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Quella frontiera orientale così lontana dall’Italia PDF Stampa E-mail
Scritto da elena   
martedì 08 giugno 2010

Matvejevic Predrag, Quella frontiera orientale così lontana dall’Italia. Dagli Asburgo a Tito via Mussolini: a soffrirne sempre gli abitanti, in «Corriere della Sera», 6 giugno 2010, p. 15.

Il referendum sloveno sull’arbitraggio internazionale che dovrebbe decidere la disputa con la Croazia, dimostra un’altra volta come, su quel confine, non ci sia fiducia degli uni verso gli altri. Dimostra come non ci si faccia scrupolo, da una parte e dall’altra (e penso soprattutto al politico sloveno Jansa) di sfruttare un referendum per raccogliere voti personali. Prova anche come la frontiera orientale dell’Italia sia lontano da quello che desiderano gli amici dell’Italia, e gli italiani stessi. Guardando nella storia, a questa situazione ognuno può trovare le proprie ragioni. Perché questo territorio, fino al 1919 non faceva parte dello Stato croato né di quello sloveno o di quello italiano, ma dell’impero austro-ungarico. L’Italia lo ottenne dopo la prima guerra mondiale, quando si trovò dalla parte dei vincitori. E allo stesso modo, da vincitore, lo ottenne Tito, grazie ai suoi partigiani e a Churchill (non solo a Stalin). In compenso, chi ne ha sempre sofferto erano gli abitanti. Sloveni e croati sotto Mussolini, quando tanti nomi furono italianizzati, e il Duce prometteva nel discorso di Pola che «la razza barbara» sarebbe stata espulsa, perché l’Adriatico e il Golfo di Venezia appartengono solo agli italiani. E soffrirono dopo la guerra gli italiani, costretti a un esodo crudele, che ha creato nella lingua italiana anche una nuova parola: gli «esodati». Vittime due volte: della vendetta dei comunisti e per quello che hanno fatto i fascisti. Per capire come si vive in questa terra, basti questa statistica su Salvore (Savudrija), al centro della penisola di cui parliamo: un censimento del 2001 registrava che c’erano 7.690 croati, 2.360 italiani e solo 289 sloveni. Ecco che cosa sono, questi «misti Balcani».

Negli anni Novanta vivevo a Roma, ma tornavo spesso in Croazia. Mi colpì, e mi sconcertava, in quelli anni di vigilia del conflitto o in piena guerra, l’onnipresente propaganda nazionalista che disprezzava la parola, che non usava i termini veri. Sentivamo dire: «Non possiamo dare neanche un centimetro della nostra terra». Ma quant’è vicino, questo termine «la nostra terra» alle vecchie teorie del Blut und Boden! I nazionalismi non avevano saputo creare niente di meglio del «sangue e della terra» dei nazisti. Questo era il clima, queste erano le parole che hanno creato sul confine una situazione inaccettabile. Alcuni di noi, in questa disputa, abbiamo voluto proporre una soluzione più moderna. Una soluzione di «condominio». Si può governare - era il nocciolo dell’idea - questa zona da due parti, ciascuno conservando le proprie competenze, la propria presenza sulla terra e sul mare. Una soluzione adottata, per esempio, tra la Cina e Hong Kong. Ma naturalmente queste proposte pacifiche non sono state accolte. Si collocavano, queste idee, nello spazio tra «il tradimento e l’oltraggio». Tradimento verso la propria nazione; oltraggio verso quella del vicino, di cui nelle accuse si voleva «prendere la terra». Eppure, dopo tutto questo tempo, dopo tutte queste sofferenze, dobbiamo continuare a vivere con questi sentimenti e queste accuse? O possiamo finalmente andare avanti? Ecco il nocciolo della questione. È vero, in tutto questo tempo si sono sempre trovati politici come Jansa che non accettavano compromessi, né arbitrati. E Jansa è per me un’esperienza dolorosa: alla fine degli anni Ottanta, quando fu processato con altri 3 «dissidenti» sloveni, l’avevo difeso esponendomi non poco. Ma è anche vero che nel mondo, in cui le intellighentsie si sono dappertutto disperse, annientate sia in Occidente che in Oriente dalla politica, gli intellettuali non possono raccontare la loro semplice verità. Talvolta non osano dirla. Verrebbero subito considerati dei traditori che vogliono vendere, regalare, cedere il proprio territorio. «Santo, sacro, sacrosanto, nazionale». E così si rassegnano a lasciare ai politici ciò che dovrebbero reclamare per sé. Quando non è la politica che blocca loro anche la parola.

Ultimo aggiornamento ( martedì 08 giugno 2010 )
 
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