| Nella mente del dittatore. Vanesio e indeciso o freddo giocatore: storici a confronto |
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| Scritto da Redazione | |
| lunedì 28 aprile 2008 | |
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Dario Fertilio, Nella mente del dittatore. Vanesio e indeciso o freddo giocatore: storici a confronto, in «Corriere della Sera», 26 aprile 2008, p. 29.
Che c'è, insomma, nella mente di un dittatore? Meglio: che cosa c'era in quella dell'uomo cui l'Italia, per amore o per forza, fu costretta ad affidarsi durante un ventennio? Incertezza, tendenza ad assecondare l'ultimo che gli parlava, indecisionismo a oltranza, bisogno quasi patologico di consenso: così descrive le caratteristiche psicologiche di Mussolini lo storico Piero Melograni, interprete e commentatore del materiale ora raccolto in dvd col titolo La storia del fascismo. Un ritratto che sembra fatto per infiammare le discussioni. Tanto più che Piero Melograni, sabato scorso, ha lanciato la proposta di sostituire il termine «fascismo» con quello di «mussolinismo», a sottolineare la scarsa consistenza dell'ideologia e l'identificazione del regime con la personalità del capo.Indeciso a tutto, succube della personalità luciferina del Führer, innamorato più del boato degli applausi che dello scopo da perseguire? È vero il contrario, secondo Arrigo Petacco. Il quale, se proprio lo si costringe ad avventurarsi sul terreno della psicologia, preferisce ricorrere all'immagine del giocatore d'azzardo. «La vita di Mussolini - afferma Petacco - è costellata di bluff. Con un'armata Brancaleone che un plotone di carabinieri sarebbe stato sufficiente a disperdere, riuscì a realizzare la marcia su Roma». Che però venne presa tremendamente sul serio. «...Ma non troppo - ricorda sempre Petacco - tanto è vero che lo squadrista Mino Maccari, fermato con la sua armata a Orte dove passò la notte nel timore che arrivassero i carabinieri, pronunciò la famosa frase "o Roma o Orte", dove Orte stava a indicare la stazione buona per tornare a casa». A Orte, tuttavia, gli squadristi non ci tornarono e la mano di poker, quella volta, Mussolini la vinse alla grande... «E non fu l'unica. Nel '34 spedì due divisioni fantasma al Brennero e riuscì a spaventare Hitler, salvando l'indipendenza austriaca per altri quattro anni, anche se poi fatalmente Vienna avrebbe dovuto arrendersi all'Anschluss». E ancora dimostrò sangue freddo a Monaco, dove «riuscì a intimidire Chamberlain e Daladier, facendo il gioco di Hitler. Insomma, il Mussolini di Petacco, coerente con il profilo psicologico del giocatore, raddoppiava ogni volta la posta convincendosi d'essere invincibile, finché... «arrivò la guerra. Fu allora che, pensando come tutti che la Germania avrebbe vinto in fretta, e bastasse qualche migliaio di morti per sedersi al tavolo dei vincitori, puntò sulla carta sbagliata». Un errore talmente catastrofico da generare poi l'immagine di una personalità indecisa e succube di Hitler. «E invece - afferma Petacco - giocatore d'azzardo era, e tale rimase. Coerentemente con il personaggio che incarnava, la faccia del Duce era minacciosa, ma lui in mano aveva il due di picche, e i piedi erano d'argilla». Però nessuno se ne accorse e la sua personalità crebbe ancora: come si spiega? «Con la simpatia istintiva degli italiani per il "dritto" che alla fine la spunta. E anche perché, se lo confrontiamo con gli altri due dittatori, Mussolini risulta più simpatico. Non dimentichiamolo, lui è l'uomo che nel '35, quando il ministro degli Esteri dell'impero britannico Anthony Eden andò a trovarlo, lasciò aspettare l'azzimato ospite per mezz'ora, quindi lo ricevette per congedarlo con la frase celebre "mai visto un cretino vestito così bene". Che poi avesse visto giusto riguardo a Eden, lo si poté constatare molti anni più tardi, al momento della crisi di Suez». Ma allora, fu indecisionista e narciso, questo Mussolini, oppure un duro e determinato finisseur da poker col morto? Una via di mezzo fra i due personaggi, verrebbe da osservare ascoltando Paolo Simoncelli. Perché se le annotazioni psicologiche sul Duce lasciano sempre spazio a un po' di colore italico, come giudicare - ricorda Sirnoncelli - l'ambiente che lo