
| Italiani brutta razza, antisemiti per legge |
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| Scritto da Redazione | |
| venerdì 22 agosto 2008 | |
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Anna Foa, Italiani brutta razza, antisemiti per legge, in «Avvenire», 4 luglio 2008, p. 32.
Anniversario A 70 anni dal «Manifesto» fascista che diede il via alle schedature degli ebrei, nuovi studi puntano il dito sulle norme razziste del '38: furono le più severe d'Europa e fornirono gli strumenti per l'applicazione della Shoah nella Penisola
Settant'anni fa, il 14 luglio 1938, veniva pubblicato sul Giornale d'Italia un documento, «Il fascismo e i problemi della razza», più noto sotto il nome di «Manifesto della razza», che dava inizio ufficialmente a quella che uno studioso, Michele Sarfatti (Gli ebrei nell'Italia fascista) definisce con termine calzante la persecuzione dei diritti degli ebrei italiani, a distinguerla dalla persecuzione delle vite, che militerà dopo l'8 settembre 1943. Il documento, redatto da un giovanile assistente di antropologia, Guido Landra, ma steso su precise indicazioni di Mussolini, come risulta da un'annotazione del Diario di Ciano, affermava l'esistenza delle razze umane, la superiorità di alcune di esse sulle altre e il loro fondamento puramente biologico. Si sosteneva inoltre l'esistenza di una pura razza italica, di origine «ariana», a cui gli ebrei, come gli africani, non avrebbero appartenuto. A dare a questa accozzaglia pseudo-scientifica un carattere di serietà, dieci scienziati vi apposero la firma. A partire dall'autunno, poi, fondandosi su queste basi teoriche sarebbero stati varati una serie di leggi, seguiti da numerosi provvedimenti amministrativi che nel loro insieme sono conosciuti come «leggi razziali», anche se sarebbe più esatto definirle leggi razziste. Con esse gli e-brei erano riportati, meno di un secolo dopo l'emancipazione, in una situazione di grave inferiorità dei diritti. Proibiti i matrimoni misti, cacciati studenti e insegnanti ebrei dalle scuole di ogni ordine, mandati via gli impiegati e i funzionari dello Stato, e via di seguito con una lunga serie di inferiorità civili, discriminazioni e perfino vessazioni che nello spazio di pochi mesi, con un'efficienza straordinaria per il nostro Paese, avrebbero separato gli ebrei dagli altri cittadini e sottratto loro beni e attività lavorative, avrebbero spinto quelli che potevano ad emigrare e convinto molte migliaia di persone a una conversione che non li avrebbe comunque sottratti al loro destino «razziale». L'Italia fu, naturalmente dopo la Germania, l'unico Paese europeo che abbia adottato leggi antiebraiche di tipo biologico prima dello scoppio della guerra. Negli altri Paesi europei leggi simili sarebbero state introdotte solo a guerra iniziata. Questi i dati nudi e crudi. Ma come sono state viste le leggi del 1938 dalla storiografia, e quale il loro posto nella memoria storica di quegli anni? Per molto tempo il loro ruolo è stato considerato marginale. Storici e pensatori di vaglia, non ultimi George Mosse, Hannah Arendt e Renzo De Felice, ne hanno minimizzato l'importanza, considerandole più «morbide» di quelle tedesche del 1935 e mettendo in dubbio la rigidità della loro esecuzione. In realtà, non solo le leggi del 1938 furono meticolosamente applicate, ma sotto alcuni aspetti esse erano più dure di quelle di Vichy, che non vietarono mai il matrimonio fra ebrei e «ariani», e perfino di quelle naziste, per esempio per quanto riguardava i figli di matrimonio misto. L'idea della mitezza della persecuzione antisemita in Italia non si fonda sul confronto con le leggi tedesche del 1935 o con le altre adottate successivamente in Europa, ma su quello fra le leggi del 1938 e la persecuzione delle vite, che nei Paesi occupati dai nazisti era già in fase avanzata nel 1942 e che in Italia inizierà solo dopo l'8 settembre 1943. Un altro motivo della persistenza di questa immagine è il fatto che effettivamente 1 amministrazione militare italiana in Grecia, Iugoslavia e zone occupate della Francia svolse generalmente un’opera di protezione degli ebrei presenti in quei territori. Tutto questo, evidentemente, cessò nel 1943 con la fine della giurisdizione italiana, con l’arresto, l’internamento e gli eccidi dei militari italiani, con la Repubblica di Salò. A questo punto, la persecuzione degli ebrei fu presa in carico dalla Repubblica stessa, che con la Carta di Verona del novembre 1943 considerò tutti gli ebrei, di ogni sesso ed età, come nemici e ne impose l'arresto. Un arresto che - per loro stessa ammissione - i tedeschi non avrebbero avuto la forza materiale di compiere. Così, se è vero che le prime razzie, e in particolare quella di Roma del 16 ottobre 1943, furono opera diretta dei nazisti, gli altri arresti furono generalmente opera dell'esercito repubblichino. E ovunque furono agevolati dal censimento degli ebrei in Italia, una delle prime opere realizzate dalla Demorazza, l’Ufficio del ministero della Cultura popolare creato nell’agosto del 1938. una schedatura attenta, che nel 1943 sarebbe stata consegnata direttamente ai poliziotti nazisti e repubblichini per aiutarli nella caccia all’ebreo. La continuità dei provvedimenti razzisti del 1938 con la Shoah in Italia è innegabile: le leggi del 1938 decisero chi era ebreo, separarono gli ebrei dagli altri cittadini, crearono un clima di ostilità nei loro confronti, resero «normale routine» l'arresto e la deportazione. Ma come si arrivò alle leggi e quali furono i motivi che spinsero Mussolini ad adottare una politica razzista, per di più a carattere decisamente biologico? Anche qui, la storiografia è passata da un'immagine che fa delle leggi del 1938 una sorta di incidente di percorso, e le spiega con la necessità di compiacere l'alleato nazista, come nell'interpretazione di De Felice, a un'altra assai più complessa, che sottolinea le motivazioni autonome dell’adozione della politica della razza da parte di Mussolini, l'assenza di pressione da parte dei tedeschi, l'esistenza di un progetto totalitario autonomo di Mussolini, come afferma in uno studio recente Matard Bonucci (L'Italia fascista e la persecuzione degli ebrei). Ciò ha comportato anche una maggiore attenzione della storiografia. A partire dal 1988, il 40° anniversario delle leggi, gli studi, prima quasi assenti, si sono fatti numerosi. Ed infine, fatto significativo, le leggi razziste sono passate anche nei manuali di storia (dove fino ad anni recenti brillavano per la loro assenza), trovando posto nel quadro storico più generale, come un tassello fondamentale della storia del fascismo e di quella della Shoah in Italia. |
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| Ultimo aggiornamento ( mercoledì 27 agosto 2008 ) |
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