| L'Italia alla parata del 28 ottobre. Quell’«ohi!» greco. Il tabù infranto |
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| Scritto da Redazione | |
| sabato 15 novembre 2008 | |
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Antonio Ferrari, L'Italia alla parata del 28 ottobre. Quell’«ohi!» greco. Il tabù infranto, in «Corriere della Sera», 23 ottobre 2008, p. 47.
Tra pochi giorni, il 28 ottobre, un tabù verrà infranto e un ingombrante equivoco si chiarirà, forse per sempre. Sul palco di Salonicco, imbandierata per la parata militare della festa nazionale dell’«Ohi!», cioè il sonoro «No» che la Grecia oppose nel 1940 all’ultimatum di Mussolini, che aveva deciso di invaderla, accanto al presidente della Repubblica ellenica Karolos Papoulias vi sarà infatti l’ambasciatore d’Italia ad Atene Gianpaolo Scarante. È la prima volta: comprensibile una certa trepidazione. Sessantotto anni dopo, quindi, vinte inspiegabili incomprensioni e inutili sospetti, due Paesi che in passato si trovarono in guerra nonostante il comune sentire dei due popoli, metteranno la parola fine ad una crisi immaginaria, nutrita dai sensi di colpa. Non certo da parte greca, perché Atene ha sempre distinto le responsabilità del governo fascista dall’incolpevolezza degli italiani; ma da parte nostra, perché troppi, per pigrizia o pavidità, avevano scelto di non vedere e di non sapere. La giornata dell’«Ohi!» diventa ora, per tutti, semplicemente una festa dell’onore. Non anti-italiana, ma contro l’aggressione, la prevaricazione, l’offesa alla dignità di un popolo fiero. Che - non va dimenticato - avrebbe sconfitto l’Italia, nonostante l’evidente disparità di forze, se i tedeschi di Adolf Hitler non fossero intervenuti. Non vi è mai stato nulla, ma proprio nulla, contro l’Italia democratica, che della Grecia è un partner insostituibile. Nessuno dimentica quanto il nostro Paese fece per aiutare gli oppositori durante gli anni bui della dittatura dei colonnelli. Tuttavia, sono occorsi pazienza e ostinazione per giungere al passo formale di martedì a Salonicco. Basti pensare che, sino a non molto tempo fa, l’ambasciata d’Italia, per la giornata dell’«Ohi!», invitava i connazionali a non uscire di casa, per timore di ritorsioni e violenze. Preoccupazioni risibili. Però ci voleva molto coraggio per infrangere il tabù. A infrangerlo è stato l’ambasciatore Gian Paolo Cavarai, predecessore di Scarante, che il 19 gennaio 2006, malgrado le perplessità del suo ministero, organizzò nel vecchio Parlamento di Atene una serata per dibattere il tema: «La percezione oggi della ricorrenza del 28 ottobre». Con l’intervento di storici e intellettuali dei due Paesi. Chi si attendeva irritazione e fastidio, o immaginava una sala deserta, è stato smentito. Emiciclo completo, domande vibranti, appassionate testimonianze del passato. Adesso l’ambasciatore Scarante completa l’opera di Cavarai, accettando l’invito a partecipare alla parata. Storia da rileggere o da scoprire quella della sventurata guerra di Mussolini alla Grecia. Un cappellano degli alpini della Julia, convinto patriota, annotò nel diario dal fronte greco: «Il nemico non è come ce lo avevano descritto. Incontriamo manifestazioni di generosità, persino di simpatia». Quella simpatia che aveva convinto l’allora ambasciatore d’Italia Emanuele Grazzi a sottostimare le intenzioni di Galeazzo Ciano, riferitegli dall’inviato del «Corriere» ad Atene, Curzio Malaparte: «Nei suoi telespressi può scrivere quello che vuole, tanto lui la guerra la farà lo stesso». Eppure, l’incolpevole Grazzi qualche motivo di ottimismo lo coltivava. Due giorni prima della data fatidica, il ministro della Cultura popolare Pavolini aveva mandato ad Atene la troupe del teatro dell’Opera di Roma, guidata dal figlio di Puccini, per presentare la «Madama Butterfly». Non solo. In segno di amicizia, aveva inviato al primo ministro Metaxas un prezioso dono: una copia della «Divina Commedia», con copertina di cuoio e borchie di ottone, che si trova ancora nella casa del dittatore. Nella notte fatidica, mentre l’ambasciatore riceveva gli ospiti in residenza per una festa in onore di Puccini, con sorrisi rassicuranti e le torte punteggiate dalle bandierine italiana e greca, dalla sala-cifra gli giungeva l’ordine di presentarsi a casa del primo ministro, alle 3 di notte, con l’ultimatum: in sostanza, resa o guerra. Quel «No» fermo di Metaxas, che per ironia della sorte era un ammiratore di Mussolini, non verrà dimenticato. Per questo motivo la giornata dell’«Ohi!» era, e resterà, testimonianza della rivolta contro un sopruso. Anche l’Italia dovrebbe essere grata per quel «No». Che ha rappresentato per il fascismo, ha scritto l’ambasciatore Grazzi nel suo libro di memorie, «il principio della fine». |
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| Ultimo aggiornamento ( sabato 22 novembre 2008 ) |
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