circondava? «Il suo partito era filo-tedesco, il ministro degli esteri filo-inglese mentre il re, il più paradossale di tutti, anti-tedesco e contemporaneamente incapace di sopportare i francesi». Due scene, secondo Simoncelli, servono a evocare quell'atmosfera surreale; sono tratte dall'album dell'entrata in guerra, entrambe datate 10 giugno 1940, più o meno intorno «all'ora segnata dal destino» che batteva «nel cielo della patria». La prima: il giurista Piero Calamandrei, intellettuale di prima grandezza attento alle vicende politiche, annota nel suo diario perplesso: «L'entrata in guerra: perché? Contro chi?». La seconda si sintetizza invece in uno scambio di battute a Roma, in via Nazionale, fra il liceale fascista Carlo Mazzantini e suo zio Arnaldo Volpicelli, uno dei teorici, con Ugo Spirito, del corporativismo italiano. Chiede lo zio: che succede, che cos'è questa confusione? Hanno proclamato la guerra, risponde il nipote. E contro chi?, domanda interdetto Volpicelli… C'era insomma, non poca confusione intorno a Mussolini. «Giustificata del resto - ricorda Simoncelli - da certe decisioni precedenti, come la costruzione del Vallo alpino del Littorio che avrebbe dovuto proteggere l’Italia... dalla Germania». Piero Melograni avvicina «mussolinismo» e «hitlerismo», giudicando quest'ultimo una forma diversa di leadership indecisionista, benché sostenuta da un'ideologia più robusta di quella italica. A questo proposito lo storico tedesco del nazismo, Lutz Klinkhammer, riconosce che in Germania «una certa vaghezza del Führer si abbinava alla cosiddetta "policrazia". Che consisteva - ricorda - in una gestione del potere come contenitore, utile a indicare gli obiettivi generali, ma di fatto permeabile alle iniziative dal basso, da parte di quelli che volevano realizzare quanto pensavano il Führer volesse». E quali erano gli obiettivi generali cui tutto si doveva indirizzare? «Antisemitismo e ricerca del Lebensraum, lo spazio vitale all'Est», chiarisce Klinkhammer. Fu una forma di policrazia, allora, anche quella di Mussolini? «No, perché temendo di perdere il controllo, il Duce bloccò tutte le iniziative e cominciò a spostare i gerarchi da un incarico all'altro. Sicché, a giudizio di Klinkhammer, lo stile di Mussolini fu più decisionista di quello hitleriano, e finì con l'impedire la "radicalizzazione competitiva" che in Germania faceva prevalere i peggiori. Ma ci fu il rovescio della medaglia: l'accumulo di poteri accelerò la fine di Mussolini. E il terzo grande incomodo, cioè Stalin, tratteggiato anch'egli in maniera poco "decisionista" da Melograni? «Nonostante tutto, un perfetto esempio di dittatore totalitario - secondo lo storico russo Victor Zaslavsky - e una personalità inseparabile dalle tre idee base di partito unico, statalizzazione completa dell'economia e politica estera aggressiva. Principi che lo avvicinavano molto a Hitler, se si mette la teoria dello spazio vitale al posto di quella della rivoluzione socialista mondiale. Un po' meno a Mussolini, nonostante il suo culto per gli eroi, dal momento che in Italia la statalizzazione dell’economia non avvenne e il totalitarismo, secondo la definizione di studiosi come Juan Linz e Renzo De Felice, fu imperfetto». E il ritratto psicologico? «Super-razionalista - dice Zaslavsky - e tuttavia sempre disposto a giocare su due tavoli: non per caso diventa il capo dello Stato più grande del mondo. A Secchia che gli proponeva «azioni attive» per affrettare la rivoluzione in Italia, rispose di preferire Togliatti alla guida del Pci, salvo poi tenersi lo stesso Secchia come soluzione di riserva». Le sue decisioni apparentemente contraddittorie, dunque, come «il mancato siluramento del capo dei servizi segreti militari Golikov, all'indomani dell'attacco a sorpresa di Hitler», a giudizio di Zaslavsky erano sempre passibili di una doppia interpretazione. «Giocatore d'azzardo, se mai, fu Hitler con la sua idea di guerra lampo contro l’Urss», conclude Zaslavsky. «Ma se avesse seguito i consigli di von Clausewitz non avrebbe spedito i soldati nelle steppe sovietiche...». |
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| Ultimo aggiornamento ( giovedì 01 maggio 2008 ) |
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