| Quell’esodo dimenticato di 350 mila italiani. |
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| Scritto da Redazione | |
| domenica 10 febbraio 2008 | |
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Roberto Chiarini, Quell’esodo dimenticato di 350 mila italiani. II dramma dei profughi giuliano-dalmati dopo la guerra e l'assegnazione di Pola, Zara e Fiume alla Jugoslavia. Dai campi di smistamento ai mancati risarcimenti. La responsabilità del fascismo, la brutale reazione di Tito, in «L’eco di Bergamo», 7 febbraio 2008, p. 32.
L’esodo dei profughi giuliano-dalmati rappresenta l'evento forse che meglio, e più dolorosamente, illumina il carico di sofferenze e di sacrifici patito dall'Italia in seguito alla sconfitta. Eppure è stato condannato dalla memoria collettiva ad essere, al pari degli infoibamenti, rimosso, negato e quindi anche disconosciuto. Sulle dimensioni materiali e morali della tragedia è difficile non concordare.
La fuga dalla terra d'origine ha coinvolto un numero complessivo che si aggira intorno alle 350.000 persone. Insieme, è costato alle vittime, fin da subito, il calvario della perdita di ogni bene, di ogni legame comunitario, di ogni ruolo sociale fino a far loro mettere a repentaglio la stessa identità di persone e di cittadini. Una volta messo piede nella Penisola, i profughi hanno dovuto affrontare poi la lunga trafila delle sofferenze legate, inizialmente, al loro tribolato arrivo nei campi di smistamento di Venezia e di Ancona, in un secondo tempo alla loro sistemazione - sulla carta, provvisoria, di fatto lunga nella maggior parte dei casi più anni - nei Campi Raccolta Profughi. Se ne contano in tutta Italia oltre 130. Si tratta in genere di edifici già di pubblica utilità (scuole, caserme, ex campi di prigionia), ma anche di immobili privati (alberghi e edifici turistici) adattati frettolosamente per accogliere migliaia di individui. Intere famiglie si ritrovano assiepate in pochi metri quadrati. Lo spazio è talmente ristretto da impedire la sistemazione delle masserizie salvate. Alla sofferenza legata alla loro condizione di profughi spesso, per lo più, mal tollerati dalla popolazione locale, si aggiunge l'afflizione di non ricevere mai più il risarcimento che ogni vittima si aspetta per l'oltraggio subito attraverso un pubblico riconoscimento del misfatto perpetrato a loro danno e della nobile testimonianza d'amore nei confronti della Patria da essi offerta. Gli esuli istriani pagano, insomma, per tutti gli italiani il secolo dei nazionalismi, degli stermini e dei genocidi. L'espulsione degli italiani d'Istria, Dalmazia e Venezia Giulia non è un evento improvviso. Rappresenta l'ultimo e più drammatico momento, dopo le foibe, di un lungo processo di crescente inimicizia/conflitto che ha investito le comunità italiane, slovene, croate di queste terre a partire almeno da un paio di secoli. La cornice istituzionale è tracciata dalla dominazione austriaca subentrata nel È soprattutto in concomitanza con le tre guerre d'indipendenza del '48-'49, del '59 e del '66 che cresce la mobilitazione degli irredentisti locali a favore dell'unificazione dell'Istria all'Italia. L'Austria reagisce stringendo il morso sulla comunità italiana. L'assegnazione della Venezia Giulia, di Trieste, Zara e Fiume all'indomani della Prima guerra mondiale muta gli equilibri politici e culturali della regione. Grava, poi, sul fascismo la responsabilità di aver reso ancora più duro e conflittuale il rapporto tra le diverse popolazioni, attuando una politica di snazionalizzazione che mette ancora più ai margini della vita economica, sociale e culturale l'elemento slavo. L'invasione della Jugoslavia scattata nell'aprile del '41 induce l'autorità militare italiana ad usare il pugno di ferro nei confronti della popolazione nemica. La repressione non fa sconti. Non appena compare un movimento resistenziale, l'esercito italiano risponde «al terrore partigiano» con «il ferro e il fuoco». Rastrellamenti, trasferimenti forzati, internamenti in campi di concentramento si abbattono su migliaia di croati e sloveni. La frustrazione, la rabbia, l’odio accumulati in questi anni hanno modo di sfogarsi raggiungendo punte di brutalità inimmaginabili non appena la morsa fascista si allenta. È in corrispondenza allo sbandamento dell'esercito italiano seguito all'armistizio dell'8 settembre che si scatena nella penisola istriana un'ondata di violenze a carico degli italiani destinate a condizionare gli esiti futuri. Si diffonde nella comunità italiana d'Istria un allarme generalizzato. Il peggio, comunque, è destinato ad arrivare dopo il 25 aprile del '45. Il truce spettacolo degli infoibamenti è la premessa dell'esodo. La prima ondata di partenze, a dire il vero, data dal 1942 e investe Zara. Al momento dell'ingresso, nell'autunno del '44, delle truppe jugoslave, la città è già praticamente evacuata. Nel '45 poi, con la caduta della Repubblica sociale gli esponenti più rappresentativi del partito fascista e dell'amministrazione italiana non perdono tempo per abbandonare l'Istria. All'«esodo nero» segue, poco dopo, il primo esodo di massa. È Fiume ad essere investita dall'aggressione da parte delle forze rivoluzionarie e nazionalistiche giunte al potere in Jugoslavia. Non muove i titini un preciso disegno genocidiario. Li anima sicuramente la volontà di attuare l'eliminazione di ogni traccia di italianità. Sugli italiani cade la mannaia dei sequestri, delle confische, dell'epurazione e dei processi politici sommari. Il punto di non ritorno per un massiccio abbandono dell'Istria da parte della comunità italiana è segnato, comunque, dalla vicenda sofferta da Pola. La città, grazie all'insediamento di un Governo limitare alleato, ha nutrito l'illusione che la sua sorte non fosse compromessa. La decisione sancita dal Trattato di Pace (10 febbraio 1947) di assegnare l'intera penisola istriana alla Jugoslavia tronca per sempre ogni speranza dei polesani di rimanere uniti alla madre Patria. In pochi mesi la città si svuota. Anche se le partenze si scaglionano nel tempo (soprattutto per le difficoltà frapposte dall'autorità iugoslava ad esercitare il diritto d'opzione) la decisione di lasciare l'Istria per la stragrande maggioranza degli italiani diventa irreversibile. Solo nella «Zona B» del Territorio Libero di Trieste, rimasto - come è noto - sotto amministrazione iugoslava, perdura fino al 1954 («Memorandum» di Londra) l'illusione di un ricongiungimento alla madrepatria: illusione, peraltro, rilanciata nel marzo del '48 dalla dichiarazione tripartita di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia che assicura il ritorno all'Italia dell'intero Territorio Libero di Trieste. Negli anni seguenti le partenze dalla penisola non cesseranno, ma senza più raggiungere le punte di un tempo.
