Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
L'ereditÓ della Rsi - di Roberto Chiarini PDF Stampa E-mail
Scritto da Roberto Chiarini   
giovedý 02 novembre 2017
L’eredità del fascismo ha segnato i caratteri della democrazia repubblicana con una forza ed una persistenza che non ha eguali in Europa. Nemmeno in quelle nazioni, come la Germania, la Spagna o la Francia, che pure hanno dovuto sopportare il peso di un passato assai compromettente, legato vuoi ad un regime totalitario (la prima), ad una dittatura di destra (la seconda) vuoi ad un’esperienza protratta di collaborazionismo (la terza). Si può invocare più di un’evidenza a supporto di tale asserzione. La prima: l’Italia è l’unica democrazia occidentale che ha registrato nel dopoguerra la stabile presenza sia in parlamento che negli enti locali di un partito - il Msi - erede del fascismo. La seconda: l’Italia è stata al contempo l’unica democrazia in cui l’identità e lo spazio politico della destra sono stati interamente ipotecati dall’illegittimità procuratale appunto dall’eredità del fascismo. Terzo: l’antifascismo ha assunto una dignità costituzionale divenendo lettera e spirito della Carta fondativa della Repubblica nonché il fondamento di valore su cui si è basata la legittimazione del potere politico e lo strumento ideologico di legittimazione reciproca tra le forze politiche. Da ultimo: il riscontro inoppugnabile della Lotta di liberazione come passaggio storicamente decisivo per la rinascita della democrazia ha fatto acquisire all’antifascismo una tale rilevanza nel mainstream politico culturale del dopoguerra da avvalorarlo come universo valoriale genetico della stessa democrazia.

Le ragioni dell’inossidabile persistenza dell’eredità lasciata dal fascismo nella vita della Repubblica sono molteplici e vanno individuate in una serie di circostanze storiche. In ordine di tempo: prima nei caratteri del fascismo nostrano, poi in quelli della guerra civile, infine nella dinamica politica che ha contrassegnato l’immediato dopoguerra.

Un ruolo determinante va individuato innanzitutto nella durata ventennale del regime instaurato da Mussolini. Un ventennio di libertà concultata non è passato indarno. All’ombra del regime si è costituita una “maggioranza silenziosa” che, se non si è lasciata forgiare al fuoco della fede fascista, si è comunque acclimatata al fascismo fino ad accordargli un consenso più o meno convinto, quando non solamente interessato.

Il successivo passaggio storico destinato a condizionare pesantemente il rapporto istituitosi nel ventennio tra il fascismo e la nazione è la guerra sfociata in guerra civile. L’orrore della morte, il carico di distruzioni, devastazioni, sacrifici protratti fino all’estremo della sopportazione umana, cui si aggiunge presto l’amara constatazione di una prossima, irrevocabile sconfitta, fanno naufragare le illusioni nutrite sul conto del fascismo. Subentra un amaro disincanto che rende sordi gli italiani ai disperati appelli del fascismo di Salò a proseguire la guerra al fianco dell’alleato tedesco. Alla luce del nuovo scenario si viene delineando quella che sarà poi altrimenti chiamata la“zona grigia” dell’opinione pubblica italiana. Essa non vuole più sentir parlare di guerra, di imperi, di avventure belliche. Non è, però, nemmeno disposta a intentare un processo al fascismo. E’ fin troppo consapevole che da un esame impietoso del ventennio sarebbe uscita sfatata la leggenda di un’Italia limitatasi a sopportare il giogo della dittatura.

Si viene strutturando, insomma, nei fatidici Seicento giorni di Salò un’opinione pubblica che non è disposta ad arruolarsi nelle file dell’antifascismo vincitore, portata piuttosto dal disinganno subìto a diffidare della politica, di qualsiasi segno sia.

Nel ristretto circuito dei “fedeli dell’Idea”, invece, si incrementa e si esacerba un sentimento misto di frustrazione per la solitudine in cui essi si ritrovano e di autentico rancore nei confronti di un’Italia scoperta sorda ai richiami della “nazione in guerra”, connivente con “i ribelli”. La discesa agli inferi di una guerra civile spietata e brutale, scandita com’è da atti di ferocia irriferibili (agguati, rastrellamenti, torture, bagni di sangue, sbrigative fucilazioni, disumane esposizioni di cadaveri) non fa che temprare con l’odio e lo spirito di vendetta l’identità fondata sull’inimicizia irredimibile verso chi ha tradito la causa, inimicizia destinata a perpetuarsi nel dopoguerra. A liberazione compiuta, l’Italia degli antifascisti diviene per i volontari di Salò un paese estraneo dove sono condannati a vivere da “esuli in patria”.

 Alla frustrazione, alla rabbia per l’amara sorte subita si somma all’indomani del 25 aprile la “persecuzione antifascista”. Il che aggiunge alla determinazione di non arrendersi ai vincitori una nota di vittimismo. La sorte di chi sfugge alla giustizia sommaria di un “tribunale del popolo” e non riesce a mettersi in salvo in qualche rifugio segreto o a riparare all’estero è, infatti, di finire prigioniero in uno dei vari campi di internamento (il più famoso è quello di Coltano dove vivono ammassati  più di 30.000 fascisti) o, quanto meno, di rischiare un’incriminazione davanti ad una delle varie Corti di assise straordinarie istituite in provincia: incriminazione – va però detto – che solo per un numero ristretto di imputati si concluderà con una condanna e conseguentemente con la prigione da scontare.

Nel nuovo clima instaurato dai vincitori non hanno possibilità nemmeno di ascolto le ragioni eminentemente politiche dei vinti. L’unica via a loro aperta rimane cercare di rimediare l’indifendibilità politica della causa per cui hanno combattuto con la moralità della scelta esistenziale consumata nel fiore della giovinezza. Non a caso, per i reduci di Salò il discrimine su cui in futuro tracciano il loro orientamento politico sarà sempre la difesa della memoria della loro milizia passata sotto le insegne del fascismo repubblicano: una «memoria rancorosa, che si caratterizza per la strenua opposizione ai «disvalori» resistenziali.

Con il venir meno della stretta giudiziaria, per i nostalgici la strada verso una piena agibilità politica si fa in discesa. Nel giro di pochi mesi, il 26 dicembre del 1946, si ha la fondazione del Movimento sociale italiano. La scelta di un impegno politico alla luce del sole non è, però, né univoca né indolore. È contrastata in effetti da chi la giudica l'avvio di un percorso che per successivi compromessi e transazioni avrebbe portato inesorabilmente alla resa dei vinti ai vincitori.

Opzione pro e anti sistema, minorità dell’offerta politica neofascista e dimensione di massa della domanda politica conservatrice, integrazione democratica nelle istituzioni e suggestioni golpiste o eversive, pratiche di sottogoverno in parlamento e barricate nelle piazze: sono i due corni di un'identità irrimediabilmente contraddittoria procurata dall'eredità della Rsi. Un marchio di illegittimità che costituisce al contempo una risorsa e un vincolo. Lo stigma di Salò assicura, infatti, al cosmo neofascista una stabile e combattiva presenza ma al tempo stesso alimenta, in ragione della sua sospetta slealtà nei confronti delle istituzioni, un perenne allarme per il pericolo di eversione incombente sulla Repubblica.

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Roberto Chiarini, Tra paura di golpe e integrazione: così Salò entrò in Parlamento, in "Il Giornale", 10 ottobre 2017.

Ultimo aggiornamento ( giovedý 02 novembre 2017 )
 
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