Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
L’ultimo passo della nuova destra PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
venerdì 22 agosto 2008

Massimo Giannini, L’ultimo passo della nuova destra, in «La Repubblica», 1 maggio 2008, pp. 1 e 37.

 

 

Un ex missino eletto dall’«aula sorda e grigia» è la fine e l’inizio della nostra «rivoluzione conservatrice». Con fini alla presidenza della camera si chiude il ciclo della costituzionalizzazione reale della vecchia destra italiana, e si apre quello della trasformazione finale della nuova destra berlusconiana.

Il «traghettamento» di An oltre l'abisso del neofascismo di matrice evoliana o almirantiana, benché troppo veloce e tutto sommato neanche troppo dolo­roso, è infine compiuto e legittimato da un riconoscimento istituzionale. L'uscita dal ghetto (o dalle «fogne», come i missini di al­lora definivano la loro «alterità», subita ma insieme anche voluta) è definitiva e irre­versibile. La pretesa «sfida culturale» del post-fascismo, cioè di quello che nell'89 Piero Ignazi chiamava «il polo escluso», è sostanzialmente vinta, benché non sia co­stata la giusta ma immensa fatica che è sta­ta invece sistematicamente richiesta al post-comunismo. Di più: ora si riformula quasi come sottintesa «egemonia politi­ca».

Il discorso di Fini a Montecitorio riflette questo passaggio che a suo modo, e senza enfasi, si può effettivamente definire stori­co. Il leader di An ha fatto di tutto per ane­stetizzarlo, adottando un profilo di assolu­ta pragmaticità e rifiutando ogni possibile solennità. Per lui il conto col passato si è chiuso con il lavacro di Fiuggi, nel gennaio del '95. Non ci sono altri peccati da confes­sare, né altre colpe da espiare. Per lui, a di­spetto delle poche croci celtiche appese al collo dei suoi luogotenenti e dei molti salu­ti a braccio teso del suo «popolo» al Campi­doglio, lo «sdoganamento» è avvenuto al­lora. E da allora lui e i suoi elettori hanno smesso di essere «figli di un dio minore», per diventare quello che sono oggi, per ri­conoscimento congiunto degli elettori e degli eletti: classe dirigente. C'è del vero in questa rappresentazione, anche se natu­ralmente la realtà è un po' più complessa. Ma tant'è.

Il passo cruciale che, nelle parole di Fini, testimonia la metamorfosi dalla «destra di lotta» alla «destra di governo» sta ovvia­mente nel riconoscimento del 25 aprile e del primo maggio come date fondanti del­la nostra vicenda repubblicana. La Festa della Libertà e la Festa del Lavoro. Due ri­correnze con le quali «si onorano valori condivisi», e sotto le quali si possono sep­pellire per sempre «le ideologie del '900». Da vecchio presidente di An Fini potrà an­che qui rivendicare la piena continuità con le «Tesi politiche» di An del '94, che sotto il titolo «Sciogliere tutti i fasci» (e sia pure at­traverso una troppo comoda «liquidazio­ne» contestuale dei valori del fascismo e dell'antifascismo) riconoscevano l'antifa­scismo come «momento storicamente es­senziale per il ritorno dei valori democrati­ci che il fascismo aveva conculcato». Ma da nuovo presidente della Camera Fini ha fat­to uno sforzo ulteriore di ridefinizione identitaria, che non era scontato e va salu­tato positivamente. Anche se si è ben guar­dato dal pronunciare le due parole-chiave, Fascismo e Resistenza, senza le quali il 25 aprile è declinato come semplice «Festa di Libertà», senza dire da che né spiegare gra­zie a chi. Ma in una stagione in cui purtrop­po l'antifascismo non porta più voti, come ha inequivocabilmente dimostrato il ver­detto delle urne, conviene accontentarsi del buono che passa il Parlamento. In que­sta chiave gli interventi di Fini ieri, quello di Schifani il giorno prima e lo stesso messag­gio di Berlusconi lanciato proprio il 25 apri­le segnano un promettente cambiamento di fase, che spiazza e scavalca (una volta tanto al centro) gli editorialisti troppo sprezzanti dei giornali «cognati» e i revisio­nisti troppo zelanti della ridotta forzista.

