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Molti nemici, poco onore PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
domenica 04 novembre 2007

Dal 5 al 19 novembre si tiene al Teatro Dal Verme a Milano la rassegna «La parola contesa», sul tema del «Ricordare» - il 5 novembre - interverrà tra gli altri il filosofo Tzvetan Todorov. 

Tzvetan Todorov, Molti nemici, poco onore. Tra islamo-fascismo e risposte come Guantanamo, si esasperano le contrapposizioni trasformando in conflitti le differenze tra culture. L’idea della inevitabile guerra di tutti contro tutti è falsa e pericolosa,

in «Il Sole-24 Ore», 4 novembre 2007, p. 31. 

In questi tempi, sempre più spesso si sentono voci alzarsi per metterci in guardia contro la comparsa di un nuovo nemico, designato con varie etichette,la più frequente delle quali sembra esse­re l'islamo-fascismo. Il termine "nemico" ha un significa­to chiaro e semplice quando viene ap­plicato in una situazione di guerra: de­signa il Paese il cui esercito tenta di conquistare il nostro e che, di conse­guenza, è pronto ad annientarci. Co­me risposta, cerchiamo a nostra volta di neutralizzarlo e di distruggerlo. A questo punto l'omicidio smette di es­sere un delitto e diventa un dovere. I regimi totalitari, tuttavia, facevano un uso ben più ampio del termine "ne­mico"; durante la mia infanzia comu­nista vivevamo in pace, eppure senti­vamo parlare quotidianamente di ne­mici. La mancanza di successi economici veniva invariabilmente imputa­ta ai nemici esterni, primi fra i quali gli imperialisti anglo-americani, e ai nemici interni, spie e sabotatori, no­me quest'ultimo attribuito a tutti colo­ro che manifestavano un entusiasmo insufficiente nei confronti dell'ideolo­gia marxista-leninista. Il regime totali­tario imponeva il vocabolario bellico in situazioni di pace e non ammetteva sfumature: ogni persona diversa era percepita come un avversario, ogni avversario come un nemico, che era legittimo, lodevole addirittura, ster­minare come un parassita. A tale visione del mondo andrebbe­ro innanzitutto rimproverate carenze morali e intellettuali. L'odio è un senti­mento umano, certo, ma non ne conse­gue che un nemico sia indispensabile a un'affermazione dell'identità - né indi­vidualmente, né collettivamente -. Per definirsi, e anche per vivere, un es­sere umano deve situarsi rispetto agli altri, però questa relazione non si ridu­ce alla guerra: amore, rispetto, richie­sta di gratitudine, imitazione, invidia, rivalità, contrattazione sono caratteri­stiche umane quanto l'odio. Come ogni visione manichea che esclude po­sizioni terze, la divisione tra amici e ne­mici semplifica eccessivamente i rap­porti umani. Tende a trasformare un gruppo in un capro espiatorio, respon­sabile di tutti i nostri mali. Inoltre la riduzione dei rapporti in­ternazionali alla coppia "alleati-ne­mici" è ben lungi dal garantire la vit­toria dell'ideale che si intendeva di­fendere. Oggi gli attentati terroristi­ci contro gli Stati Uniti giustificano agli occhi dei loro governanti la tortura sistematica nella prigione di Abu Ghraib o nel campo di Guantanamo e l'abbandono dei princìpi che fonda­no lo Stato di diritto, un atteggiamen­to che a sua volta legittima agli occhi dei loro nemici nuovi atti terroristi­ci, ancora più letali. Così ciascuno mette a posto la coscienza dell'altro. Il risultato è una contaminazione proprio con il male che si voleva combattere. È il nemico che ci guadagna se pur di sconfiggerlo se ne mutuano le caratteristiche più orrende. Dal suo punto di vista, se la brutalità aumenta i vantaggi sono più che compensati dalla perdita di prestigio morale e politico (i professionisti della guerra con qualunque mezzo sottovalutano sempre la potenza delle idee e delle passioni). Al contempo, la chiusura in un' opposizione frontale condanna il nemico ad azioni ancora più estreme, come fa mostra l'evoluzione del conflitto israelo-palestinese. Una vittoria militare contro il "nemico" non equivale a convincere un popolo della bontà di una causa: è questa la lezione, del trattato di Versailles nel 1919, della battaglia di Algeri nel 1957, dell'occupazione di Ba­ghdad in quest'inizio di secolo. Colo­ro che stigmatizziamo come nemici sono umani quanto noi; mettere in pe­ricolo la loro stessa esistenza non ba­sta a proteggerci da loro. Come sfuggire all'ingranaggio nel quale ci trascina il modello del nemico proiettato sulla complessità del mon­do? Non accontentandoci di cambiare nemico (l'altroieri il capitalismo mon­diale, ieri il comunismo, oggi l'«islamo­fascismo», come fanno gli ex gauchi­stes diventati falchi, difensori aggressi­vi del "mondo libero"), bensì rinun­ciando al pensiero manicheo. E anche spostando l'accento dall'attore all'at­to: invece di congelare le identità collettive in essenze immutabili, convie­ne analizzare le situazioni, sempre par­ticolari. C'è soltanto da guadagnarci: non sono le identità ostili a provocare i conflitti, ma i conflitti a rendere ostili le identità. I popoli hanno un'identità molteplice e malleabile, mentre le guerre li costringono ad attenersi a una dimensione unica, e ciascuno a im­pegnare l'intero suo essere nella lotta per sconfiggere il nemico. Le situazio­ni, invece, non si lasciano racchiudere in opposizioni semplicistiche e resta­no irriducibili alle categorie del bene e del male. Non solo è falsa l'immagine del mondo come di una guerra di tutti contro tutti, contribuisce anche a ren­derlo più pericoloso. 

Ultimo aggiornamento ( domenica 04 novembre 2007 )
 
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