Decimazioni, fucilazioni, infoibamenti. Almeno cinquemila le vittime dell'odio
Le foibe sono voragini apertesi nelle rocce a seguito dell'erosione violenta di molti corsi d'acqua. Il loro ingresso nel vocabolario politico dell'Italia contemporanea si deve, però, al tragico capitolo di quella sorta di etnocidio consumato in Istria dai partigiani titini alla caduta del fascismo.
Il dramma si consuma - ma si tratta solo di un'anticipazione di quello che si produrrà su più vasta scala dopo il 25 aprile 1945 - all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre '43. Mentre nel resto d'Italia sono i tedeschi a impadronirsi del paese, in Istria e Dalmazia è il movimento di liberazione iugoslavo a colmare il vuoto di potere createsi con lo squagliamento dell'esercito italiano. In un clima di violenta rivolta contadina, il parlamento partigiano decreta l'annessione del Litorale adriatico e della stessa Venezia Giulia al nuovo stato iugoslavo. Al contempo le autorità «popolari», subito insediatesi sul territorio, scatenano una violenza diffusa volta a spazzar via ogni traccia della precedente amministrazione italiana: dai podestà ai segretari comunali, dai carabinieri agli esattori delle tasse. Ben presto l'aggressione anti-italiana allarga il suo campo d'azione. Bersaglio delle retate divengono i possidenti, i dirigenti d'imprese, gli impiegati, per investire poi l'intera gamma delle figure rappresentative della presenza italiana in terra istriana. L'ondata repressiva è figlia, certo, di un latente odio di classe, di un furore nazionalista esploso dopo anni prima di dominazione, poi di occupazione fascista, e della politica di snazionalizzazione perseguita dal regime, nonché del clima di violenza generato da una «guerra totale» che non ha conosciuto argini all'orrore. Essa, però, è anche l'attuazione di un preciso disegno politico volto ad attuare la sistematica eliminazione della classe dirigente italiana, in modo da togliere di mezzo ogni ostacolo all'instaurazione del nuovo ordine comunista titino. L'Istria in quegli anni conosce ogni forma di abbrutimento e di disumanizzazione della lotta politica: decimazioni delle formazioni collaborazioniste, fucilazioni sommarie, «marce della morte» verso campi di concentramento, arresti su vasta scala tali da configurare una sorta di epurazione etnica, da ultimo gli infoibamenti. Ne sono vittime italiani, fascisti e partigiani non comunisti, figure anche secondarie dell'ex amministrazione italiana, cittadini comuni, donne e adolescenti comprese. La procedura è, più o meno, sempre la stessa. Il malcapitato viene prelevato a casa, portato in un locale adibito a sede delle autorità comuniste auto-investitesi del potere di vita e di morte sugli oppositori (veri o presunti che fossero). Qui sono interrogati, torturati e infine gettati nelle foibe, in genere legati con manette fatte di filo di ferro. Non tutti muoiono all'istante, tanto che i contadini della zona - un po' per pietà un po' per porre fine ai gemiti atroci dei moribondi - procurano loro la morte gettando nei crepacci fascine infuocate. Non esiste la macabra contabilità delle vittime. Le stime oscillano, a seconda delle fonti, da Un capitolo a parte è quello della memoria rimossa - o negata - di questa atroce tragedia patita da nostri connazionali. Del colpevole silenzio imposto all'opinione pubblica, soprattutto ai giovani attraverso i libri di testo, sull'atroce esplosione di violenza a danno degli italiani giuliano-dalmati sono molti i responsabili: l'accecamento ideologico di un antifascismo radicale che ha ridotto - e purtroppo continua a ridurre - a occupatore fascista chi non si è dimostrato solidale con i partigiani titini; la convenienza politica al tempo della guerra fredda della Repubblica italiana, portata a mettere il silenziatore ad una vicenda che poteva creare non pochi imbarazzi sul piano internazionale; infine la domanda d'oblio di un paese intero che ha preferito stendere un pietoso velo sul consenso da esso offerto al fascismo piuttosto che operare una dolorosa opera di purificatrice autocoscienza collettiva. |
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