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Quanto è cristiana la destra PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedì 05 maggio 2008

Barbara Spinelli, Quanto è cristiana la destra, in «La Stampa», 6 aprile 2008, pp. 1 e 31.

 

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Chi ha visto su in­ternet il film Fitna, che in arabo si­gnifica stato di di­visione, guerra ci­vile, sarà stato colpito dalla violenza con cui si parla non tanto dei terroristi che pre­tendono rappresentare Dio ma del Corano e delle sue sure. Ogni attentato corrispon­de a una sura, ogni assassinio attinge ai suoi versetti: come se per parlare dei tenitori pa­lestinesi occupati si mostras­sero le pagine bibliche che in­citano allo sterminio dei Ca­nanei e dei tanti popoli insediati nella terra promessa. Autore del film è un parla­mentare olandese, Geert Wilders, appartenente all'estre­ma destra. Un partito minoritario, se non fosse che la sua ideologia in Europa è diffusa, per nulla marginale. È ideolo­gia dominante nel Popolo del­la libertà che aspira a gover­nare l'Italia: nella Lega, ma anche in Alleanza nazionale e Forza Italia. È solida corren­te di pensiero in Francia.

È un'ideologia che ha il potere di tacitare i dissenzienti, intimorire giornali. La sua tesi centrale: questi sono tempi terribili, contrassegnati dal dilagare dei diritti, del permissivismo, della perdita d'autorità e d'identità. Giulio Tremonti nel suo ultimo libro li riassume con due parole, simili a quelle di Orfana Fallaci dopo l'11 settembre: «Al fondo (della difesa dell'identità) c'è qualcosa di molto più inten­so che una parodia bigotta della tradizione: è un misto di paura e orgoglio» (La Paura e la Speranza, Mondadori 2008).

Paura del diverso, che ci assedia. Orgo­glio di chi si esalta, temprandosi, nelle pro­prie radici e nello scontro di civiltà. Il film di Wilders infiamma questo scontro come si fa con la brace: soffiandoci sopra. Più scontro c'è, più ritroveremo noi stessi. Avere un nemico fa bene all'anima, fuori casa e dentro.

Il libro di Tremonti è la traduzione delle immagini di Fitna. Il modo di scrivere è ana­logo: formule brevi, a scatti, a slogan. Non mancano riflessioni importanti sulla globa­lizzazione ma il nocciolo è lo scontro di civil­tà e la solitudine dell'individuo in Stati e so­cietà indeboliti. Quel che lo salva è l'identifi­cazione con comunità chiuse, piccole, etni­camente e religiosamente omogenee. Lì so­no le radici: immutabili, impermeabili a qualsiasi incrocio-meticciato col diverso. Il valore da opporre al mercatismo globale è l'esclusione: il contrario del messaggio di Gesù, oltre che della storia laica d'Europa.

Quel che dà sicurezza, in chi cerca l'identità con orgoglio e paura, il lettore lo scopre a partire da pagina 77: visto che è nella differenza che si formano comunità unite, visto che l'identità «non è solo ciò che siamo, ma anche differenza da ciò che non siamo», «tutto è chiuso nella coppia dialettica "noi-altri"». «Non vale qui la logi­ca "sia l'uno che l'altro"»: prima veniamo noi con le nostre radici cristiane poi gli al­tri, con cui non dev'esserci confusione. Un tempo l'avanguardia era la classe, dopo venne la razza, ora ecco l'identità cristia­na. Tremonti dice esplicitamente (è un suo merito) che il Noi non serve solo a riempi­re il «vuoto nell'anima e nel cuore». Serve alla politica per consolidare una «rivendi­cazione di potere» altrimenti esangue, che non deve temere conflitti con l'Altro.

Anche in questo caso, come nel film olan­dese, non sono pensieri minoritari. Tremon­ti s'immagina rivoluzionario controcorren­te ma le sue sono idee conformisticamente consensuali, che intimidiscono. Hanno im­pregnato per anni l'America, e solo Obama le contesta veramente. Intimidiscono a tal punto che ogni pensare diverso viene malin­teso, demonizzato. Negli stessi giorni in cui appariva Fitna (27 marzo), negli stessi gior­ni in cui in Italia si discuteva il libro di Tre­monti, in Inghilterra era dramma attorno a un discorso, essenziale, dell'arcivescovo di Canterbury Rowan Williams. Il capo della Chiesa anglicana è stato accusato - per aver detto che parti della Shariah potrebbero conciliarsi col codice civile - di capitolazio­ne verso il nemico, di appeasement. Quel te­sto conviene leggerlo: non dice affatto le co­se che i giornali gli attribuiscono.

