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La strana eclissi della destra. Vince ma non ha più identità. PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
domenica 21 febbraio 2010

Polese Ranieri, La strana eclissi della destra. Vince ma non ha più identità. Maggioritaria in politica, debole in campo culturale, in «Corriere della Sera», 2 febbraio 2010, p. 40.

 

 

«Voglio esprimere un elogio alla moderazione del ministro Bondi che ha dato a Vittorio Sgarbi solo il Padiglione Italia e non la direzione dell’intera Biennale». Parte con ironia Achille Bonito Oliva, che pure ha plaudito alla decisione di Bondi, «sintomo - dice - di una volontà della destra di occuparsi di cultura, e in particolare di arti visive». Però, aggiunge, visto il menu iconografico proposto da Sgarbi, l’impresa si annuncia «assolutamente fallimentare». Perché, spiega, l’idea di bellezza statica, passatista di Sgarbi contraddice totalmente lo statuto della Biennale, che invece impone di occuparsi della sperimentazione dei nuovi linguaggi. Liquidato Sgarbi (sul cui nome non sono in molti a puntare: per esempio Pierluigi Battista dice che «tempo tre mesi Vittorio litiga e rompe tutto»), resta però il tema della destra che «si emancipa», che prova a fare una politica culturale. Ma di quale destra parla Bonito Oliva? «Parlo dell’attuale governo di centrodestra, di Berlusconi, del suo peronismo mediatico e della sua maniera di gestire la comunicazione in maniera quasi monopolistica. Salutavo però l’emergere, accanto a tutto questo, di un desiderio di far cultura». Già, ma esiste una cultura di destra (o delle destre, visto che ne esistono differenti varietà, a cominciare dalle diverse anime degli ex Msi e Alleanza nazionale), e quali progetti, ora che è al governo, è in grado di definire e realizzare? Pierluigi Battista è scettico (il suo recente saggio I conformisti porta sulla controcopertina il giudizio: «La sinistra ha smesso di pensare. La destra non ha mai cominciato»). Per quanto riguarda Berlusconi e i suoi parla di un’«allergia» alla cultura.

