Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
L’attitudine al revisionismo PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedì 01 settembre 2008

Edmondo Berselli, L’attitudine al revisionismo, in «La Repubblica», 3 agosto 2008, p. 22.

  Sample Image Sample Image

Bologna è un epicentro, come sempre. Luogo di scontro fra destra e sinistra, e all’interno della sinistra stessa. Ieri sono partiti i fischi anche verso Sergio Cofferati, mentre la gente di Rifondazione se n’è andata via non appena ha parlato il ministro Gianfranco Rotondi. Non è mancato uno scambio polemico tra il sindaco di Bologna e il presidente della Camera Gianfranco Fini, il quale aveva auspicato che intorno alla strage del 2 agosto 1980 «dopo tanti anni si dissolvano le zone d’ombra che hanno suscitato perplessità crescenti nell’opinione pubblica intorno all’accertamento della verità sulla strage».

Non c’è pace sulla Bologna con il passato ferito dall’attentato e segnata oggi al suo interno da divisioni nuove. Cofferati ha risposto a Fini criticando l’eccessiva facilità con cui si revocano in dubbio i verdetti dei tribunali, interpretando così anche il sentimento di ampi settori della sinistra che non sopportano che intorno all’attentato, a dispetto delle sentenze, vengano evocate semplicistiche interpretazioni revisioniste, alimentate con leggerezza dalle dicerie che mettono in ballo la guerriglia palestinese, il terrorista Carlos, varie entità mediorientali, le "rivelazioni" alla commissione Mitrokhin.

Quanto ai fischi "di sinistra", la parola d’ordine è: minimizzare. Nell’anniversario della strage alla stazione di Bologna, si dice, i contestatori erano pochi, facilmente riconoscibili, alla ricerca di protagonismo: il 2 agosto è una data che risveglia emozioni e rabbie, e non tutti si prestano al rispetto dello stile istituzionale auspicato in queste occasioni. è già accaduto, succederà ancora: tutto normale, o quasi.

Eppure i fischi a Rotondi, e più ancora i sibili di contestazione al sindaco Sergio Cofferati, rappresentano qualcosa in più che non l’insofferenza di quella sinistra irriducibile al galateo delle cerimonie pubbliche. Quindi non pare opportuno trattare la giornata di ieri come un modesto graffio sulle convenzioni politiche. Che ci siano frange della sinistra che non tollerano di vedere celebrata la ricorrenza della tragedia dai rappresentanti di un governo di destra è un’ovvietà. Si potrà criticare un atteggiamento che ha condotto a una specie di resistenza contro il ministro Alfano e lascia intendere la sostanziale inadeguatezza morale del governo in carica a presenziare alla liturgia pubblica annuale. Tuttavia ci troviamo dentro la psicologia politica, in una gamma di antipatie storicamente spiegabili, anche se stilisticamente poco eleganti.

Invece i fischi a Cofferati costituiscono qualcosa in più, perché pur con una loro carica di emotività si iscrivono nella sfera della politica. Intendono rappresentare un giudizio, vogliono specificare una diversità rispetto al primo cittadino di Bologna, al partito a cui fa riferimento, alle modalità della sua azione di governo.

E qui allora la questione diventa tutt’altro che locale e psicologica. I fischi di Bologna testimoniano che esiste effettivamente il problema rimosso delle due sinistre: da una parte la sinistra di governo, cioè il Pd, e dall’altra una sinistra che non ha intenzione di accettare il Pd nemmeno come interlocutore politico. Non basta allora sostenere che la protesta contro Cofferati è una conseguenza del modo con cui il sindaco ha gestito la sicurezza (i raid sul Lungoreno contro gli insediamenti illegali e insicuri, gli sgomberi di aree urbane periferiche occupate abusivamente, i tentativi di normalizzare le enclave tribali della zona universitaria).

Se fosse questione soltanto di una critica verso il decisionismo del sindaco difficilmente si sarebbe arrivati ai fischi. In realtà la contestazione a Cofferati si iscrive nell’alone di catastrofe in cui si è dissolta la Sinistra Arcobaleno alle elezioni politiche di aprile. La scomparsa della rappresentanza parlamentare della sinistra critica non ha significato ovviamente la sua estinzione nella società: ha piuttosto ridotto gli antagonismi a non avere strumenti espressivi, se non nelle pieghe delle manifestazioni di piazza.

Urne vuote piazze piene, insomma. Sotto questa luce, la Bologna di ieri, con le sue frange irascibili e frustrate, identifica una sindrome della sinistra che nei prossimi mesi potrebbe acutizzarsi e aggiungere un problema nuovo ai vertici del Pd (e un problema ulteriore di strategia e di responsabilità a Paolo Ferrero, il neosegretario di Rifondazione comunista, eletto di misura dopo un congresso che ha allargato la frattura con i riformisti).

Come in altre occasioni, Bologna conferisce un riverbero particolare a questo rinnovato e sordo duello a sinistra, facendone quasi il terreno di una condizione nazionale. In parte perché in passato lo "sceriffo" Cofferati non ha mostrato esitazioni nell’accettare il conflitto con la sinistra estrema, giungendo fino alla rottura politica con Rifondazione. Ma soprattutto perché a Bologna la guerra delle due sinistre viene illuminata con una luce più cruda, che fa bruciare le ferite passate e attuali: a poche centinaia di metri da Piazza Maggiore, infatti, c’è la casa di Romano Prodi, ossia il leader che per tredici anni ha costruito una piattaforma politica centrata proprio sullo sforzo di integrare in un solo schieramento, prima con l’Ulivo e poi nell’Unione, tutta l’area che si stende dal centro alla sinistra. I fischi bolognesi mandano a dire, non solo simbolicamente, che il dilemma fra la «vocazione maggioritaria» del Pd e un sistema di alleanze a sinistra rappresenta più che mai il punto di sofferenza dell’opposizione. Qualcosa di irrisolto, e forse irrisolvibile, ma la cui semplice esistenza rende labile l’equilibrio degli assetti politici, più vulnerabile l’opposizione a Berlusconi, e poco competitivo qualsiasi progetto di alternativa al potere della destra. Insomma, la città che era stata l’orgoglio del Pci, cioè di una sinistra facile da interpretare, da accogliere o da respingere, oggi ricorda a tutto il paese che la separazione «consensuale» di Walter Veltroni con la sinistra antagonista non è riuscita. Le sinistre sono separate, abitano case diverse, nutrono rancori sanguinosi e rimpianti frustrati tipici delle unioni spezzate. Sulla linea frastagliata di una frattura già avvenuta, e non integralmente sanabile, si gioca il loro futuro. Fingere che non sia un problema politico, o che come problema politico sia un problema minore, significherebbe negare l’esistenza della realtà: ma Bologna esiste, con i suoi fischi e le sue polemiche, e sarà bene capire che esiste anche il problema.
Ultimo aggiornamento ( lunedì 01 settembre 2008 )
 
< Prec.   Pros. >