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L'abbraccio tra Pisanò e la madre del partigiano ucciso PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
giovedì 25 ottobre 2007

Andrea Galli, E Pisanò, il fascista che indagò sui delitti rossi, «abbracciò» la madre del partigiano ucciso,

in «Avvenire», 17 ottobre 2007, p. 30. 

Conosco bene questa sofferenza. (il dolore dei vinti, ndr). È anche la mia. Sul suo calore ardente ho bruciato gli anni della mia giovinezza, i più belli della mia vita. E per lenirla, per placarla, ho continuato a combattere una mia "guerra privata" ... Mentre l'Italia ufficiale celebrava nella fazione le "glorie" dì una spa­ventosa lotta tra fratelli, io denunciavo gli "eroi", documentavo delle ve­rità atroci e nessuno fu mai in grado di chiudermi la bocca, di smentir­mi». Era il 1964 quando Giorgio Pisanò scriveva queste righe, nella prefazio­ne a La Generazione che non si è arresa, poi ripubblicato con il titolo lo Fascista. Già ufficiale della X Mas e tenente delle Brigate Nere, scampa­to alla fucilazione dopo la cattura da parte dei partigiani, dopo un an­no di prigionia nei campi di concentramento inglesi Pisanò si era dato al giornalismo, in quel di Milano. Si era rivelato presto un reporter di raz­za. Fu assunto nel 1954 a Oggi, passò poi a Gente, dove nel 1960 gli ven­ne commissionata una grande inchiesta sui fatti del dopo 8 settembre '43. Poté così completare quelle ricerche sui crimini compiuti durante la lotta di liberazione, condotte per anni in solitudine, battendo città e campagne del Nord Italia, citando nomi e cognomi di assassini rimasti impuniti, denunciandoli e andando a deporre in tribunale. Fu l'inizio di una serie di pubblicazioni - dalla Storia della Guerra Civile in Italia a Il Triangolo della Morte - con cui, in largo anticipo sul revisionismo "ufficiale", fece emergere «le terrificanti verità che nessuno ha mai avuto il coraggio di dire», come recitava il sottotitolo di Sangue chiama sangue, un suo libro del '62. Un lavoro che per decenni ha tenuto vivi ricordi, è circolato in quel mondo, fatto di singoli e un curioso episodio famiglie, che custodiva testimonianze invisibili per la storiografia della Resistenza. Una ricerca storica ed esistenziale il cui senso profondo fu descritto dal «maledetto Pisanò» - così si intitola il bel capito che gli ha dedicato Giampaolo Pansa ne La Grande Bugia e a cui ci si può rifare per un qua­dro della sua intensa carriera - proprio in quella prefazione del '64: «La mia sofferenza cominciò a placarsi solo quando, un giorno che ricordo molto bene, incontrai la sofferenza degli “altri". Accadde nel Biellese. E­ro sulle tracce di un partigiano che aveva "fatto fuori" due dei miei. Vo­levo incontrarlo, strappargli qualche ammissione e denunciare anche lui, come tanti altri. Raggiunsi così un paesino di montagna e finii in u­na casa colonica abitata da una donna anziana. Era la madre del parti­giano che cercavo. Seppi così che stavo cercando un morto. Catturato negli ultimi giorni di guerra dalla Guardia Repubblicana, era stato subi­to fucilato. Un viaggio inutile. Stavo per uscire quando mi colpì il ritrat­to di un giovane, illuminato da una fiammella che, evidentemente, veniva tenuta sempre accesa. Mi avvi­cinai. Era la fotografia di un bersa­gliere in divisa coloniale: "È lui", mi disse la donna "è mio figlio". "Quanti anni aveva?". "Ventitré", mi rispose la donna "era stato in Afriica, volontario. Era un buon italiano". Avrei voluto risponderle che, secon­do me, i buoni italiani non erano andati con i partigiani, ma con la Repubblica. Naturalmente, però, tacqui. Lei allora cominciò a parlare. Mi raccontò di suo figlio, che era un bravo figlio. Mi disse che dopo l'8 settembre era rimasto a casa. Poi i primi partigiani erano giunti nella zona e i tedeschi e i fascisti si erano messi a rastrellare. Lui, allora, per non far­si prendere era scappato in montagna e si era unito alle bande. Una brutta sera gliel'avevano ucciso. Mi raccontò tutto tra le lacrime: com­posta, dignitosa, senza una parola di odio. Le stesse lacrime delle don­ne della “mia parte", quando mi raccontavano dei loro figli, dei loro ma­riti, dei loro genitori massacrati, assassinati. Per una momento mi dimenticai che mi trovavo nella casa di una par­tigiano: e fu in quel momento che qualcosa dentro di me cominciò a placarsi. Quel ragazzo in divisa da bersaglie­re, quel ragazzo volontario in Africa, quel ra­gazzo sbattuto dalla bufera sull'altra barri­cata, quel ragazzo caduto sotto il piombo di altri Italiani, non era più un mio nemico. Non lo era mai stato. In quel momento avvertii ni­tidamente che, al di là della cronaca feroce della lotta fratricida, al di là degli orrori, c'era una verità più profonda da scoprire, una ve­rità che mi sembrava di intuire confusamente e che dovevo raggiun­gere ad ogni costo perché la sorte di quel ragazzo, le lacrime di quella madre, il dolore degli" altri", in definitiva, erano identici alla sorte toc­cata a tanti dei miei camerati, alle lacrime di tante nostre donne, al no­stro dolore». Giornalista coi canini sulla notizia per mezzo secolo e uomo d'onore d'al­tri tempi, Giorgio Pisanò moriva il 17 ottobre di dieci anni fa, a 73 anni, per un tumore. «Se ne andò senza una lira, avendo speso tutto per le sue ricerche e le sue riviste» ricorda oggi il fratello Paolo, compagno di tan­te battaglie sulla carta stampata. «Negli ultimi mesi era soggetto a frat­ture, per le ossa aggredite dal cancro, e avrebbe dovuto starsene a letto. Ma si fece costruire una specie di armatura in grado di sorreggerlo. Gli chiesi che senso aveva quella cosa che lo faceva stare ritto come una mummia: "si muore in piedi" mi rispose guardandomi negli occhi».

Ultimo aggiornamento ( venerdì 26 ottobre 2007 )
 
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