Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Mussolini a Villa Savoia, il perdente rassegnato PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
domenica 07 dicembre 2008

Sergio Romano, Risponde Sergio Romano: Mussolini a Villa Savoia, il perdente rassegnato, in «Corriere della Sera», 4 dicembre 2008, p. 37.

 

Vorrei conoscere la sua opinione circa i motivi per cui Mussolini si recò dal re Vittorio Emanuele il giorno dopo il Gran Consiglio che di fatto lo esautorò da Capo del Governo. Non pensa che la versione ufficiale che vuole Mussolini chiedere o pensare a un reincarico, quasi non rendendosi conto dell’accaduto, sia riduttiva per il personaggio? Perché non ha chiesto l’intervento della divisione corazzata di camicie nere di stanza ad Ostia? Dove pensava potesse approdare questa crisi? Massimo Biscioni Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

 

Caro Biscioni,

 

  Alla sua prima domanda è facile rispondere. L’appuntamento settimanale con il re era una consuetudine istituzionale a cui il capo del governo non si era mai sottratto; e la riunione notturna del Gran Consiglio a Palazzo Venezia giustificava pienamente l’incontro. Mussolini sapeva che Vittorio Emanuele sarebbe stato informato e desiderava farlo lui stesso con le sue parole e le sue interpretazioni. Fu colto di sorpresa quando il sovrano gli chiese di dimettersi e gli annunciò che la responsabilità del governo sarebbe stata attribuita al maresciallo Badoglio? Furono chieste e date assicurazioni? Furono presi impegni e fatte promesse? Fu affrontato il problema delle funzioni che il partito fascista e la Milizia avrebbero avuto in questa nuova fase della politica italiana? Fu fatto qualche cenno alla posizione personale di Mussolini? Per rispondere a queste domande dovremmo conoscere meglio il tenore della conversazione che si svolse quel giorno nello studio del re a Villa Savoia. Le versioni esistenti sono tutte «di parte» e quindi da prendere con le pinze. Non resta che lavorare di fantasia e tentare d' immaginare quale fosse lo stato d' animo di Mussolini in quelle circostanze. Quelle che seguono, caro Biscioni, sono soltanto le mie personali impressioni. Quando varcò la soglia di Villa Savoia, Mussolini sapeva (ma non lo avrebbe confessato probabilmente neppure a se stesso) che l’Italia aveva perduto la guerra e che il Gran Consiglio del fascismo aveva sfiduciato il suo Duce. Forse prevalse in lui, quando il re gli chiese di dimettersi, un sentimento di sollievo per il peso che gli veniva tolto dalle spalle. Forse pensava che la transizione sarebbe stata soffice e che il fascismo sarebbe sopravvissuto in una forma o nell’altra nell’ambito dello Stato italiano. Forse sperava che il re e Badoglio gli avrebbero assegnato un ruolo nobile e decoroso ai margini della vita politica. Dopo l’arresto e il trasferimento nell’isola di Ponza dovette capire che la situazione sarebbe stata alquanto diversa. Ma l’uomo che parla pacatamente con i suoi custodi durante le settimane che precedono la liberazione dalla residenza obbligata del Gran Sasso non sembra meditare rivincite e vendette. È un uomo rassegnato che attende passivamente lo sviluppo degli eventi. Mussolini cambia, naturalmente, dopo l’arrivo in Germania e la costituzione della Repubblica Sociale. Ha parlato con Hitler e sa che l’Italia occupata rischia di essere trattata come la Polonia. Ha constatato che il suo ritorno ha suscitato le attese di una parte, sia pure minoritaria, del Paese. È attratto dall’idea di un «ritorno alle origini» socialiste e rivoluzionarie del fascismo. Vede in se stesso il salvatore dell’onore della patria. Vuole sperare che le armi segrete permetteranno alla Germania di vincere la guerra. Sa che non potrà governare, ma spera che la propria presenza al vertice dello Stato possa essere utile al Paese. E non confesserà mai, naturalmente, il sentimento di sollievo con cui aveva accolto a Villa Savoia la notizia della sua destituzione. 
Ultimo aggiornamento ( domenica 07 dicembre 2008 )
 
< Prec.   Pros. >