Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Il passato che non passa
I luoghi della destra e la sinistra senza luoghi PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedì 01 giugno 2009

Ilvo Diamanti, I luoghi della destra e la sinistra senza luoghi, in «La Repubblica», 3 maggio 2009, pp. 1 e 25.

 

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La Destra - il Centrodestra, per usare un linguaggio politicamente corretto - ha fatto del territorio un fondamento della propria identità. Per la Lega Nord è il più importante. Un riferimento costitutivo. Reso visibile da una presenza territoriale diffusa. Attraverso i gazebo, i volontari in divisa, le stesse ronde (talora in camicia verde). Il federalismo fiscale, approvato dal Parlamento la settimana scorsa, contribuisce a rafforzare questa immagine. Non è possibile sapere, oggi, in che misura garantirà, effettivamente, l’autonomia responsabile delle regioni e degli enti locali. Tuttavia, si tratta di una bandiera piantata sul territorio. Per usare un ossimoro: un "simbolo pratico", che fa sembrare reali e attuali gli effetti di una legge approvata, ma non ancora in vigore.

Anche il principale partito di Destra (pardon, Centrodestra), il PdL, ha accentuato sensibilmente il rapporto con il territorio, facendone quasi un marchio. Non tanto perché l’aggregazione tra Fi e An ha disegnato una geografia elettorale precisa e complementare a quella della Lega. Quindi: centro-meridionale. Ma perché il PdL ha sviluppato e sta sviluppando una politica "localizzata": profondamente associata ai "luoghi". È questa, a nostro avviso, la principale ragione del successo di pubblico - se non di critica - riscosso da Silvio Berlusconi dopo aver vinto le elezioni. Ciò può apparire singolare e quasi paradossale. Berlusconi è il Signore dell’Immagine. Della "politica come marketing". Il suo territorio coincide con lo "spazio mediatico". Anzitutto con la televisione. Non per caso, negli ultimi giorni, è stato coinvolto da polemiche relative alle candidature in vista delle prossime elezioni europee. Selezionate, alcune, non in base alla "presenza" nel partito e sul territorio. Ma alla "bella" presenza. E basta.
Ultimo aggiornamento ( sabato 13 giugno 2009 )
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Bolzano, gli Schutzen e il 25 aprile PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedì 01 giugno 2009

Corrado Augias, Bolzano, gli Schutzen e il 25 aprile, in «La Repubblica», 23 maggio 2009, p. 47.

 

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Caro Augias,

leggo su Repubblica del 19 maggio una notizia da un lato preoccupante, dall’altro lato ridicola: i nostri amabili concittadini di lingua tedesca dell’Alto Adige (quelli, per intenderci che detestano gli Alpini e si divertono a far sfilare gli Schutzen) vogliono togliere la dicitura «Repubblica Italiana» dai documenti scolastici. Fino a quando dovremo tollerare che questi gentiluomini continuino a portar via soldi al resto d’Italia utilizzando agevolazioni assai cospicue e contemporaneamente a sputare sul piatto nel quale mangiano? Qualche tempo fa, entrai in un bar di quelle parti e chiesi un caffè. Il barista mi disse in tedesco che non capiva «il napoletano» (testualmente). Gli risposi in italiano che se non mi dava il caffè avrei chiamato i Carabinieri. Capì benissimo la parola «Carabiniere», e diventò subito gentile. Mi resi conto che l’unica società che costui concepiva è quella autoritaria. Non mi meraviglia quindi che il vicesindaco di Bolzano dichiari che la Resistenza ai nazisti non lo riguarda. Nerio Nesi presidente Associazione Riccardo Lombardi

 

 

 

Nella provincia autonoma di Bolzano si sono avuti negli ultimi mesi diversi segnali di inquietudine. Alcuni preoccupanti.

Ultimo aggiornamento ( venerdì 12 giugno 2009 )
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L’incubo di Albino, figlio di Mussolini PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedì 01 giugno 2009

Corrado Augias, L’incubo di Albino, figlio di Mussolini, in «La Repubblica», 27 maggio 2009, p. 32.

 

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Cortese dott. Augias,

ho visto il bel film di Bellocchio ‘Vincere’. Mi hanno disturbato le risatine da «bambini scemi» durante la prima parte quando Filippo Timi tratteggia il giovane Benito e l’atmosfera che lo circondava. Che Mussolini avesse personalità e carisma da leader non lo scopro certo io, che fosse un cialtrone lo testimonia lui medesimo, come capita a tutti i cialtroni che non possono uscire da sé stessi neanche volendo. Resta drammatico il rapporto che si instaura fra quel personaggio e un popolo che lo riconosce come guida. Accade talvolta che questi «burattinai» siano in realtà dei «burattini» che ad un certo punto si scollegano dai fili di chi crede di poterli tenere alla giusta distanza. Tutto ricade sulle spalle del popolo che non sempre ha i mezzi per riconoscerli per ciò che sono. L’attualità del film di Bellocchio è da questo punto di vista sconvolgente. Che abbia sin qui raccolto maggiori consensi all’estero, dove lo possono guardare con sereno distacco, che non in Italia, dove richiamando alla memoria il passato, si alza come un potente grido di allarme, forse è, allo stato delle cose, inevitabile. Vittorio Melandri Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo

 

 

‘Vincere’ come ha benissimo riferito la nostra Natalia Aspesi da Cannes, racconta la vicenda di Ida Dalser, giovane donna trentina (nata nel 1880) che Mussolini avrebbe sposato con rito religioso e dalla quale nel 1915 ha avuto un figlio (Benito Albino) da lui regolarmente riconosciuto. Credo di capire da dove siano venute le ‘risatine’. Nella prima parte il rapporto trai due amanti è descritto in tutta la sua passionalità. Mentre però nella donna (interpretata da Giovanna Mezzogiorno) c’è dedizione completa.

