Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Prigionieri tedeschi, pagina nera d'Italia PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
venerdì 02 maggio 2008

Paolo Simoncelli, Prigionieri tedeschi, pagina nera d'Italia. Ricostruita la vicenda dei soldati (da 100 a 150mila) che dal 1945 al ’47 rimasero nel nostro paese e furono impiegati nei lavori di ricostruzione, in «Avvenire», 15 aprile 2008, p. 29.

 

 

E' merito di Federico Niglia aver ricordato sull'ultimo fascicolo di "Nuova storia contemporanea" una paradossale pagina di storia politico-militare tipicamente italiana: la vicenda dei prigionieri tedeschi nella penisola tra il 1945 e il '47. Vicenda paradossale, dicevamo, intanto perché rivela la patetica smania politica dei governi del sud, già nell'estate del '44, di accreditarsi come vincitori d'una guerra in corso; poi perché, nell'elenco nefando delle violenze sui prigionieri, capeggiato da Urss e Francia, noi non siamo neanche all'ultimo posto, siamo -felicemente - fuori classifica, anzi, risulta dalla documentazione reperita da Niglia che la scarsa sorveglianza cui erano sottoposti i prigionieri tedeschi e la loro pratica libertà d’azione li portava a volte ad atteggiamenti provocatori nei confronti della popolazione, infine, concentrati in Alto Adige poco prima del loro rimpatrio, dettero vita ad atti di solidarietà con gli "irredentisti" tirolesi provocando altri disordini. Paese sempre allegro il nostro!

La vicenda si sviluppò dopo la resa in Italia delle truppe di Kesserling, arresesi agli alleati, ma logisticamente affidate alle autorità italiane costrette così a far fronte ad un problema enorme. Una settimana dopo la fine della guerra, la Commissione alleata di controllo mise allora a disposizione del governo italiano un numero approssimativo di 100-150 mila prigionieri da destinare a lavori di ricostruzione, come fatto in altri paesi europei. E qui sorsero altri problemi: Bonomi presidente del Consiglio accettò, malgrado le obiezioni dei diplomatici del Ministero degli esteri che temevano che un impiego del genere avrebbe costituito un rischio per un analogo impiego dei prigionieri italiani all’estero. Per di più, la destinazione lavorativa dei tedeschi rimase incerta e soggetta a pastoie giuridiche: per la Convenzione di Ginevra non si poteva sottoporre i prigionieri a lavori "insalubri e pericolosi", quindi metterli a prosciugare la devastata piana di Latina era considerato "insalubre", ma mettere i genieri tedeschi a sminare campi non era considerato "pericoloso" trattandosi di tecnici specializzati. Nell'agricoltura, le pessimistiche previsioni dell'annata, spinsero il competente Ministero italiano a rifiutarne l'utilizzazione. Fu allora predisposto un piano dal Ministero dell'Industria che prevedeva un impiego di 6.000 prigionieri per attività estrattive essenzialmente in Sardegna e Toscana, poi i prefetti sondarono le necessità di singole aziende industriali: si fecero avanti alcune società di costruzioni laziali, si aggiunsero necessità di ripristino di linee ferroviarie e impianti portuali, e finalmente il meccanismo entrò in funzione. Provocando altri problemi: l'impiego di questi prigionieri infatti aggravava in modo inaccettabile il già drammatico problema della disoccupazione italiana del dopoguerra che, se possibile, si acutizzava ulteriormente col rientro in patria dei prigionieri italiani. La concentrazione dei soldati tedeschi in alcune zone della penisola provocò tensioni tutt'altro che ideologiche con la popolazione civile, al punto che in Toscana i prefetti iniziarono a chiedere la smobilitazione dei prigionieri; in Puglia fu necessario inviare in missione il vicepresidente del Consiglio Scoccimarro; a Napoli il 22 settembre '45 andò in persona il capo del nuovo governo, Ferruccio Farri, provocando il finimondo: l'utilizzazione dei prigionieri tedeschi nelle attività portuali in sostituzione delle maestranze italiane ne aveva provocato la disoccupazione; il corteo di auto delle autorità fu assaltato dai dimostranti, Parri bersagliato, occupata e devastata la Camera del lavoro. Parri fu costretto allora a chiedere alla Commissione alleata di controllo di iniziare a provvedere al rimpatrio dei prigionieri (subito 7.000 dell'area partenopea dove, oltre al porto, erano impegnati presso la Eternit e i Cantieri di Secondigliano). Così, progressivamente, la tensione diminuì. Ciononostante fino a quando, nel '47, non entrò in vigore il trattato di pace, gruppi robusti di prigionieri tedeschi rimasero internati in Italia.

Niglia che amplierà queste ricerche fino a farne un volume, aggiunge che la "fuga" riguardò pochi casi, agevolata oltre che da una sorveglianza pressoché inesistente (addirittura alcuni reparti tedeschi rimasero inquadrati alle dipendenze di loro ufficiali), da rapporti familiari o sentimentali che legavano il fuggiasco a vicende locali; e che parimenti la mortalità si ridusse a casi isolati essenzialmente tra i genieri, la cui partenza fu - comprensibilmente - l'unica ad essere rimpianta. Non mancarono allora, da parte di aziende del Nord Italia, richieste di lavoro di operai specializzati tedeschi. La guerra era davvero finita.
Ultimo aggiornamento ( domenica 11 maggio 2008 )
 
< Prec.   Pros. >