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Italia, la Shoah nel cassetto PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedì 12 maggio 2008

Simon Levis Sullam*, Italia, la Shoah nel cassetto. A 70 anni dalle leggi razziali e nonostante gli appelli e le Giornate della memoria, la tragedia ebraica nel nostro Paese è ancora poco nota. Un'opera rilancerà gli studi, in «Il Sole 24 Ore», 4 maggio 2008, p. 35.

 

 

Nonostante gli appelli al ri­cordo, le giornate della memoria, gli inviti a non dimenticare, la Shoah in Italia è ancora, paradossal­mente, una pagina poco conosciuta della nostra storia. Il settantesimo an­niversario delle "leggi razziali" del 1938, prodromo dei tragici sviluppi ita­liani dell'Olocausto, induce a riconsi­derare quelle vicende e ad aprire una nuova stagione storiografica su quegli eventi, sulle loro cause immediate e re­mote, e sulle loro conseguenze anche di lunga durata. È possibile che vi sia stato in anni recenti un eccesso di me­moria; è probabile che questo passato sia stato e sia oggetto di usi pubblici e di strumentalizzazioni politiche, spe­cie da parte di forze che devono ricon­figurare, soprattutto rispetto a quelle vicende, il proprio passato.

D'altra parte - occorre dirlo - vi è stata e vi è ancora una carenza di sto­ria. Sono numerosi, infatti, i capitoli della storia del razzismo e dell'antise­mitismo italiani che attendono di esse­re riaperti e riconsiderati, in alcuni ca­si scritti per la prima volta, nonostante le pregevoli opere di studiosi che vanno da Renzo De Felice a Michele Sarfatti, da Meir Michaelis a Liliana Pic­ciotto, passando per gli importanti contributi, tra gli altri, di Giorgio Fabre, Annalisa Capriste, Fabio Levi, En­zo Collotti e i suoi collaboratori. Consi­deriamo alcuni di questi capitoli. L'Italia ha conosciuto una secolare tradizione di antigiudaismo cattolico. Se si voglia analizzare le vicende che attraverso il lungo Ottocento vedono gradualmente intrecciarsi quella tra­dizione con il sorgere in Europa di un moderno antisemitismo politico, ba­sterà ad esempio sfogliare le annate degli ultimi due decenni del XIX secolo della «Civiltà cattolica». Si potrà co­sì verificare l'attenzione che il periodico gesuita dedicava alla "questione ebraica" e il frequente emergere in quelle pagine del vocabolo "razza", as­sieme a orientamenti vicini all'antise­mitismo razzista. Senza voler entrare nei dibattiti recenti attorno agli atteg­giamenti dei pontefici Pio XI e Pio XII, è evidente che fino al Concilio Va­ticano II la Chiesa cattolica non riget­tò sul piano teologico il suo tradiziona­le antigiudaismo e che mostrò, specie negli anni Trenta e Quaranta, atteggiamenti di connivenza con il fascismo anche rispetto alle politiche antiebrai­che. Sappiamo questo dagli studi di Giovanni Miccoli e di altri, ma molto rimane da fare.

Anche la cultura italiana laica, il pensiero scientifico e la ricerca uni­versitaria (hanno iniziato a documen­tarlo Roberto Maiocchi, Giorgio Israel e Piero Nastasi) non furono esenti da una tradizione di razzismo e di anti­semitismo, che caratterizzarono del resto le discipline scientifiche e umanistiche in Europa tra fine Ottocento e primo Novecento. L'Italia poté contribuirvi offrendo sostegno culturale e ideologico alle imprese coloniali in Africa, a partire dagli anni 1880, attraverso diverse stagioni fino a quella etiopica: che portò infine alla celebrazione di un mito non solo imperiale, ma anche razziale (paragonabile negli anni Trenta a quello creato dall'allea­to nazista), con leggi contro il meticciato e poi con le leggi razziste e antisemite del 1938.

Se consideriamo, infine, le vicende del 1943-45, gli anni dell'attuazione in Italia, durante l'occupazione tedesca e sotto il fascismo ricostituito, della co­siddetta «soluzione finale del proble­ma ebraico»: quelle pagine sono certo conosciute nelle loro linee essenziali e in alcune vicende particolari, così co­me sono ormai registrati i nomi e le vi­cissitudini degli oltre ottomila ebrei uccisi tra l'Italia e i campi di sterminio dell'Europa orientale. Ma troppo pre­sto si è iniziato a occuparsi quasi esclu­sivamente di coloro che salvarono i concittadini ebrei. Va detto, infatti, che manchiamo ancora di ricostruzio­ni dettagliate degli arresti e delle de­portazioni e del ruolo specifico svolto in quelle vicende da decine, centinaia di italiani. Gli italiani, cioè, che andaro­no casa per casa, con o spesso senza l'alleato tedesco, a stanare, arrestare e deportare i propri concittadini ebrei (ormai da tempo cittadini segregati, e infine dichiarati "stranieri" e "nemici" dalla Rsi), avviandoli a morte certa.

Gli sviluppi della storiografia inter­nazionale su guerra, razzismo, genoci­dio e Olocausto ci inducono oggi, dun­que, da un lato a riconsiderare le vicen­de culturali, ideologiche e politiche di lunga durata, che poterono condurre, per vie diverse e inattese e in specifici contesti, a esiti di straordinaria violen­za. Dall'altro ci spingono a indagare i rapporti congiunturali tra intimità e genocidio: quei momenti in cui il nemi­co e la vittima non vengono cercati ol­tre frontiera o in terre lontane e di con­quista, ma all'interno della propria so­cietà, nelle vie della propria città, tra i vicini della porta accanto.

*Uniyersity of California, Berkeley
Ultimo aggiornamento ( venerdì 16 maggio 2008 )
 
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