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Piero Melograni: non ci fu un’ideologia fascista ma soltanto il potere personale di un dittatore PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedì 21 aprile 2008

Dario Fertilio, La verità nascosta del regime «mussolinista». Piero Melograni: non ci fu un’ideologia fascista ma soltanto il potere personale di un dittatore, in «Corriere della Sera», 19 aprile 2008, p. 29.

 

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Si comincia con il dramma delle trincee: fango e baionet­te sui fronti del '15-18, e poi quella rabbia per la «vittoria mutilata» che sarebbe presto dege­nerata in fascismo. E si finisce con la tragedia dell'aprile 1945, quando nel crepuscolo del regime si consuma­no grandi eroismi e piccole vendette da guerra civile.Tra l'uno e l'altro evento, in un ar­co di tempo da riassumere e spiega­re - anche per smontare i luoghi comuni interpretativi intorno a quegli anni - c'è lo storico Piero Melogra­ni. La sua rivisitazione del ventennio nero - una ricerca in cui ha selezio­nato, interpretato e commentato una enorme quantità di materiale con l'aiuto della giovane studiosa Federica Saini - rappresenta anche l'oc­casione dì lanciare una diversa defi­nizione del regime. Che fu in realtà, secondo il suo giudizio, «mussolinismo».

Ma c'è una differenza significativa tra i due termini?

«Certo, ed è essenziale, come compresero per primi i fratelli Rosselli: anzi, nei Quaderni di Giustizia e Libertà sostennero più volte que­sta tesi. Se vogliamo afferrare il sen­so del sistema di potere del venten­nio, dunque, conviene evitare di de­finirlo "fascista". Fu un regime mussoliniano. Perché il centro del siste­ma di consenso era rappre­sentato da lui stesso, il Duce, e nessun altro. E perché è or­mai tempo di comprendere che anche i dittatori hanno bi­sogno di consenso».

Il che si può tradurre così: il fa­scismo, in quanto sistema politi­co, non possedeva una vera e pro­pria consistenza ideologica. Infatti, osserva Melograni, «ne aveva molto meno di quella che gli è stata attribu­ita in seguito. Oltretutto, l'uomo che ne era a capo si poteva definire una persona fortemente indecisa». E di­re che secondo l'opinione corrente, compresa quella degli avversari, Benito Mussolini incarnò il "decisioni­smo". Tanto che molti decenni do­po, in circostanze diversissime, gli avversari del "decisionista" Bettino Craxi si sarebbero serviti proprio del paragone con Mussolini per attaccar­lo.

«Una fama completamente imme­ritata, quella del Duce capace di prendere sempre la decisione giu­sta» afferma Melograni. «I suoi colla­boratori, a cominciare dal capo della polizia Carmine Senise, hanno riferi­to che Mussolini subiva talmente l'influenza altrui, da dare sempre ra­gione all'ultimo che gli aveva parla­to».

Si potrebbe capovolgere lo slogan «il Duce ha sempre ragione», insom­ma, nello slogan «il Duce da sempre ragione»... «E non è solo una battu­ta. Si arrivava ad estremi incredibili: non era raro che gli accadesse di ri­spondere affermativamente a pro­getti completamente contradditori, sottoposti a lui lo stesso giorno! Una conferma diretta di un simile atteg­giamento viene da Guido Leto, il ca­po della polizia segreta fascista, la fa­mosa e lugubre Ovra».

Dunque, si trattava di una condi­zione legata alla personalità unica di Benito Mussolini, o piuttosto di un tratto comune agli altri grandi ditta­tori del suo tempo?

«Qualcosa in comune lo avevano. Il comportamento di Adolf Hitler, ad esempio, era a dir poco ondeg­giante. L'architetto Albert Speer, a lui molto vicino, scrisse che si lascia­va influenzare moltissimo da coloro che sapevano prenderlo per il verso giusto. Credo che sia corretto definirlo un incompetente accentratore, o per lo meno che questa fosse una delle sue caratteristiche peculiari».

Un bel paradosso: fascismo e na­zionalsocialismo finirono per affi­darsi entrambi a leader indecisionisti. «Ma con una precisazione: l'ideo­logia nazionalsocialista era molto più potente e strutturata di quella fa­scista».

Se ne può dedurre che una caratteristica del dittatore totalitario novecentesco sia stata quella di lasciarsi impri­gionare dal mito del consenso. Un consenso talmente "totalitario" da voler accontentare tutti, o quasi, tan­to che - secondo Melograni - «Mussolini e Hitler furono schiavi del loro stesso consenso».

In una certa misura anche Stalin si può ricondurre allo stesso profilo psicologico: «Secondo la figlia Svetlana, lo si vedeva ben poco al la­voro, nel suo ufficio. Certo era mol­to più rozzo di Mussolini. E forse persino più rozzo di Hitler».

Le loro personalità erano ben di­verse, dunque, da come oggi le im­maginiamo. Erano, si direbbe, tutti e tre schiavi del loro potere.

«Insomma - spiega Melograni - incarnavano il contrario del prin­cipio di onnipotenza. Succubi dei lo­ro collaboratori, prigionieri e spa­ventati dal ruolo che interpretava­no».

Ma questa affinità di fondo non può cancellare le grandi differenze tra l'uno e l'altro, che «furono pro­fonde, in parte ideologiche e in par­te dovute a condizionamenti geopo­litici. E influì sul comportamento dei dittatori il carattere dei loro po­poli».

Resta da stabilire se il «mussolinismo» sia stato un fenomeno real­mente «totalitario», nel senso che soppresse la società civile, o sempli­cemente «autoritario», rassegnato a convivere entro certi limiti con cen­tri di potere concorrenti. A questo proposito, secondo Melograni, «la svolta fu quella del 1938: leggi razzia­li e alleanza con Hitler. Da quel momento si può parlare di un vero totalitarismo fascista, mentre fino ad allora il ruolo dei Savoia aveva fatto somigliare piutto­sto l'Italia a una diar­chia, in cui il capo del regime condivideva il potere con il Re».

Tuttavia, se chiamia­mo «mussolinista» la dittatura, do­ve va a finire quella famosa catego­ria dell'uomo «fascista», che nel co­stume e nel linguaggio politico è so­pravvissuta quasi fino ad oggi, sia pure sotto forma di insulto? Secon­do Piero Melograni essere "fascista" equivaleva di fatto a dichiararsi fana­tico. Dunque, «più fascista di Musso­lini, confermandosi tale anche do­po, durante la Repubblica sociale». Ben diverso era invece Mussolini, «che aveva il senso della mediazio­ne, e sapeva come comportarsi... e non a caso si era fatto le ossa nel par­tito socialista».

La parabola del fascismo chiu­de dunque definitivamente con la morte del Duce?

«Sì, anche se la Repubblica Socia­le era già una cosa completamente diversa dal regime, prigioniera di fat­to della Germania. La verità è che Mussolini aspirava a una pace di compromesso fra i due blocchi in guerra, in cui lui avrebbe potuto svolgere il ruolo di mediatore».

Eccoli dunque, i tre grandi dittato­ri messi in fila da Piero Melograni, ognuno con il suo profilo psicologi­co "indecisionista". «Mussolini, Hit­ler e Stalin interpretarono ugual­mente la paura verso il mondo mo­derno, incarnarono una reazione al caos. Il che coincise, per Hitler e Mussolini, con un tentativo di ritor­no all'ordine della civiltà contadina, agricola, "verde". Lenin invece, ancor prima di Stalin, concepì il tutto come un salto a marce forzate nel fu­turo».

Ultimo aggiornamento ( martedì 22 aprile 2008 )
 
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