Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Processo al passato: La Repubblica di Vichy PDF Stampa E-mail
Scritto da elena   
domenica 01 marzo 2009

Sergio Romano,  Processo al passato: La Repubblica di Vichy, in «Corriere della Sera», 31 gennaio 2009, p. 37.

 

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La Francia, come l’Italia, ebbe durante la Seconda guerra mondiale una parte del territorio occupata da un regime succube dei tedeschi. Però, se non sbaglio, in Francia non ha mai preso corpo, almeno a livello ufficiale, alcuna polemica di carattere revisionistico tesa a «rivalutare» coloro che «in buona fede» combatterono dalla parte indiscutibilmente «sbagliata». Perché secondo lei? Giovanni Rossi Seregno (Mi)

 

Caro Rossi,

Un lettore, Mario Taliani, ha scritto recentemente per segnalarci di avere trovato in un libro francese («La France de la Quatrième République» di Jean-Pierre Rioux) alcuni interessanti dati comparativi sui processi che furono intentati in Francia e in Italia contro coloro che avevano collaborato con la Germania nazista. Secondo Rioux, gli imputati rinviati a giudizio in Francia furono oltre 50.000 contro 21.500 in Italia, mentre la percentuale dei condannati è l’84% in Francia contro il 27% in Italia. È particolarmente interessante il confronto fra le condanne a morte: 7.037, di cui 767 eseguite, in Francia; 550, di cui 91 eseguite, in Italia. Uno dei casi più clamorosi è quello di Robert Brasillach, scrittore molto noto e stimato ma condannato a morte per la sua collaborazione a uno dei giornali più faziosi e razzisti della Francia di Vichy (Je suis partout). Vi fu una domanda di grazia, firmata tra gli altri da François Mauriac, uno dei maggiori scrittori francesi del Novecento. Ma il generale de Gaulle la respinse. A queste sentenze occorre aggiungere quelle di «indegnità civile» che colpirono molti intellettuali, fra cui Louis Ferdinand Céline.

Questa stagione dell’epurazione, tuttavia, fu piuttosto breve. L’area del collaborazionismo era stata, sino al 1943, molto estesa e il generale de Gaulle, dopo avere punito i maggiori responsabili, voleva dare al mondo la sensazione che il numero delle «pecore nere» fosse limitato e che la Francia, nel suo insieme, fosse stata fieramente patriottica. Fu questa la ragione per cui nel giro di due anni ritornarono in circolazione tutti gli scrittori e gli artisti che avevano collaborato con il regime di Vichy o addirittura dimostrato qualche simpatia ideologica per gli occupanti. Uscirono dall’ombra scrittori importanti come Jean Giono e Henry de Montherlant, attori e cantanti che avevano continuato a recitare nei teatri di Parigi come Edith Piaf e Arletty, registi cinematografici che avevano lavorato con case cinematografiche franco-tedesche per realizzare film di grande successo (Marcel Carné, Henry-Georges Clouzot). Potrà trovare maggiori notizie, caro Rossi, nell’articolo (Corriere del 21 gennaio) che Ennio Caretto ha dedicato a un recente libro americano («The Shameful Peace», la pace infame, di Frederic Spotts) e nel libro di Michael Curtis su «La Francia ambigua» (Corbaccio 2004).

Alla stagione dell’epurazione seguì un silenzio che fu rotto soltanto nel 1969 da un lungo documentario franco-svizzero del regista Marcel Ophüls. S’intitola «Le chagrin et la pitié» (Il dolore e la pietà), dura quattro ore e descrive con materiali d’epoca i molti collaborazionismi quotidiani di una città di provincia, Clermont-Ferrand, all’epoca del regime di Vichy e dell’occupazione tedesca. Il film fece molto chiasso e provocò una sorta di collettivo esame di coscienza. Ma non impedì la concessione della grazia a Paul Touvier, dirigente della Milizia di Vichy a Lione, e la presenza nella politica francese (fu ministro del Bilancio nei governi di Raymond Barre) di un uomo, Maurice Papon, che sarà poi processato per avere collaborato alla deportazione degli ebrei quando era funzionario della Prefettura della Gironda durante la guerra. Il vero «esame di coscienza» cominciò più tardi, verso la fine della presidenza di François Mitterrand, anch’egli chiamato in causa per la collaborazione con un ufficio di Vichy sino al 1942. E toccò il suo punto più alto nel 1995 quando Jacques Chirac, da poco eletto alla presidenza della Repubblica, denunciò pubblicamente la politica ebraica del regime di Vichy.

Ultimo aggiornamento ( martedì 10 marzo 2009 )
 
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