| Mantova: abolita la borsa di studio dedicata a un ex Rsi |
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| Scritto da Redazione | |
| sabato 03 novembre 2007 | |
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Antonella Ambrosioni, I soviet di Mantova dicono “niet” alla pacificazione. Abolita la borsa di studio dedicata a un ex Rsi nella Scuola Luisa Levi, in «Secolo d’Italia», 2 novembre 2007, p. 10.
Il repubblichino e la fanciulla ebrea non potranno mai coesistere sotto il tetto di una scuola, neanche per una buona causa come un borsa di studio, neanche a distanza di oltre sessant’anni dagli eventi storici che hanno lacerato una memoria storica che ancora oggi qualcuno ha l'interesse a mantenere strappata. Una dimostrazione tra le tante dell'impossibilità di una riconciliazione degli animi proviene da un istituto scolastico di Mantova. Istituire una borsa di studio di 800 euro è impossibile se la scuola è intitolata a "Luisa Levi", una fanciulla ebrea morta nei campi di concentramento nazisti di Bergen Belsen, e la borsa di studio è intitolata alla memoria di un uomo, Ferruccio Spadini, maggiore della Guardia nazionale repubblicana durante la Rsi, morto fucilato dai partigiani il 13 febbraio del '46. L'iniziativa dei nipoti di Spadini, grazie agli occhiuti dirigenti dell'Anpi, del presidente della comunità ebraica Fabio Norsa e delle istituzioni cittadine tutte in mano alla sinistra è stata cancellata quattro giorni fa: il consiglio di istituto della scuola ha respinto l'iniziativa, pur se a maggioranza risicata, come apprendiamo da Repubblica. La triste morale per un paese che ritiene di avere raggiunto la maturità democratica è che un privato cittadino non può istituire un'iniziativa benefica intitolata alla memoria di un congiunto, ammette sarcastico il professor Roberto Chiarini, presidente dell'Istituto storico della Rsi, «se la borsa di studio è in memoria di un militante della Rsi, ossia di un "nemico perenne". Non si può continuare ad umiliare i vinti in una perpetua condanna nel girone infernale degli infami...». Purtroppo - prosegue Chiarini - tutti i gesti simbolici proposti per riconciliare gli animi, come anche quello di Letizia Moratti di creare un sacrario comune per tutti i caduti della guerra civili, hanno avuto una serie di risonanze politiche che le hanno stroncate sul nascere. Per fortuna sono rimasti in pochi a pensarla così. I giovani sono molto più avanti di chi ora è chiamato a decidere. È vero che non si possono avere le stesse ragioni ideali in comune, ma è altrettanto vero che si può avere una storicizzazione in comune, che contestualizzi un periodo storico dal quale sono poi nate le risorse morali e intellettuali per costruire la nostra democrazia», conclude Chiarini. È evidente che sul termine democrazia, sulle regole che presiedono la libera e civile convivenza nella società, ci sia ancora molto da lavorare. Infatti, spiega lo storico allievo di De Felice, Giuseppe Parlato «Se la storiografia ha fatto enormi passi in avanti nella lettura senza paraocchi del passato, lo stesso non si può dire della cultura diffusa e dei comportamenti quotidiani. Questo perché tra storiografia e vita sussiste un'intercapedine politica che fa sì che della storia si faccia spesso un uso improprio, come un'"arma contundente"». Va ricordato che il maggiore Spadini è stato riabilitato da una sentenza giunta post mortem, in un iter processuale portato avanti con amore e determinazione dai nipoti. «Grazie alla testimonianza - ci racconta Carlo Mareari, presidente provinciale di An a Mantova, che ha seguito la vicenda dall'inizio - di tre ex partigiani, Spadini è stato scagionato dall'accusa di concorso in omicidio e riconosciuto come moralmente integro, uno che aveva salvato molte vite». A tal proposito «qualche parola di rispetto andrebbe detta anche alla famiglia Spadini – incalza Parlato – che ha vissuto per decenni con il peso di una condanna, poi rivelatasi ingiusta. Con questa vicenda si è persa l'occasione di fare un passo in avanti sul piano della riconciliazione che tutti invocano a parole». Una riconciliazione che, ironia della sorte, a Mantova si respira tra la gente «che è un bel pezzo avanti rispetto alle istituzioni cittadine», racconta Maccari. «Le persone qui guardano avanti e avevano accolto con favore un'iniziativa che non voleva affatto mettere sullo stesso piano vincitori e vinti, visto che la st0ria i giudizi li ha dati da un pezzo. Anzi, dall'iniziativa sarebbe emersa con maggiore risalto la figura di Luisa Levi, facendo capire ai ragazzi quante vittime innocenti i totalitarismi abbiano mietuto». La vicenda si spiega anche in un clima politico insano: «Mantova è città di frontiera con la rossa Emilia - spiega Maccari - e a molti non piace che le istituzioni mantovane non siano state in grado di stabilire un clima di odio ideologico. Di qui il tentativo di mestare nel torbido con la complicità di molti giornali locali che hanno gridato allo scandalo per un'iniziativa che era stata approvata in precedenza dalla scuola senza difficoltà e che aveva già avuto uno studente vincitore».
Luca Angelini, Mantova. L'iniziativa partitada una scuola intitolata a una vittima dei lager. «Offende la memoria dell'Olocausto». Sospesa la borsa di studio dell’ex Rsi, in «Corriere della Sera», Lombardia, 2 novembre 2007, p. 13. MANTOVA - La borsa di studio della discordia non sarà più assegnata. Questione di nomi. Troppo stridente il contrasto fra quello della scuola che l'assegnava, Luisa Levi, l'Anna Frank mantovana, morta a 14 anni a Bergen Belsen nel 1944 e quello cui era intitolata la borsa, Ferruccio Spadini, insegnante di lettere ma anche ex maggiore della Repubblica di Salò, giustiziato (e poi riabilitato) per un rastrellamento che in realtà non aveva mai ordinato. A decidere il passo indietro, dopo che la borsa di studio “Ferruccio Spadini" era già stata assegnata una volta, nel giugno scorso, è stato il consiglio d'istituto della scuola mantovana. Motivo? L'accostamento dei due nomi «avrebbe oggettivamente avuto il significato di associare la memoria di Luisa Levi e delle vittime dell'Olocausto con quella di una delle figure storiche che in buona sostanza rappresentava il regime dei persecutori» proponendo «una sortia di revisione storica non autorizzata, non accettabile e non compatibile con le finalità dell'istituzione scolastica». Interpretazione forzata, secondo Barbara Spadini, nipote di Ferruccio e maestra proprio all'istituto Luisa Levi: «Il revisionismo lo lasciamo agli storici - dice -. Noi volevamo solo ricordare nostro nonno come uomo di cultura e la vera sconfitta è che un premio alla cultura non venga assegnato». Di diverso parere Fabio Norsa, presidente della Comunità ebraica di Mantova: «Credo che la memoria abbia bisogno di chiarezza, non di confusione. E questa borsa di studio ha invece creato polemiche e confusioni a non finire». Norsa però lancia anche un ponte alla famiglia Spadini: «Perché non trasformano la donazione per la borsa di studio in un contributo alle manifestazioni che, meritoriamente,la scuola Luisa Levi organizza ogni anno per la Giornata della Memoria?». Ma anche i parenti di Luisa Levi si dividono. Se il cugino Leonello ha difeso la borsa di studio, parlando di strumentalizzazione del nome della cugina, altri familiari hanno invece espresso «disagio, sconcerto e avvilimento» per l’assegnazione del premio. |
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| Ultimo aggiornamento ( sabato 03 novembre 2007 ) |
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