Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Il passato che non passa
Perché Vittorio Emanuele III firmò le leggi razziali PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
sabato 10 luglio 2010

Romano Sergio, Perché Vittorio Emanuele III firmò le leggi razziali, in «Corriere della Sera», 6 luglio 2010, p. 39.

 

Ascoltando le trasmissioni televisive relative alla emanazione delle leggi razziali e la dichiarazione di Vittorio Emanuele III, mi sono chiesto perché il re non si sia mai opposto a tale sciagurata aberrazione storica. In tutte le rievocazioni non è stata mai data dai conduttori tv una chiara motivazione. Può soddisfare la mia curiosità? Leo Proietti

Caro Proietti, Se razzisti sono coloro che credono nella propria superiorità razziale, non credo che la parola si adatti a Vittorio Emanuele III. Aveva avuto alcuni collaboratori ebrei, non aveva mai dato segno di fastidio per i molti generale ebrei che erano nella forze armate del Regno ed era troppo laico e cinico per credere che alcune razze fossero meglio di altre. È probabile che le ragioni della sua firma fossero diverse e che vadano piuttosto ricercate nel quadro politico italiano nel 1938. Mussolini era allora al punto più alto delle sue fortune politiche. Aveva dato un «impero» all’Italia. Era stimato e ammirato da una parte non piccola della società europea e internazionale.

Ultimo aggiornamento ( giovedì 15 luglio 2010 )
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Lapide per due gerarchi fascisti, bufera sulla delibera del Comune PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
domenica 04 luglio 2010

Enrico Bellinelli, Lapide per due gerarchi fascisti, bufera sulla delibera del Comune. L’atto di Boscolo Pecchie che «riabilita» il bisnonno. L’assessore: non erano assassini. Il Pd: irricevibile, in «Corriere della Sera, Corriere del Veneto»,18 maggio 2010.

 

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CHIOGGIA — Per l'assessore si tratta di un gesto di «riappacificazione nazionale », ma per la sezione locale dell'Anpi si tratta di un tentativo «furbesco» di «riscrivere la storia». La proposta dell'assessore alla Cultura Nicola Boscolo Pecchie di apporre una lapide in ricordo dei gerarchi fascisti Gennaro Boscolo Marchi e del nolano Mario Manlio sullo stendardo di Piazzetta XX settembre, dove i due furono impiccati il 22 maggio del 1945, sta creando in città sdegno e pure qualche imbarazzo anche nel centrodestra. Ma Pecchie apre all'Anpi e si dice pronto a «modificare l'atto amministrativo». L'episodio feroce e brutale della loro uccisione da parte dei partigiani è ricordato nel libro di Giampaolo Pansa Il sangue dei vinti. Marchi, bisnonno di Nicola Pecchie, fu fatto annegare nel canal Vena. Pare gli fu fracassata la testa con una macchina da scrivere, e poi appeso allo stendardo. Manlio si risparmiò l'annegamento e fu impiccato con la testa intera. Tutti i partigiani che furono testimoni di quel giorno a Chioggia «sono ormai morti », come ricorda Giorgio Varisco di Rifondazione, ma l'Anpi fa leva sui giovani e dirama una nota in cui solleva il caso. La proposta di una lapide in ricordo delle «vittime delle violenze del 22 maggio 1945» è inserita una una delibera quadro che assegna a luoghi della città privi di toponomastica i nomi di personaggi o di ricorrenze meritevoli di ricordo.

Ultimo aggiornamento ( domenica 04 luglio 2010 )
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Balbo, l'anti-Duce che non voleva entrare in guerra PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
sabato 26 giugno 2010

Francesco Perfetti, Balbo, l'anti-Duce che non voleva entrare in guerra, in «Il Giornale», 22 giugno 2010.

