
| Ma lo storico vive dentro la storia. Filologia e morale sono essenziali nel ricostruire il passato |
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| Scritto da Redazione | |
| martedì 29 luglio 2008 | |
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Giuseppe Galasso, Il confronto Ginzburg-Davidson. Ma lo storico vive dentro la storia. Filologia e morale sono essenziali nel ricostruire gli eventi passati, in «Corriere della Sera», 27 luglio 2008, p. 29.
Che c'è di nuovo?, chiederei, per dire con schiettezza, come più che mai si conviene per il rispetto dovuto agli interlocutori, la mia reazione al dibattito fra Carlo Ginzburg e Arnold J. Davidson, moderatore Pier Aldo Rovatti, per la rivista Aut Aut (il Saggiatore), su «Il mestiere dello storico e la filosofia», ampiamente riportato dal Corriere di giovedì scorso. I problemi storici e storiografici di cui vi si parla sono pur quelli sui quali si è arrovellata la riflessione europea dai tempi ormai lontani del positivismo. E questo, per la verità, non basta. Quel che Ginzburg definisce pre-giudizio (staccando i due termini), e che precisa poi essere l'ipotesi di lavoro da cui lo storico non può non partire, è una condizione del lavoro scientifico nota almeno dai tempi di Galilei (e, sia detto per inciso, l'ipotesi di lavoro non è un «giudizio» preesistente; è, semmai, un «giudizio», a voler proprio usare questo termine, qui incongruo, provvisorio e soggetto a continue riformulazioni in corso d'opera). Allo stesso modo, l'insistere sul rapporto tra cognizione e valutazione nel lavoro dello storico mi richiama la regola che giornalisti saccenti insegnano come propria del loro mestiere: distinguere fatti e commenti. Come se il modo di presentare i fatti non contenesse in sé fatalmente un giudizio. I giornali francesi del marzo 1815 parlavano del ritorno di Napoleone dall'Elba definendolo via via il mostro, l'usurpatore e, infine, l'imperatore. È una novità? E lo «straniamento» teorizzato per lo studioso rispetto ai testi? Sarebbe «un atteggiamento che ci fa guardare a un testo come a qualcosa di opaco». Traduco per quanto capisco: diffidare della lettera e del significato immediato del testo e mantenerne sempre attivo un vaglio critico. E che cosa, dai tempi almeno di Lorenzo Valla, fa e insegna a fare la filologia, della quale si parla anche qui, ma che non è nata ieri, e neppure l' altro ieri? Ginzburg dice bene che nel lavoro storiografico «meno si parla di morale meglio è». Ha ragione, ma va intesa qui per morale il pregiudizio (pregiudizio qui in senso proprio) moralistico. Lo storico che fa il proprio mestiere è sempre un uomo intero, totus homo, e non può resecare da sé una parte, e metterla da parte: ora mi spoglio delle mie opinioni, idee, sensibilità in fatto di morale, e valuto le cose prescindendone. In realtà, lo storico subisce il condizionamento storico che subiscono tutti, uomini e cose, vivendo nella storia, e fuori del quale non sono neppure pensabili, e Ginzburg dice cose giuste al riguardo, ma nella scia, mi pare, anche qui, di idee non recenti. E la dialettica del distante/vicino nel lavoro storico, non s'intende più presto e meglio se assorbita nel problema della cosiddetta «contemporaneità della storia»? Tralascio, comunque, altri punti (tra cui quello della «traducibilità», ossia il problema di identificare e interpretare il senso di ciò che leggiamo o ascoltiamo, su cui Ginzburg svolge considerazioni fra le sue migliori qui) e vengo al punto sottostante, mi pare, alla natura dei problemi discussi: il punto della verità che nel lavoro storico - si dice - traspare o non traspare per spie e indizi, è implicita o esplicita, pura o non pura, oggettiva o soggettiva. Ma nel lavoro storico la verità è anch'essa un dato storico. Si forma nel dibattito assiduo e dialettico degli studi e delle discipline che li coltivano, e di tutta la vita morale e culturale dell'uomo nel corso del tempo. Non è mai una verità definitiva, una prigione da cui non si possa più evadere. Certo, la nostra verità sulla storia romana è più complessa, profonda e attendibile di quella di Livio o di Tacito, che tuttavia resta per sempre la loro verità, della quale anche noi viviamo e senza la quale, o dimenticandola, neppure la verità nostra sarebbe nata e si manterrebbe. Relativismo? Non vi sarebbe nulla di male, ma non è questo. Un autore a me molto caro lo disse come meglio non si potrebbe: «Il concetto della verità come storia modera l'orgoglio del presente ed apre le speranze dell'avvenire; e sostituisce alla disperata coscienza di strappare il velo a ciò che sempre sfugge e si cela, la coscienza del sempre possedere ciò che sempre si arricchisce» nel succedersi delle umane vicende ed esperienze. |
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| Ultimo aggiornamento ( martedì 29 luglio 2008 ) |
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