Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Italia, storia condivisa? Fare chiarezza PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedì 07 luglio 2008

Antonio Airò, Italia, storia condivisa? Fare chiarezza, in «Avvenire», 5 giugno 2008, p. 29.

 

 

Dobbiamo abituarci a parlare di "storia condivisa" mettendo sullo stesso piano Hitler, Stalin, Mussolini e Roosevelt, Churchill, De Gaulle? E per stare in casa nostra, può essere "storia condivisa" quella di Mussolini e di De Gasperi? Le domande possono sembrare impensabili per chi conosce vicende e personaggi del secolo scorso, dato lo scarto esistente tra in sistema democratico pur con tutti i suoi limiti ed uno totalitario, anche quando questo può vantare un forte consenso, reale o imposto. In Germania intitolare una via o un monumento a Hitler è fuori dalla realtà. Nonostante la persistenza di frange più o meno corpose che si rifanno al nazismo, allo stalinismo, al fascismo e malgrado i "revisionismi" che emergono e che talvolta creano, come nel nostro Paese, una confusione, una "commistione" (non vorremmo usare il termine "condivisione") tra la Resistenza, pur con le turpitudini che in suo nome si sono registrate durante e dopo la lotta di liberazione, e l'occupazione nazista e la Repubblica sociale italiana, anch'esse segnate da crudeltà, violenze, stragi.

C'è nella storia una gerarchia di valori, di principi, di partecipazione anche che deve essere rispettata e che non può essere sminuita da una concezione e da una lettura distorte e parziali che portano a concludere che nella notte della nostra esperienza politica e civile "tutte le vacche sono bigie" e che quindi bisogna non tanto comprendere quanto piuttosto condividere. Magari in nome di una pacificazione (cosa ben diversa dalla pace) che deve riguardare tutti, destra e sinistra, conservatori e progressisti, parmigiani e repubblichini, sostenitori più o meno pentiti delle leggi razziali e ebrei finiti nei lager. Come ha scritto ieri sulla “Stampa" Alfio Caruso, questa della "storia condivisa" sembra significare per molti «l'equa divisione dei meriti e dei torti secondo i vecchi rituali compromissori, magari in spregio alla verità nel tentativo di far contenti tutti o di non scontentare alcuno. Sarebbe la maniera più sbrigativa per confondere irrimediabilmente situazioni già di suo intricate e non raggiungere lo scopo cui tutti ambiamo: sapere di chi e di che cosa siamo figli». La "storia condivisa" è un'espressione che dovrebbe essere chiarita dagli studiosi e dai ricercatori anche senza ricorrere alle facili pagelle di chi ha ragione e di chi ha torto, di chi ha vinto e di chi ha perso. Soprattutto i politici dovrebbero evitare facili semplificazioni, magari per qualche residuo ideologico che resta loro attaccato. Quanto diciamo non ha nulla a che fare con il rispetto e anche la comprensione, doverosi da parte di tutti, nei confronti dei caduti della Resistenza e dei morti di Salò. Questa deve essere una pacificazione doverosa, anche purtroppo ancora incompleta. Ma, concordiamo con Caruso: «È tempo di conoscere per capire quante bugie ci hanno fin qui raccontato... ». Perché «non tutte le idee sono giuste». E una Storia falsamente condivisa non serve.
Ultimo aggiornamento ( lunedì 07 luglio 2008 )
 
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