
| Mario Taliani: avventure e prigionia di un diplomatico in Cina |
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| Scritto da Redazione | |
| domenica 18 luglio 2010 | |
Sergio Romano, Avventure e prigionia di un diplomatico in Cina, in «Corriere della Sera», 23 maggio 2010, p. 37.
In una delle prime riunioni del governo della Repubblica di Salò vennero approvati molti «schemi di decreto» riguardanti il collocamento a riposo dei diversi ambasciatori che non vollero aderire al nuovo regime prestando giuramento di fedeltà al Duce. E tra questi, l’ho scoperto per caso, vi fu anche un omonimo conterraneo della provincia di origine di mio padre, l’allora ambasciatore in Cina Francesco Maria Taliani. Con il proprio rifiuto, contrariamente a quanto fecero molti suoi consoli e collaboratori, Taliani finì con il trascorrere gli anni 1943-1945 come internato in un campo di prigionia dei giapponesi. M. Taliani Caro Taliani, L’8 settembre del 1943 il suo omonimo era ambasciatore presso il governo fantoccio che i giapponesi avevano creato nella Cina occupata dalle loro truppe e viveva a Shanghai in una villa affittata dopo il trasferimento della rappresentanza diplomatica da Pechino. Quando giunse la notizia dell’armistizio firmato con gli Alleati, vi erano nel porto della città tre navi italiane, il Conte Verde e due cannoniere, a cui il governo Badoglio aveva ordinato di autodistruggersi. La prima fu semiaffondata, le altre si arenarono. I giapponesi ritennero Taliani responsabile di quell’atto «ostile» e lo rinchiusero nella sua villa sino a quando non giunse anche a Shanghai la notizia che Mussolini, nuovamente libero, aveva costituito la Repubblica Sociale e invitato i diplomatici italiani ad aderire. Cominciarono allora parecchi interrogatori durante i quali alcuni ufficiali giapponesi, accompagnati dai loro vassalli cinesi, cercavano di persuadere Taliani, con lusinghe e minacce, aÈ accogliere l’invito di Mussolini. Durarono sino al giorno in cui ricevette la visita di due giapponesi vestiti di nero e di un cinese in abito da cerimoniale. Impacciato, il cinese gli consegnò una «grossa busta coperta di bei caratteri». Era il telegramma con cui Mussolini gli comunicava che «con decreto in corso di registrazione era stato collocato a riposo a decorrere dal 16 ottobre». Da quel momento l’ambasciatore d’Italia divenne a tutti gli effetti un nemico e venne rinchiuso in un campo di concentramento con molti stranieri e altri italiani che avevano rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale. Lei troverà queste e altre notizie, caro Taliani, in un libro autobiografico, più letterario che politico, pubblicato da Mondadori nel 1949 sotto il titolo «È morto in Cina». Vi troverà, insieme a molti ricordi degli anni precedenti, la descrizione della vita nel campo, le angherie patite, il lavoro coatto, le privazioni e infine la notizia della sconfitta del Giappone fra detenuti pazzi di gioia e carcerieri impietriti, fra cui qualcuno fece harakiri. Aggiungo che Taliani aveva già avuto durante la sua carriera un altro momento avventuroso. Era accaduto a Pietrogrado, durante la rivoluzione del marzo 1917, quando gli insorti dettero l’assalto all’Hotel Astoria e il giovane Taliani (era nato nel 1887) meritò una medaglia di bronzo per avere contribuito «a mettere in salvo nei locali dell’ambasciata donne e bambini, con grande rischio della sua persona». Ai ventuno mesi prigionia succedettero alcune settimane di caos durante la quali Taliani cercò di rimettere insieme i pezzi della comunità italiana di Shanghai. Poi, agli inizi di settembre, arrivò un telegramma in francese di Alcide Gasperi, allora ministro degli Esteri nel governo di Ferruccio Parri, che lo elogiava «per il suo fermo atteggiamento durante una così lunga e grande prova». |
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| Ultimo aggiornamento ( martedì 20 luglio 2010 ) |
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