
| L'insostenibile pesantezza del passato |
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| Scritto da Redazione | |
| sabato 15 novembre 2008 | |
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Enzo Bettiza, L'insostenibile pesantezza del passato. Da Grass a Kundera, un abisso di peccati giovanili rimossi o negati, che inesorabilmente presentano il conto, in «La Stampa», 26 ottobre 2008, p. 31.
Ammesso e non del tutto concesso che il ventenne Milan Kundera si sia macchiato una volta, nel lontano 1950, di una malvagia soffiata alla polizia politica cecoslovacca. Ammesso che il diciassettenne Gunter Grass sia diventato nel 1944, sul finire della guerra, un gregario delle SS. Ammesso che il sessagenario Stanislav Wielgus, nominato ed espulso un anno fa dalla carica di arcivescovo di Varsavia, abbia collaborato fin dal 1978 con i servizi segreti polacchi e russi. Ammesso e penosamente gridato dallo scrittore Pèter Esterhazy che il padre, epigono decaduto della più illustre famiglia principesca d'Ungheria, sia stato e rimasto per anni, anche dopo il 1956, una spia al soldo della polizia comunista: ecco solo quattro casi, tutti più o meno recenti, dietro i quali sprofonda nel tempo una marea di spie insospettabili, di confidenti, perfino di assassini come Ramon Mercader o il marito della poetessa Cvetaeva. Si aprono qui gli interrogativi senza risposta di una zona ignota, più nera che grigia, che nè storici nè psicologi riescono ancora a sondare in maniera convincente coi loro smussati strumenti accademici. Un notevole scrittore d'ultima generazione, anagraficamente alquanto distante dai mali del secolo scorso, ha osato invece toccare il fondo dell'abisso con un ardito salto mortale. Mi riferisco al tanto discusso ebreo americano Jonathan Littell, che ha voluto scrivere Le benevole nell'idioma dei Fiori del male e del Viaggio al termine della notte. In questi tempi di caccia alle streghe in Cecoslovacchia e in Polonia, dove fiorisce una perfida industria della delazione, egli è stato il solo a tentare un'urticante e, secondo taluni, scandalosa operazione revisionistica della psicoideologia totalitaria. Littell si è giovato della distanza generazionale per trapiantarsi con distaccata verosimiglianza, da romanziere erudito, nelle spoglie di un carnefice titubante e ambiguo del popolo ebraico: un funzionario giuridico delle SS, dal nome quasi fiabesco di Aue. Potremmo parlare di un ingegnoso scambio sacrificale d'identità. L'Obersturmfuhrer Maximilien Aue è un alsaziano colto, bilingue, più europeo che germanico, mentalmente acuto, sessualmente contorto, immerso controvoglia nel male che non sa evitare e tentato dal bene e dalla ragione che non puo' raggiungere. Detesta l'antisemitismo volgare, plebeo, dei ranghi bassi e beceri delle SS; irride Himmler, Heydrich, Eichmann; vagheggia invano un antisemitismo freddo, selettivo, etnografico, che distingua scientificamente le sottili differenze culturali ed etniche fra le stirpi semite in Ucraina e soprattutto nel Caucaso. Vorrebbe salvare su basi razionali, non prive di un opaco risvolto religioso, diversi individui e gruppi ebraici. Ma non ci riesce. La macchina programmata dello sterminio indiscriminato, di cui egli stesso è parte nolente e volente, lo travolge fra vomiti e crampi alle budella portandolo a commettere con disgusto, per disperazione più che per convinzione, omicidi efferati. Quello che Littell, da ebreo e americano francesizzato, ha percepito del nostro tenebroso retaggio europeo si collega, per tanti cunicoli sotterranei, al silenzio lunghissimo e torbido di Grass sul proprio passato. L'Aue del romanzo, dopo il crollo del Terzo Reich, non trova il coraggio nè lo stimolo morale di pentirsi e si limita, per così dire, a consegnare al romanziere, suo gelido portavoce, i dubbi, i cinismi, i complessi di un nazionalsocialista incompiuto. Si contenta di cavarsela