
| L’INSMLI, l’ultimo partito comunista che detta legge in Italia. A spese nostre |
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| Scritto da Redazione | |
| mercoledì 06 agosto 2008 | |
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Ugo Finetti, L’INSMLI, l’ultimo partito comunista che detta legge in Italia. A spese nostre, in «Il Domenicale», 12 luglio 2008, p. 3.
Il gramscismo perfetto dell’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia. Espropriato dai rossi, ha avuto il monopolio della definizione della democrazia e pure quello della formazione degl’insegnanti. E Veltroni lo ha salvato dal crac.
Ghiringhelli: rianalisi ora Chiarini: no alle bandiere
Il fatto che i post-Pci – sfruttando posizioni di governo e finanza pubblica – abbiano: 1) fatto superare all’INSMLI le crisi finanziarie; 2) attribuito all’Insmli una posizione predominante per l’insegnamento pubblico e la formazione dei docenti; 3) usufruito dell’uso strumentale della Resistenza da parte dell’INSMLI per screditare la concorrenza elettorale è forse un “affare” da chiarire. Che cosa è l’INSMLI? Si tratta dell’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia. La sua nascita risale all’immediato dopoguerra e fu originata dalla preoccupazione di salvaguardare la documentazione che riguardava le due organizzazioni che avevano dato vita alla Resistenza sul piano militare (il Corpo Volontari della Libertà, CVL, che era stato il comando unificato delle Brigate partigiane) e sul piano politico (il Comitato di Liberazione Nazionale, CNL, dell’Alta Italia, formato dai partiti antifascisti). Vi era all’epoca diffidenza nei confronti dei funzionari dell’Archivio di Stato, peraltro in stato confusionale nel cambio di regime e quindi il governo guidato da Alcide De Gasperi accettò la richiesta delle Sinistre di affidare questo ruolo a un nuovo archivio gestito direttamente da persone di fiducia dei due organismi interessati con a capo una figura di carattere “istituzionale”: ossia il precedente presidente del Consiglio, Ferruccio Parri, già al vertice del CVL. Del resto, Parri in quel periodo aveva assunto un ruolo di contestazione nei confronti di Palmiro Togliatti e di Pietro Nenni, e il 9 gennaio 1949 infatti costituì la Federazione Italiana Associazioni Partigiane (Fiap) con la partecipazione di gruppi e di organizzazioni partigiane, circa 12mila veterani della Resistenza già iscritti all’ANPI, in polemica con l’atteggiamento filosovietico assunto dall’organizzazione a controllo socialcomunista: era quindi una figura di “garanzia” in un conglomerato che vedeva una presenza molto organizzata e compatta del PCI e del PSI. I guai cominciano infatti quando l’Insmli pretende di essere non un centro di documentazione, ma un centro d’interpretazione, anzi addirittura d’impersonare l’unica e legittima storiografia della Resistenza, poi dell’antifascismo e infine dell’intero Novecento, rivestendo un ruolo di monopolio e di censura. Il primo errore risale al fatto di attribuire ai protagonisti di quelle vicende storiche, da Parri a Luigi Longo, un ruolo da sovrintendenti – da “comitato scientifico” – della ricerca e della rappresentazione storica: la storia della Resistenza diventa allora un’autobiografia, viene cioè a mancare ogni distanza critica tra protagonisti e studiosi. Tale inquinamento storiografico è giustificato in nome del fatto che lo storico – afferma l’Insmli durante lo stalinismo – non può essere “neutrale”, ma deve essere schierato: “impegnato” e “militante”.
Il secondo vulnus è costituito dal fatto che nel momento in cui l’unità antifascista si divide e la parte soccombente è quella che controlla l’Insmli la storia della Resistenza diventa strumento di lotta politica: delegittimare il governo, legittimare l’opposizione. Le ragioni di contrasto tra Fiap e Anpi si appannano e l’opposizione di sinistra si atteggia a unica e legittima erede e portavoce della Resistenza denunciando la ricostruzione democratica del dopoguerra come restaurazione capitalista e autoritaria. Rispetto a quel che succederà a partire dagli anni Settanta siamo comunque in una fase ancora “moderata” dal punto di vista della strumentalizzazione della Resistenza da parte dell’Insmli. In sostanza l’Istituto e gli storici che esso promuove sostengono prevalentemente la linea Togliatti-Amendola del ritorno all’unità antifascista, della riedizione del tripartito del 1946 tra comunisti, democristiani e socialisti.
