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Le nazioni violente PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedì 11 febbraio 2008

Claudio Magris, Kosovo e identità intollerante. Le nazioni violente, in «Corriere della Sera», 11 febbraio 2008, pp. 1 e 33.

 

 

Un grande e illu­minato padre dell'idea di na­zione, Giusep­pe Mazzini, la concepiva come un'identità frater­namente solidale con le altre; la sua Giovine Italia non è pensabile senza la Giovine Europa in cui do­veva armoniosamente in­serirsi. Ogni nazione ap­pariva, in questo disegno, non solo rispettosa, ma pure bisognosa delle altre, come lo è ogni voce in un coro, inconfondibi­le ma intonata in accordo con tutte le altre. Un altro geniale fonda­tore dell'idea di nazione, Herder, amico di gioven­tù di Goethe, vedeva l'umanità come un gran­de albero, di cui le diver­se nazioni erano elemen­ti costitutivi, distinti ma organicamente connessi, come le foglie le radici la corteccia. Un'unità orga­nicamente articolata, del­la quale la letteratura era l'espressione fondante e in cui la canzone popola­re lettone si affiancava all'Iliade come una viola a una quercia. La nazionalità non è un atavico e deterministi­co retaggio di sangue; è un dato culturale, un sen­timento spontaneo di ap­partenenza; è ciò che uno sente di essere. L'identità non è un dato arcaico e immutabile, ma è sem­pre in divenire, afferma Roberto Toscano; appar­tiene al fare prima che all'essere, ha scritto Predrag Matvejevic.Se volessimo determi­nare l'identità nazionale in base a criteri razziali e al Dna - in questo caso meno affidabile di un in­no patriottico - ci perderemmo in una giungla di atomi etnici, in quel buio dell'origine che Nietzsche ci ha insegnato a considerare non già miti­camente fascinoso, bensì insignificante. «Ho passa­to la vita a scartare identi­tà diverse», ha detto a Guido Santevecchi Moni­ca Ali, scrittrice bengale­se di lingua inglese che vi­ve a Londra, criticando l'irrigidimento sia degli immigrati sia dei britan­nici.Nella visione di Herder o di Mazzini, le nazioni dovevano essere concor­di. Nella realtà le cose so­no andate in modo oppo­sto; la storia dell'idea di nazione - mirabilmente tracciata da Federico Chabod - e l'affermazione del principio di nazionali­tà sono una serie di con­flitti, oppressioni, riven­dicazioni, deliri di supe­riorità culturale o razzia­le, lividi e vendicativi complessi di inferiorità, odi viscerali e fautori di violenze, sino alla strage e al genocidio. La nazio­ne è divenuta nazionali­smo ossia snazionalizza­zione di altre; il patriotti­smo ha negato se stesso capovolgendosi in sciovi­nismo e portando talvol­ta a rovina la patria, co­me è avvenuto in Italia col fascismo. La particolarità - ha scritto Matvejevic - non è ancora un valore, è una realtà sulla quale si può costruire un valore. Quan­do la particolarità - o, per usare un termine ca­ro alla retorica odierna, la diversità - viene vissu­ta quale un valore in sé, essa è già latente violen­za.La violenza si scatena soprattut­to quando si confondono due prin­cipi e due realtà distinte, la nazione e lo Stato. Talora essi possono di fatto quasi coincidere, come nel ca­so della Francia; talora sono netta­mente distinti, come nel caso della Svizzera. Ma da nessuna parte sta scritto che cittadinanza e nazionali­tà debbano coincidere. Alcuni dei più grandi Stati della storia - non solo materialmente, anche cultural­mente e politicamente - sono plu­rinazionali, dall'impero romano a quello absburgico e, oggi, agli Stati Uniti, mosaico di tante stirpi diver­se.Anche gli Stati più compatti dal punto di vista nazionale compren­dono minoranze. È possibile - e sarebbe un'astrazione apportatrice di impoverimenti - tracciare confini che separino nettamente le nazionalità. Essenziale, per la vita civile di un Paese, è la piena tutela delle minoranze, il loro diritto for­male e la loro possibilità reale di sviluppare liberamente la propria lingua, la propria cultura, la pro­pria nazionalità. La delirante prete­sa di fare di ogni nazionalità uno Stato - barbarico richiamo della foresta che sembrava esorcizzato dai processi di aggregazione e unifi­cazione su basi federali - dilaga sempre più, minacciando nuove sciagure.

Una mina immediata è costituita dall'imminente indipendenza del Kosovo, che era stata esclusa dal no­stro governo quando l'Italia aveva partecipato alla vergognosa guerra del Kosovo, intrapresa contro colo­ro - i serbi - che in passato aveva­no oppresso gli albanesi, ma che in quel momento erano semmai gli oppressi, e dunque intrapresa in soccorso dei vincitori. Nascerà così nel Kosovo un mini stato, in cui non sarà possibile vivere a nessun serbo e di cui il leader Thaci, ex guerrigliero di quell’Uck di cui si so­no viste molte fotografie marziali ma nessuna significativa azione mi­litare, sta cercando di inven­tare una bandiera. France­sco Battistini ha illustrato l'effetto a catena che l'indi­pendenza del Kosovo può provocare: Abkhazia, Ossezia, fiamminghi e/o vallo­ni, bretoni e via di seguito e Alberto Ronchey ha sottoli­neato il pericolo di nuovi, sanguinosi conflitti nell'ex Jugoslavia.

