
| Riti, miti e totalitarismo |
|
|
|
| Scritto da Redazione | |
| domenica 01 marzo 2009 | |
|
Christopher Hitchens, Le celebrazioni come dittatura. Riti, miti e totalitarismo, in «Corriere della Sera», 17 dicembre 2008, p. 38.
Non sono mai stato un grande ammiratore di Phyllis Diller, ma questa settimana l’artista si è conquistata le mie simpatie inviandomi una busta contenente un rettangolo di carta marrone, tutta stropicciata, del tipo che si potrebbe rinvenire nelle latrine di qualche infelice galera. La missiva recava un messaggio scritto a mano: I tempi son duri,/i soldi finiti,/che altro volevi/per biglietto di auguri? Buon Natale. Condivido pienamente i sentimenti, ma non credo che dipendano dalle attuali ristrettezze economiche. Anche in tempo di prosperità, il Natale rimane un incubo estetico e morale. Lo scomparso Art Buchwald aveva esteso la sua fama grazie a una rubrica satirica dedicata alla Festa del Ringraziamento e pubblicata per molti decenni, inalterata, dall’Herald Tribune, mettendo a dura prova la pazienza dei lettori. Le mie ambizioni però puntano più in alto: scrivere una rubrica natalizia sempre più sferzante, di anno in anno, pur restando sostanzialmente la stessa. L’obiezione di fondo, che non mi stanco mai di ribadire ogni dicembre all’avvicinarsi di questa festività, è che per quasi un mese gli Stati Uniti - la cui Costituzione sancisce la separazione tra Stato e Chiesa - si trasformano nell’equivalente commerciale e culturale di una dittatura. E come nelle famigerate repubbliche delle banane, la cosa più opprimente e sinistra resta l’impossibilità di sfuggire al martellamento della propaganda ufficiale. Andate in una stazione o in un aeroporto, e le immagini e la musica del Caro Leader sono dappertutto. Vi recate in un luogo più appartato, come l’ambulatorio del medico o un negozio o un ristorante, e anche qui vi seguono le cantilene demenziali, accompagnate dalle stesse immagini banali e stucchevoli di produzione industriale, pupazzi di neve, renne e mangiatoie. Ancor più ripugnante è accendere la radio e la televisione, perché alcuni «temi» decretati dall’alto sono stati inseriti nella programmazione. Ma il colmo è quando i fanatici costringono i vostri bambini a festeggiare il compleanno del Caro Leader e pertanto non puoi sbarrare la porta a quel frastuono invadente e incessante, perché ti viene letteralmente convogliato in casa dai figli (nella più schietta tradizione del totalitarismo). Le ore che si dovrebbero dedicare all’istruzione vengono sprecate nella commemorazione di avvenimenti mitologici. Inizialmente di stampo cristiano, oggi questa digressione devota ha spalancato le braccia a tutte le fedi che rivendicano il diritto di partecipazione a una ricorrenza religiosa che cade proprio a ridosso del solstizio d’inverno, da tempo immemorabile fulcro di celebrazioni pagane. Ho appena scaraventato per terra la mia copia del Weekly Standard, un periodico che si distingue per il piglio assai concreto e umoristico. Oggi vi leggo due articoli natalizi che non sarebbero mai stati stampati se non fosse per l’imminenza del sopracitato solstizio. (In tutta onestà, lo stesso dicasi dell’articolo che avete sotto gli occhi, ma mi difendo invocando la clausola «al diavolo tutte queste scempiaggini»). Nel primo esempio, il bravo Joseph Bottum si lamenta di quanto sia difficile comporre un nuovo inno natalizio perché - beh, sappiamo benissimo perché, vista la pochezza concettuale dei modelli esistenti! Ma il nostro autore si cimenta eroicamente con la sfida di comporre un nuovo canto, pur ammettendo che dai più recenti tentativi in questo settore siano scaturiti solo esempi di kitsch allucinante. Il secondo pezzo è una recensione di Mark Tooley di un libro dal titolo orripilante, «Jesus for President», opera di un autore dal nome non meno orripilante di Shane Claiborne. Già potete immaginare di che si tratta: nel 2003 Gesù si sarebbe offerto come «scudo umano» a Bagdad, mentre gli Stati Uniti sono il corrispettivo moderno dell’impero romano. È la solita pappa della «teologia della liberazione», grazie alla quale tutti i popoli della terra, tranne gli abitanti dell’Occidente democratico, si impegnano a rinunciare alla violenza. (Sulla questione se l’attentato a Hitler fosse moralmente lecito, Claiborne cita niente meno che la stessa segretaria del Fuhrer per affermare che la bomba del 1944 «fece svanire tutte le speranze di pace». Ma dovrebbe essere ovvio anche alla mente più offuscata che le speranze di pace svanirono proprio perché l’attentato fallì, e non viceversa. Che idiota!) Tuttavia mi chiedo perché mai una rivista dell’intellighenzia somministri tali idiozie ai suoi lettori, e a se stessa, proprio a dicembre? Se tutte le versioni ufficiali del monoteismo, da Mosè ai Mormoni, fossero screditate una volta per tutte, noi saremmo esattamente al punto in cui ci troviamo adesso. Tutte le domande angoscianti che ci assillano, dalla moralità e dal senso del dovere nei confronti del prossimo fino al concetto di giustizia e all’enigma dell’esistenza umana, resterebbero difficili e affascinanti come prima. Solo una mentalità totalitaria è in grado di sostenere che un’unica rivelazione, o testo, o profezia qualsivoglia, risalente alla Palestina dell’età del bronzo, possa farci da guida in questo labirinto. E se non vogliono scendere a compromessi sull’adorazione dei vari Cari Leader, i totalitaristi non potrebbero allora acconsentire a celebrare le loro funzioni in privato? In alternativa, rinuncino alle esenzioni fiscali, doloroso ricordo delle realtà di questo mondo materiale. (Traduzione di Rita Baldassarre). |
|
| Ultimo aggiornamento ( giovedì 05 marzo 2009 ) |
| < Prec. | Pros. > |
|---|