
| “Politici nullità. Sono loro i veri orfani di Salò" |
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| Scritto da Redazione | |
| venerdì 03 ottobre 2008 | |
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Iacopo Iacobini, Colloquio Iacobini-Vivarelli. “Politici nullità. Sono loro i veri orfani di Salò", in «La Stampa», 9 settembre 2008, p. 3.
«Questi politici sono delle nullità. Cosa vuol dire uscirsene oggi che si devono onorare i morti di Salò? Leo Valiani l'ha scritto trent'anni fa! ed è ovvio che chi ha condotto una battaglia in buona fede, senza macchiarsi di episodi criminali personali, a me sembra meriti rispetto, è solo un segno di civiltà. Ma a chi interessano ancora queste cose?». Roberto Vivarelli era a Salò, ma non è uno degli orfani di Salò, per dirla col titolo di un libro di Antonio Carioti. Ne uscì che aveva quindici anni, in seguito ha fatto lo storico democratico, scrivendo tuttavia libri molto discussi per ricostruire La fine di un stagione (Il Mulino), magari ricollegando (come nel suo ultimo saggio) Fascismo e storia d'Italia (Il Mulino), il ventennio (attenzione: non solo Salò) e la comunità nazionale che lo espresse, salvo poi liquidarlo come qualcosa di simile all'arrivo dei marziani. La calata degli icsos. «Non era così, naturalmente», racconta Vivarelli, che quindi ha le carte in regola per esprimere un certo fastidio per le ultime uscite di Alemanno e La Russa. «Che vuol dire ''male assoluto''? In storiografia non esistono mali assoluti, cos'è, Satana, il male assoluto? Alemanno si occupi di Roma, che ha tanti problemi; e La Russa della Difesa. Ma non è solo la destra, è anche la sinistra che ancora usa la storia per legittimare interessi in campo oggi. Si vive una continua retorica, e ogni forma di incoraggiamento di questa retorica, anche se viene dal presidente della Repubblica, è inopportuna. In qualunque Paese dopo cinquant'anni gli eventi vengono consegnati alla riflessione storiografica; solo da noi il passato non passa mai». Un minimo di condivisione latita tuttavia anche tra gli storici. «Il nodo più equivoco è l'8 settembre; perché è in quel momento che l'Italia si divide davvero, ma non è che il fascismo nasce lì, come si tende a far credere; dietro c'è la responsabilità di quasi l'intera comunità nazionale. Il retroterra dell'8 settembre non è il fascismo, è lo Stato italiano! Tutto questo è stato rimosso». Salò merita un discorso a parte. Lì dentro convergono cose e biografie molto diverse, spesso non strettamente fasciste. «Io ho sempre pensato che Salò non fosse l'epitome del fascismo ma un suo epifenomeno. A Salò, per dire, va Valerio Borghese, mai stato fascista, e invece non ci vanno fascisti della prima ora come Bottai, De Vecchi, Grandi. Il trauma dell'8 settembre riguarda una certa tradizione italiana per cui il valore da difendere era molto più una certa idea di fedeltà alla patria, che non il fascismo in se stesso». Come dimostrano i casi alla Cefalonia. «Aga Rossi ha scritto una monografia che lo dice molto bene, ma per il resto la storiografia fatica ancora...». Il democratico Vivarelli, intendiamoci, capì subito l'errore. «Io ho combattuto a Salò ma non sono tra gli orfani di Salò. Quando la guerra finì, a 15 anni, capii subito di aver sbagliato. Tuttavia in Italia uno strabismo c'è stato. Io ho un fratello, Piero, di tre anni più grande, che è stato nella Decima Mas ma scrive sul manifesto ed è comunista, il che ha sempre esentato le sue opinioni da una critica alla quale le mie venivano sottoposte. Sa com'è, siamo l'Italia. Orfani di Salò sembrano più i politici, che usano la storia di cinquant'anni fa per i fini di oggi». |
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| Ultimo aggiornamento ( lunedì 06 ottobre 2008 ) |
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