dicendo che «siamo tutti colpevoli», carnefici e vittime. Grass invece fa una specie di acrobatico salto della quaglia. Non si pente neppure lui, non si autodenuncia. Tace per mezzo secolo, rovesciando però e sublimando il rimorso per il proprio passato in un inquisitorio impulso di redenzione indirizzato al passato collettivo di tutti i tedeschi. Si atteggerà addirittura a supremo direttore di coscienza della colpevole nazione germanica. Occulterà al tempo stesso, sotto la pletora di requisitorie da grande accusatore antinazista, il granello della sua remota adesione alla più spietata falange d'urto del nazismo. L'ultimo libro, quello in cui l'ottuagenario Grass finalmente rivela l'errore, confinandolo nella categoria dei transeunti errori di gioventù, dice assai poco sul merito politico, ideale, di una scelta a lungo occultata perchè in netto contrasto con la sua maturità di cerbero urlatore e purificatore del marcio universo della Germania. Il caso Kundera, caso silenzioso, pudico, per molti aspetti ancora incerto, appare al confronto assai diverso. Il noto incidente d'archivio ha gettato un'ombra sulla reputazione di un intellettuale che resta tuttora, per molti, un simbolo appartato ma incisivo della Primavera di Praga. Un documento di polizia scoperto da ricercatori attribuisce allo studente Kundera, ventenne nel 1950, un peccato che, se fu vero, non fu certo veniale. Egli, con una denuncia ai servizi segreti, avrebbe fatto arrestare un ex pilota ceco, che operava contro il regime comunista per conto dello spionaggio occidentale. La pena di morte per il pilota nazionalista era nell'aria. Fu poi commutata in una condanna a 22 anni di lavori forzati in una miniera d'uranio. All'epoca Kundera era stato espulso dal partito e, dicono i suoi accusatori odierni, avrebbe agito per puro tornaconto, più che per convinzione, con lo scopo di poter proseguire gli studi universitari. Ci sono alcuni romanzi, come Lo scherzo, in cui lo scrittore ormai adulto sembra alludere vagamente a un intrigo del genere. Non sarà comunque facile accertare la verità del fatto che lo stesso Kundera, rompendo il suo mutismo parigino, ha definito del tutto inventato. Per ora, il giudizio definitivo andrebbe sospeso anche perchè i vari Istituti proliferanti nei Paesi ex comunisti, dedicati alla memoria e al passato, hanno spesso fornito documenti inattendibili o strumentalmente manipolati. Il business della denuncia apocrifa inquina sovente la prova. Ma nello spessore vischioso di un passato che non passa serpeggiano radici aggrovigliate, paradossi, contraddizioni, mutamenti e soprassalti esistenziali, che risultano incomprensibili a coloro che non hanno vissuto sotto regimi e polizie del comunismo. Le menti imprigionate, come le chiamava Czeslaw Milosz, producevano doppie vite carsiche, mimesi oscure, dissimulazioni oneste, enigmi individuali indecrittabili, metamorfosi omeopatiche o improvvise. Le kunderiane «insostenibili leggerezze dell'essere» erano un elegante eufemismo che alludeva in realtà all'«insostenibile pesantezza della storia». Basti l'esempio di tanti eroi della primavera praghese 1968 che erano stati, subito dopo il putsch comunista del 1948, sostenitori entusiasti delle purghe assassine promosse dal regime eterodiretto dagli uomini del Kgb. Milan Kundera, pensando forse non a caso alla gente umiliata dai moderni dispotismi europei, quindi a se stesso, ha più volte ripetuto che la volontà d'oblìo è un problema essenzialmente antropologico: «Da sempre l'uomo conosce il desiderio di riscrivere la sua biografia, di cambiare il passato, di cancellare le tracce, le proprie e quelle altrui». Parole che sembrano attagliarsi altrettanto bene anche alla recluta SS Gunter Grass. |
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| Ultimo aggiornamento ( martedì 18 novembre 2008 ) |
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