
| La Spagna ha fatto i conti col passato |
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| Scritto da elena | |
| domenica 07 dicembre 2008 | |
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Elisabetta Rosaspina, La Spagna ha fatto i conti col passato. Incontri. Lo scrittore riflette sulla Guerra civile e racconta la nuova opera «Il vento della luna». Muñoz Molina risponde a Almudena Grandes: sbagliato parlare di silenzi, in «Corriere della Sera», 25 novembre 2008, p. 43.
MADRID - C’era un piccolo passeggero in più, nell’equipaggio dell’Apollo 11, quel luglio del ‘69, anche se Armstrong, Collins e Aldrin non se ne accorsero, mentre galleggiavano leggeri attraverso lo spazio nella loro navicella. Nell’Andalusia profonda un bimbo sperimentava, con l’irripetibile capacità di immedesimazione della sua età, le sensazioni provate dai primi uomini in viaggio verso la Luna. Inchiodato pesantemente al suolo, con tutta la sua famiglia, dalla forza di gravità di una Spagna ancora arretrata, superstiziosa e prigioniera del regime di Franco, l’inconsapevole ragazzino cresceva nutrito dalle avventure di Jules Verne e dalle scoperte di Galileo Galilei; ma più distante dall’America di quanto ormai l’America lo fosse dalla Luna. E sempre più lontano da zii e genitori, capaci di vedere soltanto un’anguria, una pesca e una saliera nelle mani del tredicenne che mostrava loro la meravigliosa avventura del modulo Eagle, a metà strada tra Cape Canaveral e il grande Mare della Tranquillità. Quasi 40 anni dopo, gli occhi dell’astrofisico precoce, che Antonio Muñoz Molina nega di essere stato da bambino, brillano ancora impertinenti, sotto le sopracciglia dello scrittore andaluso, mentre spiega che l’amore per la scienza, in realtà, gli è venuto molto dopo. Per una scienza che ha poco di epico e avveniristico, ma rappresenta lo strategico punto di incontro fra la sensualità e il pensiero razionale. Se il giovanissimo protagonista del suo ultimo romanzo, Il vento della luna (edito in Italia da Mondadori, pp. 340, 18,50), non avrebbe mai osato correggere gli errori razionali degli adulti né confessare i turbamenti della pubertà, il suo autore spiega, convincente, perché per lui ci sia poco di più sensuale della botanica. Ora che divide il suo tempo fra Madrid e New York, l’ex bimbo andaluso cerca la natura a Manhattan: «Abito vicino a Riverside Park - racconta - e una parte del parco è volutamente lasciata forever wild, per sempre selvatica. Se un albero cade, viene abbandonato a terra. Mi piace osservare come marciscono le sue foglie, il tronco che si disfa, gli insetti che si nutrono dei resti. Guardo la morte mescolarsi alla vita. Le trovo immagini razionali e, insieme, sensuali». Con occhi da scienziato, e occhiali da poeta, Muñoz Molina ha attraversato a piedi Manhattan la notte del 4 novembre scorso, quando i tabelloni luminosi e le grida da Times Square avevano già certificato l’inequivocabile vittoria di Obama: «Erano in festa anche il Village e Harlem, però a me quella notte ha ricordato la notte dell’11 settembre». Altri due opposti che si fondono? «Sì, nelle strade deserte, nelle luci azzurrine dei televisori accesi in quasi tutte le finestre delle case, nei sorrisi increduli e smarriti delle poche persone che incrociavo nella metropolitana. La notte dell’11 settembre 2001 gli americani erano nel panico e nell’incertezza, in quella del 4 novembre scorso mostravano stupore e un’allegria tranquilla, composta. In Spagna invece la vittoria politica ha qualcosa di osceno, nelle sue manifestazioni, come la vittoria a una partita di calcio». Sarà una questione di temperamento, di passionalità mediterranea: «Dice Claudio Magris che la passione politica deve essere fredda e io sono d’accordo con lui. Il calore si riserva all’amore e all’amicizia». Per questo, per questo incontenibile ardore, la Spagna fatica a riaprire i conti con il suo passato? A riparlare, freddamente, della guerra civile? «Non è vero che in questi ultimi trent’anni non se ne sia mai parlato. Né che ci sia stato un patto di silenzio, per quieto vivere. I grandi cambiamenti non li ha portati Zapatero. Da tempo gli storici e gli intellettuali investigano nel passato e si scrive la Storia. Addirittura da prima che morisse Franco. Nel 1967, quando Franco era ancora al potere, Angel Maria De Lera vinse il Premio Planeta con Las ultimas banderas, in cui raccontava la guerra civile dal punto di vista di un anarchico. La censura? Sì, c’era, ma decideva senza criterio ciò che si poteva pubblicare e ciò che era proibito leggere. Dopo il ‘76 si pubblicò di tutto. C’era una voglia di discutere gigantesca, altro che silenzio. Ricordo le assemblee infinite alle quali io stesso partecipavo all’università». Nel suo romanzo Cuore di ghiaccio (Guanda), Almudena Grandes descrive invece la memoria del passato prossimo come irremovibile tabù della Spagna contemporanea, il silenzio dei nonni e quello dei genitori, educati a non domandare: «Ci sono esperienze personali di cui la gente fatica a parlare - risponde Muñoz Molina -. Anche i figli dei veterani della guerra in Vietnam spesso non riescono a parlarne con i padri. Una guerra civile, poi, è una vicenda ancora più delicata. Quando cominciò, la maggior parte degli spagnoli stava da una parte o dall’altra in base alla ripartizione geografica del controllo repubblicano o franchista. Molte famiglie erano divise. La madre socialista di un mio amico salvò il marito monarchico. E l’estate del ‘36 a Madrid fu spaventosa. Ogni partito politico aveva creato le sue milizie e le sue carceri. È troppo facile ora trasformare tutto in un film, dividendo i protagonisti tra buoni e cattivi. Non si può giustificare il fascismo, ma nemmeno gli orrori compiuti dall’altra parte durante la guerra». Il bimbo andaluso non aveva visto i massacri, «ma intuiva qualcosa - assicura lo scrittore -, ascoltava e la sua immaginazione infantile gli diceva che ci sono cose di cui non si può parlare, che c’era qualcosa di orribile nel passato ancora recente. Io non volevo scrivere una cronaca politica, però è falso che non si potesse sapere nulla. Dopo tre anni di guerra civile e 40 di dittatura, come si fa la democrazia? Si espelle metà del Paese? Ci voleva un sistema che ci contenesse tutti. Adesso sembra facile, ma c’era molto da perdonare, e tutti avevano qualcosa da perdonare. Se ora si decide di aprire le fosse comuni, bene: si aprano pure, ma si aprano tutte». |
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| Ultimo aggiornamento ( martedì 09 dicembre 2008 ) |
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