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La riscrittura della storia, ma bipartisan PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
martedì 08 luglio 2008

Luigi Offeddu, La riscrittura della storia, ma bipartisan. Gli studiosi di Germania e Francia di fronte alle difficoltà di un manuale comune, in «Corriere della Sera», 28 maggio 2008, p. 39.

 

 

 

BRUXELLES - Sulla pagina di destra, un titolo: «Auschwitz-Dresda: il rischio della confusione fra carnefici e vittime». Con una copertina del settimanale Der Spiegel dedicata ai «crimini della Wehrmacht». Sulla pagina di sinistra, un altro titolo: «Colpevoli o vittime? I tedeschi di fronte al loro passato». E una riflessione di poche righe: «La memoria ufficiale dell'ultima guerra, che dalla fine degli anni Cinquanta mette l'accento sulla colpa collettiva dei tedeschi, non ha mai cancellato una memoria familiare che si dedica soprattutto a trasmettere le sofferenze da essi sopportate durante e dopo la stessa guerra. Può oggi la Germania rendere omaggio alle sue vittime senza essere accusata come nel passato di banalizzare l'Olocausto, e di attenuare le sue responsabilità davanti alla storia?». La domanda è lanciata da venti professori, metà tedeschi e metà francesi.

La risposta certa, probabilmente, non l'ha nessuno. E lo dimostra anche il tormento sottile che pervade quelle righe: si può tentare di spiegare la storia, «tutta» la storia e a tutti i suoi testimoni, quando ancora la si vive? È possibile sciogliere i nodi stretti da altri? Un giorno, forse, spetterà ai lettori-studenti rispondere: a quelli tedeschi, e a quelli francesi, che nell' ultimo anno hanno acquistato 80 mila copie di L'Europa e il mondo dopo il 1945. E a quelli che, in questi giorni, acquisteranno il secondo tomo appena stampato, L'Europa e il mondo dal Congresso di Vienna nel 1815 al 1945. Lo compreranno di qua e di là dal Reno, poiché il libro esce contemporaneamente con due editori in due lingue (edizioni Nathan in Francia, edizioni Ernst Klett in Germania), finanziato dai due governi e inserito nei programmi per il liceo della Francia, come in quelli dei 16 Länder, le Regioni della Germania. Non era mai accaduto: è il primo «Manuale di storia franco-tedesca». O meglio: il primo «Manuale franco-tedesco di storia». «Scritto insieme», in contemporanea: non una mera traduzione incrociata dei testi. Ci si era già provato mezzo secolo fa, e prima della guerra: ma senza risultato. Ora, il titolo da solo mette i brividi: perché nel tomo appena stampato che va dal 1815 al 1945, per esempio, Francia e Germania condividono - sbranandosi - tre guerre con molti milioni di morti. A Ingolsheim o Eguisheim, in Alsazia, c'è chi ha un nonno dal cognome tedesco, decorato dalla Wehrmacht, ma è francese di lingua e passaporto, e di tedesco non sa una parola; o viceversa, in altre regioni, in tutta l'Europa, in tutte le lingue. Quelli che per gli uni erano forse «trasferimenti di popolazione» per gli altri erano «deportazioni»: come spiegare allo stesso tempo che avevano tutti ragione, o tutti un po' torto, senza far violenza alla logica o alle proprie convinzioni? Come spiegare «imparzialmente» a tutti costoro la linea Maginot e Napoleone, il generale Patton e il presidente tedesco Richard von Weizsäcker, che ancora negli anni Ottanta diceva «per noi l'8 maggio (data della resa tedesca nel 1945, ndr) non è un giorno di festa»? Anche lui è citato nel libro, proprio per questo. E chi sono gli americani? Ecco uno dei punti più controversi, nel lavoro fatto sul libro: per gli uni (i tedeschi) gli americani sono i liberatori che hanno dato la spinta decisiva al Muro, dopo aver varato il piano Marshall; e per gli altri (i francesi) solo ingombranti e incolti parvenu seduti sui gradini dell' Europa. Ci si è accordati a metà strada. E che cosa fu il socialismo reale? Solo un'utopia sanguinaria, per gli storici di Lipsia. No, un'utopia «che in certi periodi ebbe una sua credibilità», secondo i colleghi di Parigi. Lunghe discussioni, e alla fine la soluzione: un capitolo in punta di piedi, che ritrae un'Europa strizzata «in un mondo bipolare». Con le finestre della storia spalancate su altri mondi: l'economia, la sociologia, la geografia, la climatologia. E un po' sulle orme di Marc Bloch, il grande lionese fondatore della scuola degli Annales (ma, pure lui, fantasma doloroso e ingombrante: combatte in trincea contro i tedeschi nella Grande Guerra, e muore fucilato da loro nel 1944). Alla fine, gli autori hanno fatto ciò che potevano. La stesura in contemporanea voleva assorbire le tre grandi differenze: quella di interpretazione dei fatti; quella delle fonti, che degli stessi fatti danno notizia; e infine le differenze di metodo, fra le varie scuole (più «scientifici» i tedeschi, sempre preoccupati dal confronto con il loro passato, più «scenografici» i francesi). Sul manuale, gli studenti al di qua e al di là del Reno prepareranno i propri esami di maturità. O «dovrebbero» preparare: perché pare che, al di là del successo di vendite, il libro sia finora utilizzato come testo integrativo dei manuali tradizionali, a tutt'oggi preferiti nei due Paesi. E non si tratta di nazionalismi, ma di obiettive difficoltà di lettura. O forse, semplicemente, è troppo presto per novità come questa. Anche se l' esempio sta facendo scuola altrove. Il ministro tedesco per gli affari europei, Gunther Gloser, ha portato una copia del volume a Tokyo, con il suo collega francese Jean-Pierre Jouyet, e l'ha regalata al presidente del Senato giapponese. Quest'ultimo ha un piano: far riscrivere insieme la storia a giapponesi e coreani, «nemici» secolari. Dall' altra parte del mondo, a Sarajevo, c'è invece un progetto dell'Osce, l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa: un libro di storia da affidarsi a professori serbi, croati e bosniaci musulmani. Tutti insieme, e solo questo sembra un miraggio. A Praga, una commissione cerca di mettere d'accordo storici cechi, polacchi e tedeschi. Va meglio a Kiev, dove si parla di una «storia binazionale» russo-ucraina. Intanto, gli storici franco-tedeschi già pensano al terzo tomo del loro manuale, per il 2009. Sarà dedicato all' antichità e al Medio Evo: non c'erano carri armati né filo spinato, allora, ma non sembra che scrivere la storia fosse molto più facile di oggi.   

Ultimo aggiornamento ( mercoledì 23 luglio 2008 )
 
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