Ultimo aggiornamento ( mercoledì 10 giugno 2009 )
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Intellettuali e fascismo: i difficili conti col passato PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
giovedì 28 maggio 2009

Romano Sergio, Intellettuali e fascismo: i difficili conti col passato, in «Corriere della Sera», 20 maggio 2009, p. 8. 

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Il Domenicale del Sole 24 Ore ha pubblicato un articolo di Paolo Rossi dove si dice che la tesi del nicodemismo di Eugenio Garin (secondo cui gli intellettuali durante il fascismo avevano recitato la parte dei fascisti, ma erano in realtà sinceramente antifascisti) è falsa. Rossi dice anche che l'uscita dal fascismo non fu un lungo viaggio, ma una fuga precipitosa da un treno che andava verso la catastrofe per salire velocemente su un altro che andava nella direzione vincente. Dichiara anche che «tutti i miei coetanei non solo sono stati fascisti, ma hanno anche accettato la tesi del nicodemismo». Rossi è del ' 23 e dice che solo pochi, nati in famiglie antifasciste, furono antifascisti. L'articolo è di quelli che dovrebbe suscitare un dibattito, anche perché Garin e Rossi sono stati decisivi per la storia della filosofia e Rossi ha sempre fatto dichiarazioni di antifascismo vibranti. Donata Casali, Arezzo

 

 

 

Cara Signora,

Ho letto l'articolo di Paolo Rossi e completo la sua lettera con qualche informazione che aiuterà i lettori a meglio comprenderne l'interesse. Eugenio Garin, storico della filosofia rinascimentale, fu allievo e amico di Giovanni Gentile, ma divenne più tardi uno dei maggiori intellettuali della sinistra azionista e comunista. L'espressione «nicodemismo» allude a un personaggio del Vangelo di Giovanni, Nicodemo, che fece visita a Gesù nel mezzo della notte e lo riconobbe «maestro venuto da Dio», ma preferì non confessare pubblicamente la propria fede. Nicodemisti sarebbero quindi, secondo Garin, gli antifascisti prudenti che scrivevano nelle riviste del regime e ne accettavano i favori accademici, ma erano, nell'intimo delle loro coscienze, avversari del sistema politico in cui vivevano. Per spiegare questo atteggiamento Rossi ricorre anche all'espressione «dissimulazione onesta», dal titolo di un breve trattato di Torquato Accetto pubblicato a Napoli nel 1641.

 

Ultimo aggiornamento ( lunedì 08 giugno 2009 )
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1919, Mussolini battezza i Fasci di combattimento PDF Stampa E-mail
Scritto da elena   
giovedì 28 maggio 2009

Franco Tettamanti, 1919, Mussolini battezza i Fasci di combattimento, in «Corriere della Sera», 20 maggio 2009, Corriere Lombardia, p. 8.

Una domenica come tante quella del 23 marzo del 1919. Una pioggerellina fastidiosa e un’animazione inconsueta in piazza San Sepolcro. Un viavai di persone dirette a Palazzo Castagni. Un centinaio, forse più, quelle che prendono posto nel salone messo a disposizione dall’Alleanza industriale e commerciale di Milano.

L’invito all’assemblea era stato ufficializzato dal Popolo d’Italia, giornale diretto da Benito Mussolini, con un articolo che annunciava: «Sarà creato l’antipartito, sorgeranno i Fasci di combattimento». Da tutta Italia erano arrivate non più di quattrocento adesioni. Il 21 marzo era stato siglato l’atto ufficiale di costituzione. Firmato da tre ex socialisti: Mussolini, che era stato esponente dell’ala rivoluzionaria del partito che a Milano era arrivato nel 1912 ed era stato nominato direttore dell’Avanti e da Ferrari e Ferradini. Due sindacalisti: Bianchi e Giampaoli e due arditi della Prima guerra, Vecchi e Meraviglia. Semplici le parole d’ordine: «Rivoluzione e Patria».

Nel salone di Palazzo Castagni l’adunata di ex combattenti, giovani, qualche operaio e qualche imprenditore, intellettuali, curiosi, poliziotti in borghese. I delegati una cinquantina o poco più e Milano non baderà troppo a quella domenica di primavera. Nell’aria e per le strade c’è il malcontento sociale, le difficoltà della smobilitazione, le proteste e gli scioperi, la disoccupazione e l’aumento preoccupante dei prezzi. Milano vive giorni difficili.

Alla fondazione dei Fasci di combattimento il Corriere della Sera dedicherà solo una ventina di righe. La sede del nuovo movimento (sino al 1921) sarà in via Paolo Da Cannobio, in una vecchia casa di ringhiera che sarà ribattezzata «il Covo» e che negli anni del regime sarà meta di quotidiani pellegrinaggi.

Ultimo aggiornamento ( domenica 07 giugno 2009 )
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