 «Perfino Bush, che certo non ha fama di grande lettore, ascoltava attentamente i consigli degli intellettuali neocon. Con Berlusconi, invece, Colletti, Baget Bozzo, Fisichella, Pera non hanno mai contato niente. E se oggi uno guarda il professor Quagliariello, resta allibito davanti alla metamorfosi che ha subito». E la destra a destra del Cavaliere? «Da quando sono usciti dalle catacombe, i destri dell’ex Msi sembrano un po’come i vampiri alla luce del sole. Prima, quando era proscritta, la cultura della destra lavorava su autori come Pound, Evola, Schmitt, Nietzsche. Poi, però, la sinistra cominciò ad appropriarsi delle opere "infette" (gli Editori Riuniti, addirittura, pubblicarono de Maistre) e a spogliarle dalla loro "destrità", come ha fatto Cacciari per esempio. Così, usciti dal recinto, ai ragazzi della destra che cosa restava? Che hanno fatto in questi 15 anni? Alcuni hanno insistito nel riproporre gli autori maledetti; altri si sono messi a rincorrere la cultura di massa in cerca di attori, cantanti scelti come simboli (da Battisti fino a Lando Buzzanca); o altrimenti si sono esercitati nella logica della lottizzazione, della scelta di programmi televisivi (le fiction revisioniste contro quelle di sinistra)». Eppure tra i finiani (la Fondazione Farefuturo con la rivista «Charta Minuta» e il quotidiano «Secolo d’Italia») si nota una certa vivacità di interessi. «È una storia vecchiotta, quella della contaminazione - risale alla Nuova destra anni Ottanta - che proponeva di abbattere i muri per farsi contaminare dalla sinistra. La sinistra si appropriava di Nietzsche e Céline, loro leggevano Gramsci e Pasolini. Ma alla resa dei conti - conclude Battista - in questi ultimi anni le uniche cose interessanti a destra, che hanno avuto un ruolo antagonistico, le hanno dette persone provenienti dalla sinistra: Oriana Fallaci e Giuliano Ferrara». «Se la destra finiana ha importanza», commenta Alessandro Giuli, vicedirettore del «Foglio» e autore di un fortunato saggio, Il passo delle oche, sui postfascisti (uscì da Einaudi per volere dell’allora editor di storia e attualità Andrea Romano ed è stato uno dei titoli che hanno fatto parlare di una Einaudi infiltrata dalla «destra che avanza», con il risultato delle dimissioni di Romano un anno fa), «è perché con la morte di Baget Bozzo e Colletti è definitivamente tramontato ogni tentativo culturale del berlusconismo. La riprova è nel fatto che per la progettata Fondazione di Arcore Berlusconi pensa a Tony Blair». Sì, però non si può negare ai finiani varietà di interessi. «Campi, Mellone, Croppi hanno qualcosa da dire. Solo che riprendono cose dette negli anni Ottanta dalla Nuova destra, Alain de Benoist in Francia, da noi Marco Tarchi. Per un’ironia della storia Fini, all’epoca segretario del Fronte della Gioventù, era nemico di Tarchi, che fu espulso dal Msi nel 1981, mentre ora i nipotini della Nuova destra si raggruppano intorno a Fini. E fanno un bel po’di confusione: sono più antifascisti degli antifascisti, il "Secolo" parla di destra trendy, Filippo Rossi sceglie come simbolo Gian Burrasca. In più sono affascinati dalla modernità telematica e cercano di tenere tutto insieme». Esponente di una destra radicale fedele alla tradizione (il libro Einaudi era dedicato al nonno che era andato a Salò), Giuli non è tenero con le trasformazioni avvenute con il passaggio dalle catacombe al governo. «Non hanno faticato a rinnegare libri e autori maledetti, forse perché non li avevano nemmeno letti». Ma i peggiori, per lui, sono quelli che fanno gruppo con il sindaco di Roma Alemanno: «Sono come i lanzichenecchi del Cinquecento, occupano la capitale, posti e palazzi, prendono tutto quello che capita». Non è così negativo Luciano Lanna, direttore del «Secolo» insieme con Flavia Perina, nonché autore con Filippo Rossi di Fascisti immaginari (Vallecchi), enciclopedia di tutto ciò che ha importanza per la destra, da Tolkien a Vasco Rossi. «Sono d’accordo con Battista quando dice che non esiste, non può esistere il bipolarismo culturale. E non credo più alla logica della cultura "organica", all’intellettuale come cinghia di trasmissione tra il partito e le masse. I tempi sono cambiati, la caduta del Muro di Berlino ha liberato il campo. Prima, è vero, i padroni dell’industria culturale - case editrici, università - erano di sinistra ed esercitavano una rigida chiusura contro la destra. Poi cominciò a succedere qualcosa di significativo, un confronto a distanza tra Tarchi da un lato e Cacciari, Tronti, Marramao dall’altra. Finiva il monopolio, la logica dei nostri contro i vostri». Sì, ma oggi? «Oggi non si può più guardare con gli occhi di trent’anni fa. Cultura non sono più solo i libri, ci sono il cinema, la tv, le arti visive, la musica, i fumetti, i cartoons. Per la cultura popolare conta molto di più un cantautore di un accademico». Da qui le passioni di Lanna per cantanti, comici (una settimana fa sul «Secolo» firmava due articoli, uno su Alberto Sordi, l’altro su Peppino De Filippo, il fratello «di destra» di Eduardo), fumetti. Un tentativo di appropriazione di oggetti cari a certa sinistra, tipo Veltroni e Borgna? «Assolutamente no. Quella cultura popolare era nata negli anni fra il 1920 e il 1940, quando proprio non mi sembra che ci fosse un’egemonia della sinistra. Però, ripeto, l’importante è liberare il campo dagli steccati; nell’era telematica non ci può essere nessuna egemonia, nessun controllo. Accettiamo il gioco, mettiamoci in gioco». Insomma, un paesaggio desolato sul cui sfondo s’impone l’allergia di Berlusconi per la cultura, mentre c’è un grande agitarsi di lanzichenecchi e vampiri usciti dalle tenebre, e intanto, sul fronte opposto, l’antica cultura egemonica di sinistra sta vivendo tempi non certo esaltanti, oltretutto incapace di liberarsi - come ha scritto Ernesto Galli della Loggia domenica sul «Corriere» - dalla persistente nostalgia del passato. «La domanda vera è se ancora esiste una cultura in Italia» interviene Massimo Fini, giornalista, scrittore (sua una bella biografia di Nietzsche edita da Marsilio), direttore della rivista «La voce del ribelle», voce fuori dal coro. «Quarant’anni fa sui giornali scrivevano Gadda, Pratolini, Morante, Bacchelli, Caproni, Montale, Calvino, Marotta e tanti altri. Oggi faresti fatica a trovare cinque nomi. Questo per dire che la cultura è sparita e quel poco che c’è - ammesso che ci sia - non ha nessuna importanza per la vita associata. E questo vale per la sinistra come per la destra. La tv ha distrutto in buona parte la cultura italiana, tanto che i giornali, quando chiedono un commento, non si rivolgono a Emanuele Severino, ma ad Alba Parietti». Sì, però la destra... «È esistita una grande cultura di destra, per anni relegata nel ghetto con i suoi autori di culto. Il paradosso è che da quel periodo di catacombe che cosa è uscito? Solo Fisichella e Veneziani. Un po’poco, cioè niente. E poi, venendo a tempi più vicini, quando dal ‘94 è diventata egemone politicamente, disponendo di mezzi di comunicazione e forza politica, la destra non ha fatto più niente. Quanto agli intellettuali finiani - premesso che a Fini, come a Berlusconi, della cultura non importa niente - mi sembra che il gruppetto del "Secolo" e di "Charta Minuta" stia facendo qualcosina. Sono comunque vagiti rispetto alla potenza politica che oggi ha la destra. La realtà è che le categorie destra e sinistra sono venute meno. Nate all’epoca della Rivoluzione industriale e dell’Illuminismo, dopo due secoli oggi non sono più in grado di interpretare le esigenze della gente. E il risultato è che viviamo in una sorta di pensiero unico, in cui le idee eterodosse non hanno più voce».
Ultimo aggiornamento ( giovedì 25 febbraio 2010 )
 
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