L’“antifascismo fascista” Il disastro inizia con il Sessantotto. In un quadro politico di dissoluzione di formule di governo stabili e d’irruzione del terrorismo, l’uso strumentale della Resistenza ha come elemento centrale l’identificazione non solo del comunismo, ma addirittura dell’estrema sinistra con la democrazia, espellendo da essa l’anticomunismo o comunque le forze politiche moderate. È in questo contesto che, in essenza, l’Insmli diviene il punto di riferimento non documentaristico, ma storiografico. Nel 1972 giunge il momento in cui al suo vertice non vi è più un leader della Resistenza come Parri, ma un leader storiografico come Guido Quazza. A Quazza si deve l’invenzione in quegli anni dell’etichetta “antifascismo dei fascisti” e la campagna di denuncia contro l’“antifascismo fascista”. Sull’onda del Sessantotto – non libertario, ma totalitario – prende insomma corpo una storiografia che assume la forma di “grande terrore” con testi che sembrano veri e propri processi di “epurazione”, e che crininalizzano antifascismo e partigiani. La Resistenza secondo l’Insmli diventa cioè un movimento antimperialista e anticapitalista più “avanzato” rispetto agli stessi partiti e al CLN: secondo Quazza l’“antifascismo politico” è sopravanzato dall’“antifascismo spontaneo” e ostacolato dall’“antifascismo fascista”. La Resistenza viene rappresentata come lotta contro un “poker d’assi” in cui ad Adolf Hitler e a Benito Mussolini si affiancano gli Alleati e la “destra” del CLN. Quazza demonizza la democrazia italiana insegnando che i rappresentanti della Resistenza sono stati sin dal ’45 vittima di una “offensiva”, le cui “armi fondamentali” sono “l’occupazione alleata”, “la ricomposizione del fronte capitalistico, “la Democrazia italiana con l’aiuto della Chiesa cattolica”. E così infatti, nel 2000, Giorgio Rochat, nuovo presidente dell’Insmli, sintetizza la “missione” dell’Istituto sulla base dell’insegnamento indicato da Quazza che lo ha guidato dal 1972 al 1996: «La continuità della società e della politica italiana da Giolitti a De Gasperi attraverso Mussolini». Certamente nell’ambito dell’Insmli ci sono istituti e studiosi di valore, ma il suo tratto fondamentale è l’insegnamento dell’Italia fascista come figlia dell’Italia liberale e padre dell’Italia democratica. Il punto culminante di questa interpretazione ha luogo nel trentennale della Resistenza quando l’Insmli eleva a dogma lo slogan di Longo «Resistenza tradita». L’Insmli sembra dunque un “partito”, con un “gruppo dirigente” e con una “linea politica”. Il suo organo, il periodico Italia Contemporanea, si scaglia contro Renzo De Felice con un editoriale intitolato Una storiografia afascista per la “maggioranza silenziosa” accusando lo storico di «fare storia senza prendere posizione […] perché i fatti, i documenti parlano come li fa parlare lo storico». De Felice avrebbe cioè il torto di non fare «una storiografia antifascista», di «spoliare il fascismo dei suoi tratti di reazione di classe», e pertanto le sue posizioni sono «oggettivamente filofasciste» ed «esercitano una funzione tipicamente diseducatrice». Accanto a Quazza, l’editoriale schiera, tra gli altri, i nomi di Claudio Pavone, Ernesto Ragionieri, Enzo Santarelli, Enzo Collotti e Giorgio Vaccarino. A essi nell’Insmli si affianca un ampio arco che va da Rochat a Giovanni De Luna.
Contro la verità storica L’attacco a De Felice, che ha alla base una sempre più anacronistica lettura classista della storia, diviene una costante dell’Istituto anche nei decenni successivi. Ancora nel 1998 nel solenne convegno per il quarantennale della Costituzione con il presidente dell’Anpi, Arrigo Boldrini, e con il presidente della Camera, Luciano Violante, un’apposita relazione dell’Insmli intitolata Il ruolo di De Felice è dedicata a condannare in blocco l’opera dello studioso oramai scomparso da due anni: «La soluzione di De Felice – sentenzia lo storico dell’Insmli Gianpasquale Santomassimo – è geniale: la cancellazione di tutti gli studi esistenti che non siano di matrice fascista, rifiutati come vulgata resistenziale» onde favorire una «rivisitazione benevola e giustificativa del fascismo». Ed è proprio in quel momento che i postcomunisti sono all’opera per salvare l’Insmli e affidare a esso il ruolo di monopolio nell’insegnamento e nella formazione del personale docente.
