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lunedì 12 ottobre 2009 |
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Sergio Romano, Cianetti, fascista di sinistra che votò contro Mussolini, in «Corriere della Sera», 7 settembre 2009, p. 29.  Dei gerarchi fascisti che sfiduciarono Mussolini nel Gran Consiglio del 1943, tutti gli imputati, presenti o in contumacia, furono condannati a morte, eccezion fatta per Tullio Cianetti, condannato a 30 anni di carcere. Chi fu questo fascista che prima votò l’ordine del giorno Grandi e poi ci ripensò? Quali furono le ragioni di una pena relativamente «mite» da parte della corte di Verona? Andrea Sillioni
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Caro Sillioni, Il 25 luglio del 1943, dopo la lunga seduta notturna del Gran Consiglio del fascismo, Mussolini si alzò alle 7 e arrivò a Palazzo Venezia verso le 8. Poco dopo ricevette una lettera di Tullio Cianetti, ministro delle Corporazioni, che si dichiarava contrito e ritirava il suo voto di qualche ora prima sull’ordine del giorno con cui Dino Grandi aveva proposto la restituzione al re del comando delle forze armate e dei poteri contemplati dallo Statuto albertino. Nel suo «Rapporto sul 25 luglio» Mussolini scrisse di non avere attribuito alla lettera «la minima importanza». Aveva ragione. Il ripensamento di Cianetti non avrebbe modificato il corso degli avvenimenti, ma avrebbe salvato la sua vita. I giudici del processo di Verona mandarono a morte tutti coloro che avevano firmato l’o.d.g. di Grandi, ma dettero a Cianetti 30 anni di carcere e gli fecero in tal modo, occorre aggiungere, un segnalato favore. Se non avesse ricevuto una pena detentiva e non fosse stato considerato indegno, Cianetti avrebbe probabilmente aderito entusiasticamente alla Repubblica Sociale e concluso la sua vita, con altri ministri del governo di Mussolini, sulla piazza di Dongo. Il programma sociale del regime di Salò era quello che egli aveva più volte auspicato e promosso nel corso della sua vita pubblica. |
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Ultimo aggiornamento ( lunedì 12 ottobre 2009 )
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venerdì 09 ottobre 2009 |
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Precisazioni sui combustibili “alternativi” dell’estate del ’44 (articolo pubblicato ieri sul nostro sito) inviateci da parte di un Amico del Centro: 1) “la civetteria dei parafanghi orlati di bianco”: I parafanghi erano orlati di bianco per legge. Poiché, sempre per legge, i fari degli autoveicoli erano fortemente mascherati e la stessa visibilità degli autoveicoli largamente compromessa ai fini della protezione antiarea, veramente il bianco sui parafanghi svolgeva una sua precisa e positiva funzione e l’Italia non fu la sola ad adottare la “civettuola orlatura”. |
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Ultimo aggiornamento ( venerdì 09 ottobre 2009 )
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mercoledì 07 ottobre 2009 |
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Roberto Chiarini, Garibaldi, l’eroe manipolato della Repubblica di Salò. Già celebrato dal regime fascista, il grande condottiero divenne l’emblema della svolta consumata da Mussolini, in «Giornale di Brescia», 1 ottobre 2009, p. 37. Garibaldi per i più, soprattutto per i giovani, è ormai solo il nome di una piazza, di una via o di un monumento. Eppure fino alla fine - e oltre - della seconda guerra mondiale è stata un’icona popolarissima, non solo in Italia ma in molti paesi sia d’Europa che d’America. Popolare lo era divenuto già nell’Ottocento quando ancora era in vita. La sua fama, presto ascesa a mito, si deve insieme all’eccezionalità delle sue imprese e alla narrazione che di lui venne subito offerta sia dai suoi compagni d’armi sia presto dai nostri governanti sia da lui stesso. Garibaldi costituisce, insomma, forse la prima vera star della nostra storia nazionale: conosciuto, amato e idolatrato alla pari dei nostri odierni calciatori o divi del cinema. La sua fama fu tanto larga e condivisa da venire contesa per quasi un secolo dagli opposti schieramenti: dai monarchici e dai repubblicani in età liberale, dai fascisti e dagli antifascisti nel Ventennio. Garibaldi riuscì a compiere il miracolo di infiammare - unico nella nostra storia nazionale - insieme rivoluzionari e conservatori, internazionalisti e nazionalisti, difensori dell’ordine costituito e suoi eversori. Al tempo del fascismo riuscì a confermarsi icona propagandistica imbattibile non solo per entrambi gli schieramenti in lotta tra loro ma persino per entrambe le versioni del mussolinismo: la monarchica del ventennio e la repubblicana dei seicento giorni di Salò. Già al tempo del regime il Generale era entrato tanto nel cerimoniale ufficiale, celebrato come anello di congiunzione tra Risorgimento e fascismo, quanto nell’immaginario degli scontenti della normalizzazione monarchica della «Rivoluzione fascista» come figura di ribelle coerente con i suoi ideali e insofferente nei confronti dei compromessi imposti dai «cortigiani» di Casa Savoia. Ma è con la nascita della Repubblica sociale italiana che Garibaldi si sveste completamente dei paludamenti dell’ufficialità monarchica per divenire l’emblema stesso della svolta repubblicana consumata da Mussolini. Da leale suddito dei Savoia diviene fiero sostenitore della repubblica, da condottiero votato alla vittoria passa a combattente in difesa di una causa persa, da dittatore sostenuto dal popolo intero si trasforma in indomito condottiero di una minoranza eroica. |
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Ultimo aggiornamento ( mercoledì 07 ottobre 2009 )
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lunedì 08 giugno 2009 |
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Anita Loriana Ronchi, Dai repubblichini agli orfani di Salò che fecero un '68 nero, in «Giornale di Brescia», 24 febbraio 2009, p. 25. 