Fini, responsabilmente, auspica una «le­gislatura costituente». L'impianto del suo ragionamento sorregge l'auspicio. Mail re­sponso del 13 aprile, per la sua indiscutibi­le nettezza, lo profila in modo assai diverso da come qualcuno, prima del voto e sull'i­potesi di un pareggio, aveva immaginato. Niente larghe intese, niente commistioni di ruoli, niente zone grigie. C'era chi aveva profetizzato che l'uomo di Arcore avrebbe lasciato a Letta Palazzo Chigi, avrebbe con­cesso una Camera all'opposizione, avreb­be inventato una nuova Bicamerale o una Commissione Attali. Niente di tutto que­sto. Il Cavaliere è il dominus, unico e in­contrastato sulla scena: ha stravinto le ele­zioni, si prende tutto e assegna le parti in commedia. E l'apertura al dialogo con il centrosinistra sconfitto non è il cedimento a una logica di pari dignità, ma il proponi­mento dell'esercizio di una piena sovra­nità. Tanto è vero che il coinvolgimento del Pd veltroniano (unico interlocutore prima è dopo le elezioni) avviene «a chiamata» e secondo convenienza. Sulla generica ne­cessità di «fare le riforme», o sulla specifica esigenza di riscrivere i regolamenti parlamentari o magari alcune parti della Carta del '48. La legge elettorale (un'unanime «porcata» solo fino a pochi mesi fa) è già uscita dall'agenda perché questa riforma «l'hanno fatta gli italiani con il loro voto». Di nuovo: c'è del vero in questa rappresen­tazione, anche se naturalmente la realtà è un po'più complessa. Ma tant'è.

La nuova legislatura, costituente o meno che sia, nasce in effetti all'insegna di uno spirito collaborativo. Andrà dimostrato con i fatti, ma a giudicare dai segnali incro­ciati che arrivano dai neo-eletti presidenti delle due Camere c'è comunque un bel sal­to di qualità rispetto al minaccioso «non faremo prigionieri» e a tutti gli altri anatemi guerreschi dei due cicli precedenti, 1994 e 2001. Anche perchè, per tornare alla «lun­ga marcia» che riportato il delfino di Ai-mirante dai Campi Hobbit a Montesarchio nel '77 fino al soglio della terza carica dello Stato nel 2008, questa apertura di gioco de­mocratico avviene finalmente nel solco della Costituzione. Anche il tributo che Fini ha reso a Giorgio Napolitano non era preventivamente scontato né banalmente rituale. È il segno che si riconoscono le pre­rogative del presidente della Repubblica, si apprezza il suo ruolo di garante super partes, si riconosce la sua funzione insostitui­bile nel bilanciamento dei poteri. La com­piuta parlamentarizzazione della destra può coincidere con la condivisa costituzionalizzazione delle riforme. È una buona notizia per la Repubblica italiana.

Com'è una buona notizia, al netto della sterile apologetica patriottarda del Ven­tennio e della nevrile retorica nazionalista dell'exMsi, il tributo che Fini ha reso al Tri­colore. Nello strano impasto culturale che cementa la nuova destra berlusconiana, l'unità e l'identità della nazione che il lea­der di An adotta come vessillo diventa allo stesso tempo un presidio istituzionale dentro il governo e un paletto politico den­tro la maggioranza. Se si pensa che Umber­to Bossi solo due giorni fa ricordava che i fu­cili della Padania sono sempre caldi, e solo due anni fa invitava a usare la bandiera ita­liana come carta igienica, si può almeno formulare una speranza: da ieri, forse, ab­biamo fatto un altro passo avanti sulla stra­da della normalizzazione politica. Ora è davvero Terza Repubblica. Difficilmente potrà essere peggiore della Seconda. 
Ultimo aggiornamento ( giovedì 28 agosto 2008 )
 
< Prec.   Pros. >