È un testo profondo, in cui si difende la laicità (Rowan parla di rule of law, valevole per ciascuno) ma si cercano nuovi orizzon­ti: a questa laicità, bisogna integrare i fedeli di altre tradizioni, come l'Isiam. La shariah non è un sistema di leggi, ma un metodo aspirante al bene che alcuni codificano in modo «primitivista», opprimendo innanzi­tutto la donna. Non mancano però conver­genze, da valorizzare. I diritti nelle società liberali vanno custoditi ma non «attivati per forza»: opporre a essi l'obiezione di co­scienza deve essere giuridicamente consen­tito, anche se tutti, cittadini musulmani compresi, devono potersene avvalere. Esenzioni analoghe già sono concesse per legge agli ebrei ortodossi, o ai cristiani sull'aborto. In fondo, Rowan condivide la di­stinzione che Gustavo Zagrebelsky fa tra valori e principi. I valori sono un bene finale, imposto dall'alto, senza badare ai mezzi. I principi sono un bene iniziale con cui ci si incammina verso la meta confrontandosi con la realtà. La laicità è un approdo arduo, cui si giunge tramite l'adattamento e la ricerca di punti comuni con l'altro. Per non sciu­parla e perderla devi tener conto che ogni persona ha oggi più identità: di fedele e cit­tadino, di musulmano e italiano, di italiano e europeo. Queste dualità esistono anche nell'Islam, secondo Rowan.

Rowan è stato trattato come un erede di chi cedette a Hitler. Ma chi lo attacca ha una singolare concezione della religione, dell'identità, della laicità; sinistramente so­migliante a quella degli integralisti musulmani, che piegano la religione alla politica e a comunitarismi tribali. Non a caso la Chie­sa è vista, da Tremonti, come strumento di dominio. Serve a riempir vuoti, non tanto spirituali ma di potere. Serve a escludere (con la formula dei Noi e gli Altri) e a creare capri espiatori.

Non tutta la Chiesa si presta a simile strumentalizzazione, lo si è visto nei giorni scorsi a Milano. Di fronte a uno sgombero eccezionalmente brutale di due campi no­madi (via Bovisasca, via Porretta), il cardi­nale Tettamanzi s'è indignato: ha detto che «la legalità è sacrosanta», ma «qui si sta scendendo abbondantemente sotto i li­miti stabiliti dai fondamentali diritti uma­ni». Il rispetto della persona avrebbe impo­sto «qualche tanica d'acqua, del latte per i più piccoli, un presidio medico, qualche so­luzione alternativa»: «C'è da augurarsi che la conquista dell'Expo non diventi il paravento per nascondere o spostare più in là i drammi di questa città».

Questo tipo di Chiesa indispettisce la de­stra. Ha un «buonismo peloso», protesta Ro­mano La Russa, dirigente An a Milano. Tre­monti stesso dice, nel libro: alla «vecchia tradizione puramente caritatevole» biso­gna sostituire la «responsabilità verso se stessi, verso la propria famiglia, verso la propria comunità».

La carità ai suoi occhi è come il '68, con­tro cui si erge la destra italiana ed europea. In realtà anche il '68 è paravento. Quel che si contesta è il patrimonio conciliare e giovanneo della Chiesa, ed è la tradizione libe­rale del Saggio sulla Libertà di John Stuart Mill (1859). E Mill e non il '68 che teorizza il diritto di parola dato a ciascuno - perfino a chi sostiene la poligamia - se non si vuoi precipitare nella «tirannia del sentimento predominante» e nel «profondo sonno dog­matico indotto da un'opinione definitiva».

Condizione di questo liberalismo è tutta­via non usare la Chiesa. Quando il sindaco Moratti si dichiara «profondamente ama­reggiata dalle parole del cardinale» (Corrie­re, 4-4) accampa un ben stravagante diritto: il diritto ad avere un'aspettativa politica verso il proprio vescovo. Tale è l'identità cri­stiana invocata dalla destra. Non la cura dei poveri, degli ultimi, del diversi. Ma un orgo­glio da tener acceso facendo leva sul più or­rido dei marchingegni politici: la paura.
Ultimo aggiornamento ( martedì 13 maggio 2008 )
 
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