Facevano irruzione nelle scuole, nelle università e nelle piazze italiane, poco dopo la fine della guerra, creando una presenza tanto rumorosa quanto inaspettata. Una folla composta da migliaia di giovani che agitavano i simboli del fascismo e ne cantavano gli inni, guidando infervorate manifestazioni studentesche e animando un movimento che, per capacità di mobilitazione e vivacità culturale, può essere addirittura considerato una specie di «Sessantotto nero». A questi giovani, protagonisti di un fenomeno che ha lasciato il segno nella vicenda della destra italiana, lo storico e giornalista Antonio Carioti ha dedicato il saggio «Gli orfani di Salò» (edito da Mursia), sui cui temi si è aperto [settimane fa] il nuovo ciclo dei Lunedì del San Carlino curato da Roberto Chiarini, con l'intervento dell'autore e del noto storico ed editorialista Sergio Romano, entrambi intervistati da Paolo Gheda, docente di Storia moderna e contemporanea all'Università della Valle d'Aosta. Esiste un'«anomalia» tutta italiana - ha rilevato l'ambasciatore Sergio Romano - nell'approccio alle complesse tematiche storiograflche: «Tra giornalismo e storia c'è una fondamentale differenza. Lo storico ha bisogno di distacco, di verificare le fonti e deve avere il minor numero possibile di pregiudizi. Il giornalista è profondamente coinvolto nelle vicende quotidiane e gli si può perdonare una certa partigianeria. In realtà ciascuno dovrebbe fare il proprio mestiere». Le ragioni dell'anomalia o malattia tutta italiana, di invasione di campo, stanno nel tasso di ideologia che ha pervaso la nostra società nel '900, per cui la storia è stata strumentalizzata a fini della politica e del potere. Un atteggiamento che avrebbe gravato proprio sull'analisi di quei gruppi giovanili che vissero l'avventura della Repubblica di Salò come un mito eroico, l'ultimo sussulto di dignità della nazione. «Il libro di Carioti è stato percepito come mirato a riscattare una generazione - ha notato Romano -. Egli ha scritto piuttosto una pagina bianca di storia italiana. I fatti raccontati sono doppiamente clandestini: perché lo furono i movimenti descritti e perché la storia ufficiale li aveva ignorati: parlarne significava attribuire loro una dignità cui non avevano diritto». Non aver studiato fino in fondo il fascismo ha però comportato che non si sia potuto nemmeno «comprenderne gli eredi». Carioti - che nella sua ricerca ha intervistato diversi «giovani dell'epoca» - riferisce che la loro era una condizione psicologica particolare: allevati per lo più nel culto di una nazione che, sotto la guida di Mussolini (visto come un semidio), avrebbe dovuto dominare il Mediterraneo e tornare ai fasti dell'antica Roma, accusarono lo choc della sconfitta bellica e soprattutto dell'8 Settembre 1943. «Questo esercito di ragazzi certo non aveva una consapevolezza politica forte - osserva Carioti -. Ma, se in Italia esiste l'esempio unico di un Movimento sociale italiano che ha rappresentato una presenza stabile in Parlamento per tutta la prima Repubblica, ciò è dovuto proprio al ruolo determinante giocato dai giovani che avevano aderito sotto la spinta politica alla Repubblica sociale». |
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Ultimo aggiornamento ( lunedì 06 luglio 2009 )
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lunedì 08 giugno 2009 |
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Roberto Chiarini, L’ultimo fascismo. In eredità la democrazia bloccata. L'Italia è stata condizionata per mezzo secolo dalla minaccia della Rsi nel sistema politico, con destra e sinistra impossibilitate a governare e il centro «condannato» a farlo, in «Giornale di Brescia», 27 aprile 2009, p. 25. 