Chi ha mai detto che ogni grup­po etnico deve costituire uno Sta­to, quale è il confine, la misura di un gruppo nazionale che voglia di­venire uno Stato? I tremila queni, i duecentomila sorbi, gli ottocentoventidue cici? Non è il numero che conta; per quanto numericamente modesta, ogni comunità naziona­le, ogni minoranza deve essere pie­namente tutelata. Ma non per que­sto è possibile che diventi uno Sta­to. Nei micro-stati, sorti per feb­bre identitaria e nazionalista, le minoranze, inevitabilmente esistenti al loro interno, sarebbero esposte a pesanti oppressioni; in un even­tuale Stato basco i numerosi spa­gnoli viventi nel suo territorio sa­rebbero assai meno tutelati di quanto lo siano oggi i baschi in Spagna. Se si inizia a scindere ogni comunità nelle sue componenti - etniche, religiose, di qualsiasi genere - non sì finisce più o si fi­nisce per arrivare al singolo indivi­duo, diverso da ogni altro. Ma, co­me dice un'esilarante storiella di Moni Ovadia, neppure questo ba­sta, perché pure ogni individuo è straniero a se stesso e vorrebbe tante volte espellere una parte di sé dal suo essere.

La corsa di ogni gruppo naziona­le a Stato è tanto più grottesca og­gi, in un'epoca nella quale la cosid­detta globalizzazione spinge tanti individui dai più diversi continenti in altri Paesi, creando situazioni in cui la fedeltà affettiva alle proprie origini - alla propria lingua, alle proprie tradizioni - può realizzar­si soltanto nell’integrazione nel nuovo Paese. Gli Stati Uniti o la Francia, il Paese per eccellenza del­la grande Nation, sono fortemente costituiti da cittadini provenienti da altre parti del mondo o da terri­tori metropolitani di altra stirpe, che si sentono profondamente cit­tadini americani o francesi, consa­pevoli di preservare in tal modo la loro cultura molto meglio dei pate­tici separatismi.

La nazionalità è un valore caldo: lingua, consuetudini, canzoni, pae­saggi, cibi. Lo Stato è un valore fred­do: leggi, regole, sicurezza e assi­stenza sociale. Si amano i valori cal­di, ci si commuove per una canzo­ne natia, non per un articolo di un codice. Ma è quest'ultimo che permette a ognuno di cantare, com­muovendosi, le sue canzoni.

 

 

Alberto Melloni, Il senso dei genocidi. I grandi crimini commessi in nome di una bandiera

 

 

Montesquieu nel trattato De l'esprit des lois indicava le scelte a disposizione dello Stato conquistatore: annettersi il vinto, dividerlo oppure «sterminarne tutti i cittadini». Di quella che per il filosofo era una opzione conosciamo le fattispecie, dal popolicidio di Babeuf al Metz Yeghern, «il grande crimine» contro gli armeni, il cui oblio sembrava ad Hitler un viatico per la «soluzione finale». Tentato genocidio che «dimenticato» lo fu sempre meno, dalla perpetrazione in poi, in una progressione che ha percorso arte, letteratura, storia e il «cinema» nel senso di Lanzmann. Studiare i genocidi per comparazione è diventato dopo la Shoah un esercizio ambiguo: osceno, se dietro ad esso si nascondono blasfeme contabilità autoassolutorie; necessario, se come fa Purificare e distruggere di Jacques Sémelin (Einaudi), riesce a denudare meccanismi tragicamente «attuali» senza retorica e senza secondi fini. Sémelin mette in parallelo il genocidio nazifascista degli ebrei, quello dei tutsi nel Rwanda, quello dei musulmani nella ex Jugoslavia. Un parallelismo pignolo in cui anche l'autopsia dell'orrore di una vicenda riesce a dire qualcosa dell'altra, senza riduzionismi faciloni d'una cultura che si smacchia la coscienza con poco e senza le estensioni pseudo-psicanalitiche al conflitto israelo-palestinese di un Saramago. Sémelin si concentra dapprima sull'innesco: cioè sull'auto-vittimizzazione che porta persone apparentemente normali a diventare gli assassini del prossimo, nella convinzione - generata politicamente, culturalmente o teologicamente - che l'altro sta finendo di tramare con lo stesso fine. E poi - perché le mani sentono più dell'anima - Sémelin analizza il massacro: il momento nel quale gli assassini si nascondono dietro vocabolari sopportabili (come il lessico del «pubblico servizio», la metafora della «caccia», l'eufemismo dei «pacchi» che a Srebrenica indica i gruppi di uomini da liquidare). Perché il genocida non si chiede mai perché ha «fatto» cose atroci, ma al massimo perché le ha «dovute» fare, in un clima banalmente normale, di cui i tribunali internazionali non riescono ad intercettare i linguaggi, di cui Sémelin dà gli alfabeti e di cui forse un giorno un Lanzmann d'Africa o balcanico ci darà un ritratto dai contorni terribilmente famigliari. 
Ultimo aggiornamento ( lunedì 11 febbraio 2008 )
 
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