Gaffe da vergognarsi Infatti, dopo la scomparsa dell’Unione Sovietica e del PCI, l’Istituto ha rischiato la chiusura per il forte indebitamento contratto fra 1992 e 1994. Fu dunque salvato da Walter Veltroni che, come ministro dei Beni culturali, nel 1996-97 coprì il disavanzo usando i fondi dell’Otto per mille. Si mise, cioè, a carico di un ente pubblico buona parte del personale. Contemporaneamente l’Insmli è diventato il “braccio armato” per il controllo della didattica e della formazione degl’insegnanti attraverso apposite Convenzioni stipulate nel 1996 e nel 1999. L’intero insegnamento del Novecento è stato così delegato dal Ministero a questo ente, peraltro specializzato nella storia di soli 18 mesi di quel secolo. È così che, per esempio, nel saggio introduttivo dell’ultimo volume della collana dell’Insmli, Storia d’Italia nel secolo ventesimo, – si legge, dopo una premessa sulle «minacce alla democrazia dei governi Berlusconi», che l’espressione «ragazzi di Salò» rispecchia «una campagna senza precedenti contro la storiografia dell’antifascismo e della Resistenza», conseguenza della «partecipazione di Alleanza nazionale e della Lega ai governi Berlusconi (1994-1996, 2001-2006)». In verità, “ragazzi di Salò” fu frase detta da Violante nell’aula di Montecitorio quando venne eletto presidente della Camera proprio all’indomani della sconfitta di Silvio Berlusconi nelle elezioni del 1996. Confondere Violante con Berlusconi e attribuire all’espressione usata dal parlamentare postcomunista un valore di “revisionismo” neofascista è il segno della faziosità e dell’ignoranza che si diffonde attraverso questa sorta di “nazionalizzazione” della nostra storiografia. Ghiringhelli: rianalisi ora Chiarini: no alle bandiere
Oggi, ricorda Robertino Ghiringhelli, direttore dell'Istituto di Storia contemporanea dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, quello che fu l'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia è stato ribattezzato Istituto di Storia Contemporanea. Ebbene, va subito detto - aggiunge lo studioso - che i suoi meriti, soprattutto in origine, sono innegabili nella doverosa opera di ricupero delle fonti della recente storia patria, epperò decisamente l'istituto si è poi politicizzato in maniera non più sostenibile. Quell'organismo deve e può ancora però svolgere una funzione determinante nella necessaria opera di "rianalisi storica" (Ghiringhelli ama poco il termine, controverso, "revisionismo"). Occorre dunque che le istituzioni se ne facciano carico,com'è giusto, sul piano per esempio economico, lasciando però al contempo al mondo della ricerca e dell'accademia la gestione dei suoi contenuti. Le Amministrazioni politiche fanno il lavoro, certo, ma difficilmente possono sempre e comunque garantire la necessaria neutralità ideologica d'istituzioni come questa.
Siamo tutti antifascisti, non vi è dubbio. E allora che senso ha fare a gara a chi dice di esserlo più degli altri come spesso accade negl'Istituti di Storia Contemporanea derivati dall'Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia? Se lo domanda, Roberto Chiarini, professore ordinario di Storia contemporanea e docente di Storia dei partiti alla Facoltà di Scienze Politiche nell'Università Statale di Milano. Chiarini tiene a precisare di avere sempre avuto ottimi rapporti personali con l'INSMLI, epperò non nasconde l'imbarazzo a fronte della piega ideologica che l'organismo ha assunto negli anni. Ora, aggiunge, la ricerca storica non può certo essere issata come una bandiera: ideologia e cultura, commenta, non vanno d'accordo, e a rimetterci è la seconda. Ebbene, l'INSMLI e i suoi derivanti hanno ancora un futuro importante da vivere. Occorre però mettervi mano. Lo Stato deve accollarsi parte della gestione economica, ma aprendo anche ad altri contributi integrativi. Sennò istituzioni così, e così importanti, rischiano di diventare il prolungamento delle amministrazioni in carica. |
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| Ultimo aggiornamento ( sabato 09 agosto 2008 ) |
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