Ogniqualvolta ritorna la questione del «passato fascista che non passa», l'attenzione si appunta quasi esclusivamente sulla nostalgia, mai davvero spentasi tra le file della destra, nei confronti del Regime e, ancor più, della Repubblica di Salò. Si dimentica che la Rsi, oltre ad essere un mito per la destra, ha costituito una permanente minaccia nell'immaginario repubblicano per i democratici, finendo con il relegare la destra nel ghetto. Il risultato è che la democrazia italiana è stata per mezzo secolo bloccata, con destra e sinistra entrambe (pur se a diverso titolo) illegittime, impossibilitate cioè a governare, e il centro viceversa «condannato» a farlo. La stagione del Centrismo Dopo l'esclusione, nel 1947, delle sinistre dal governo, la pregiudiziale antifascista ha continuato a discriminare la destra. Il clima imposto dalla guerra fredda ha spinto, però, ad enfatizzare la simmetrica e più stringente pregiudiziale anticomunista. Si può dire anzi che nella Dc si è fatta strada la preoccupazione di opporre un argine al comunismo chiamando a raccolta tutte le energie disponibili. Alla luce del sole il centrismo si contrapponeva tanto alla destra quanto alla sinistra. Al riparo dei riflettori, nei corridoi parlamentari e negli enti locali, si è per lo più resa operativa una collaborazione, anche se mai formalmente enunciata, tra centro e destre. La discriminante politica dell'anticomunismo ha fatto premio sulla discriminante etica dell'antifascismo. Sul versante di destra, l'allarme anticomunista fa mettere in second'ordine le riserve di principio sull'Occidente democratico. Le opzioni più apertamente filofasciste si stemperano nel progetto di una «grande destra» mentre finiscono per essere marginalizzati i gruppi minoritari, il più famoso ed insieme anche il più influente dei quali è destinato a diventare il Centro culturale «Ordine Nuovo». Gli anni del Centro-sinistra Il varo della formula governativa del centro-sinistra non avviene a caso all'indomani della sconfitta dell'esperimento Tambroni. La crisi del luglio 1960 dimostra che la Dc non può forzare là discriminante antifascista senza pagare pegno: senza perdere cioè la centralità nel sistema politico. Fallito l'assalto finale al centro, cadono anche quasi tutte le roccaforti costruite in periferia da Msi e monarchici. L'anticomunismo non è più in grado di reggere la strategia di un'unificazione interna della destra e di una saldatura della destra e di un saldatura della destra col centro. Nel clima rinnovato della coesistenza pacifica il fronte anticomunista si disarticola sia in Italia sia all'estero. La destra che attinge le sue suggestioni culturali al patrimonio del Ventennio ed in particolare alla Rsi, si divide tra la strategia micheliniana di un'aggregazione della destra al centro e la ricerca, confusa e solitaria ma tenacemente perseguita, di alternative «rivoluzionarie» e/o eversive alla temuta deriva comunista delle democrazie occidentali, di quella italiana in particolare. La prospettiva di un ingresso della destra nostalgica nelle istituzioni non ha più alcuna possibilità di divenire praticabile. Viceversa il radicalismo estremista trova rinforzi nell'avanzata che i movimenti di liberazione nazionale realizzano negli anni Sessanta un po' ovunque (Africa, Asia, America Latina) e si esercita su un arco indistinto di strategie: quella extraparlamentare ed antisistemica di Ordine Nuovo, quella eversiva di Avanguardia nazionale, quella terroristica di nuclei più avventurosi, alcuni dei quali si fanno forza dell’appoggio fornito loro da settori dello Stato – italiani o stranieri – interessati a destabilizzare la democrazia (strategia della tensione), mentre altri si mettono sulla strada che darà vita, alcuni anni più tardi, alle organizzazioni terroristiche storiche della destra, come i Nar o Terza Posizione («spontaneismo armato» del 1976-'82). |
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Ultimo aggiornamento ( lunedì 06 luglio 2009 )
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