 

Il 28 giugno 1940, pochi minuti dopo le 17,30, nel cielo di Tobruk si verificò la tragedia che sarebbe costata la vita al Maresciallo dell’Aria, Italo Balbo. Quel pomeriggio il Governatore della Libia si trovava, con altre otto persone (fra le quali il suo amico di sempre, Nello Quilici, chiamato in Africa per redigere il diario della guerra) a bordo di un trimotore S. 79. L’apparecchio, seguito da un secondo velivolo, era decollato da Derna. Dopo circa una mezz’ora di volo giunse in vista del campo di atterraggio nella cinta fortificata di Tobruk, che poche decine di minuti prima era stato attaccato da una quindicina di aerei inglesi, che avevano provocato, oltre a danni materiali, anche diversi morti. Il velivolo di Balbo, non riconosciuto, fu colpito dalla batteria contraerea italiana e precipitò in fiamme.
La notizia della tragica morte di Balbo giunse in Italia poche ore dopo la tragedia. Badoglio, allora Capo di Stato Maggiore Generale, fu avvertito per telegramma dal comando delle Forze Armate in Africa Settentrionale, e Mussolini venne informato mentre stava ispezionando i reparti sul fronte alpino. Già all’epoca, e anche negli anni successivi, si parlò di un complotto per togliere dalla scena politica una personalità di rilievo del regime, e, soprattutto, un potenziale avversario del Duce al quale non aveva fatto mistero della sua irriducibile opposizione alla promulgazione delle leggi razziali e della sua contrarietà a imbarcarsi nell’avventura bellica. Tuttavia, le inchieste ufficiali e ufficiose - e anche le ricostruzioni storiografiche - esclusero l’ipotesi di un attentato politico e confermarono che si trattò di un drammatico errore.

Ultimo aggiornamento ( sabato 26 giugno 2010 )
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Da Mussolini a Moro, il valore della gioventù in politica: una «linfa vitale». PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
mercoledì 23 giugno 2010

Pierluigi Battista, Da Mussolini a Moro, il valore della gioventù in politica: una «linfa vitale». Ma oggi i giovani scelgono strade diverse per affermare la propria identità. E la politica rischia la gerontocrazia, in «Corriere della Sera», 22 giugno 2010.

 

Pur appartenendo a generazioni diverse e forti di orientamenti culturali decisamente divergenti tra loro, Mussolini, Togliatti, Moro e Giovanni Paolo II consideravano tutti la gioventù «una linfa vitale», una fonte di rigenerazione e di rinnovamento dell’impegno politico, sociale e morale. Le parole di Mussolini fanno parte del drammatico discorso in Parlamento con cui il fascismo, dopo la crisi apertasi con l’assassino di Matteotti, si consolidava come «regime» e diventava compiutamente una dittatura: ma Mussolini non aveva alcun dubbio di interpretare gli ideali della «gioventù» in politica. Togliatti sembrava invece animato da una tentazione pedagogica, dalla necessità per il suo partito di trasmettere insegnamenti etici e politici ai giovani che si avvicinavano ad esso. Moro pronunciò quelle parole nel ’69, a ridosso della contestazione giovanile del Sessantotto, per segnalare i pericoli che la politica, chiusa ai fermenti giovanili, potesse avvizzirsi e non ricevere più l’ossigeno del rinnovamento: i giovani, diceva, rappresentano una «necessità vitale».

Ultimo aggiornamento ( mercoledì 23 giugno 2010 )
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Le foibe e il confine orientale: pagine di storia complesse da raccontare. PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
mercoledì 23 giugno 2010

Giovanni Belardelli, Le foibe e il confine orientale: pagine di storia complesse da raccontare. Sui manuali di storia pochi accenni a vicende entrate solo di recente a far parte della memoria collettiva, in «Corriere della Sera», 22 giugno 2010.   

Le vicende legate al nostro confine orientale nei decenni che vanno dal patto di Londra del 1915 al 1954, quando Trieste tornò all’Italia (e anzi fino al trattato di Osimo che nel 1975 riconobbe ufficialmente questa soluzione), rappresentano una delle pagine di storia italiana più densa di passioni, di dolore, di lutti. Rappresentano anche, inevitabilmente, una pagina particolarmente complessa da raccontare, sulla scorta dei pochi accenni che vi dedicano i manuali di storia. Allo studente era infatti richiesto di richiamare le modalità attraverso cui la Venezia Giulia e l’Istria entrarono a far parte del confine italiano dopo la fine della Grande guerra (con l’appendice determinata dall’annessione della città di Fiume nel 1924). Per poi passare agli avvenimenti drammatici legati alla conclusione del secondo conflitto mondiale, dopo che l’esercito di Tito entrava il 1° maggio 1945 a Trieste.

 

Ultimo aggiornamento ( mercoledì 23 giugno 2010 )
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