Questa pluralità di baronie favoriva la pluralità dei programmi e garantiva una certa dialettica. Gli amici di Bottai (letterati, studiosi, artisti), per esempio, sapevano di poter contare sulla sua protezione e ne approfittavano per introdurre nel dibattito culturale idee eterodosse, se non addirittura eretiche. Certo il regime era illiberale e non perdeva occasione per dare giudizi sprezzanti sulle istituzioni parlamentari. Ma dove erano nell’Europa di allora gli intellettuali che credevano nei Parlamenti? Era opinione diffusa che le democrazie rappresentative fossero «borghesi» e incapaci di soddisfare le esigenze delle masse. Come è stato raccontato e documentato da Mirella Serri nei suoi libri, la conversione degli intellettuali risale al 1942: l’anno in cui fu evidente che l’Italia avrebbe perduto la guerra. |
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| Ultimo aggiornamento ( lunedì 08 giugno 2009 ) |
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