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Non Ŕ giusto scusarsi per le colpe dei padri. Foibe, lager, colonialismo: i crimini non si ereditano PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
mercoledý 24 dicembre 2008

Claudio Magris, Fino a che punto sentirsi responsabili: una proposta per spezzare il circolo vizioso delle recriminazioni reciproche. Non è giusto scusarsi per le colpe dei padri. Foibe, lager, colonialismo: i crimini non si ereditano, in «Corriere della Sera», 18 novembre 2008, p. 47.

 

 

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Pietro Nenni, esule in Francia, quando essa - già travolta e prostrata dall’invasione tedesca - venne aggredita nel giugno del ‘40 dall’Italia, sentì il dovere di andare dal suo vicino di casa per chiedere scusa, quale italiano, di quel disonore di cui si macchiava il suo Paese nei confronti di quello che lo ospitava. Comprensibile nel suo sentimento di vergogna, quel gesto forse non era necessario; anzi, il vicino francese avrebbe dovuto ringraziare Nenni il quale, combattendo il fascismo - col dolore di porsi così contro un regime che trascinava con sé nell’onta la sua patria - era concretamente solidale con la Francia in quel momento atterrata.

 

È doveroso, è giusto, è opportuno chiedere scusa per colpe di cui non si è responsabili, ma che ci toccano in quanto coinvolgono o hanno coinvolto in passato il Paese di cui siamo figli? Gianni Alemanno ha detto di recente, come riportato dal Corriere l’8 novembre scorso, che «la Croazia non può entrare nell’Unione Europea se non riconosce lo scempio delle foibe che è avvenuto nel suo territorio... Dobbiamo dire ai croati che se non riconoscono questa vergogna non sono nostri fratelli europei». Alemanno è un sindaco e non un ordinario di storia contemporanea e gli si possono perciò perdonare le inesattezze pasticcione contenute in quella dichiarazione, fatta in occasione di una giustissima attestazione di solidarietà alla comunità giuliano-dalmata di Roma, nata e discendente in gran parte dall’esodo dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia alla fine della seconda guerra mondiale, nel momento della riscossa e della violenta ritorsione slava nei confronti degli italiani. Anzitutto i crimini delle foibe non sono accaduti in territorio croato, bensì in territorio allora italiano e oggi, a seconda dei casi, sloveno, croato o italiano. Ma soprattutto quei crimini non sono imputabili «ai croati», in quanto nelle formazioni titoiste e fra le persone che li hanno commessi c’erano sloveni, croati, serbi e altri ancora, così come le loro vittime non erano solo italiani, bensì, per motivi ideologici, pure sloveni, croati e altri slavi di diverso colore politico. Peraltro in alcune foibe istriane - ad esempio a Vines - erano finiti precedentemente, per mano degli squadristi, slavi di quei territori. Se, riferendosi a quell’epoca, si vuol parlare della Croazia quale Stato, ci si dovrebbe riferire allo Stato croato fascista ustascia, sul cui trono c’era (pur non essendovisi mai seduto, in quanto non ritenne mai di mettere piede in quel Paese) un nostro Savoia, il duca di Spoleto e poi d’Aosta, col nome di Tomislavo II. Ma dobbiamo esigere che Mesic o Sanader se ne scusino?

A parte queste sviste, da correggere bonariamente con una matita rossa professorale come ai bei tempi della vera scuola, sorge una domanda più generale. Quando o fino a quando è giusto o necessario scusarsi per colpe commesse da altri, ma in qualche modo intessute in quella propria identità che è il proprio Paese, con tutta la sua storia di glorie e di infamie? Perché l’Italia sia degna di far parte dell’Unione Europea, Berlusconi dovrebbe forse chiedere perdono per le violenze nazionaliste (serpeggianti già prima del fascismo) perpetrate in Italia contro gli slavi, ad esempio per il feroce Lager italiano di Arbe? Obama, quando il prossimo gennaio sarà presidente degli Stati Uniti, dovrebbe chiedere scusa per la schiavitù dei neri d’America? Ritengo che non ne avrebbe l’obbligo nemmeno se fosse meno abbronzato, per citare la battuta del nostro presidente del Consiglio, il quale ha molte qualità ma non il dono di essere spiritoso. La Shoah è un orrore insuperato ed è stato detto che il fuoco acceso dai tedeschi è ricaduto sulle loro teste, ma ciò non impedisce alla Germania ora guidata da Angela Merkel (fra l’altro oggi forse il miglior presidente del Consiglio in Europa) di far parte con piena dignità dell’Unione Europea. Il problema è complesso, perché non siamo responsabili delle colpe commesse, magari in altre epoche, da nostri connazionali e governanti, ma non siamo nemmeno estranei ad esse. Nello splendido discorso col quale motivava il suo voto contro il trattato di pace - contro il quale votò pure un grande antifascista quale Leo Valiani, avverso all’iniquità di quel trattato che mutilava l’Italia delle sue terre orientali - Croce afferma che nessuno può estraniarsi, né nel bene né nel male, dalla propria patria.

Essere e sentirsi italiani significa essere costituiti da una storia che confluisce in noi e che comprende Dante e Cavour come le leggi razziali, l’eroismo degli alpini in Russia come le barbare e indiscriminate rappresaglie in Abissinia, di cui ad esempio io sono innocente ma che certo mi riguardano più di quanto riguardino un francese o un vietnamita, che a loro volta hanno i valori universali creati dalle loro civiltà e i loro scheletri nell’armadio. Assumere su di sé questo retaggio e averne consapevolezza non significa né insuperbire per il canto di Paolo e Francesca - come se l’avessimo scritto personalmente noi o come se esso ci autorizzasse a considerarci più bravi del nostro vicino - né battersi il petto, come se fossimo stati personalmente noi ad assassinare un abissino inerme o come se gli altri popoli non conoscessero analoghe viltà ed efferatezze.

Questa crociana assunzione di un’eredità spirituale è una consapevolezza morale che libera dai complessi di colpa come da quelli di superiorità o di vendetta. Essa è l’opposto di ogni aggressivo nazionalismo, perché è la coscienza dell’universale intrico di grandezza e miseria di cui è fatta ogni realtà umana (individuale, collettiva, nazionale, politica), ed è l’opposto di ogni insicurezza continuamente smaniosa di giustificarsi. Non è un caso che le cifre delle vittime - di quelle assassinate nelle foibe come pure di quelle assassinate dalle camicie nere in Dalmazia come di quelle di tanti altri massacri - vengano spesso gonfiate ed esagerate quasi con compiacimento, per l’acre soddisfazione di poter dire al nemico (o, ancor peggio al pronipote del nemico) che lui è un po’più assassino di noi, che noi gli abbiamo ucciso due fratelli, ma lui, per nostra fortuna, ce ne ha uccisi tre.

Se ci sono autori di gravi crimini in libertà, vanno puniti senza riguardo nemmeno alla loro veneranda età, perché la canizie non è un salvacondotto, e le ideologie che hanno fomentato quei crimini vanno combattute senza tregua, ma non si può presentare eternamente il conto delle offese patite ai discendenti di chi le ha inferte, e questo vale per tutti. Solo quando ci si è gettato dietro alle spalle il dolore subito, senza dimenticarlo ma senza permettere che esso soffochi la mente e avveleni il cuore - dice Rebecca nel Rosmersholm di Ibsen - si è liberi.  
Ultimo aggiornamento ( mercoledý 14 gennaio 2009 )
 
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