
| Rudolf Hess e Mengele, quando l’Occidente ha paura del passato |
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| Scritto da Redazione | |
| sabato 23 luglio 2011 | |
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Apparentemente la rimozione della tomba del braccio destro di Hitler, Rudolf Hess, divenuta nel tempo punto d’incontro e meta di pellegrinaggio di teste rasate e di varie specie di nostalgici e fanatici del nazismo, così come la vendita all’asta di diari, disegni e carte varie di Josef Menghele, l’"angelo della morte” di Auschwitz, dovrebbero essere meritevoli di una scarna colonna nella sezione della cronaca. Viceversa hanno guadagnato intere pagine sulla stampa quotidiana e suscitato viva attenzione almeno nel milieu intellettuale. Evidentemente toccano due punti nevralgici insieme della nostra sensibilità democratica e della memoria del nostro passato recente. Si tratta della persistenza e tenacità di un mondo di esaltati cultori della più tragica esperienza totalitaria del XX secolo e della riproposizione di un serio imbarazzo vissuto dalla coscienza democratica, prima nel memorizzare quella pagina criminale di storia scritta dalla pur civile Europa senza riuscire a formulare un paradigma non partigiano dell’antifascismo, poi nel decidere, una volta per tutte, l’atteggiamento da assumere nel contrasto alle reviviscenze di quel passato. E’ normale che una lacerazione drammatica del tessuto civile di un intero continente lasci ferite sanguinanti e orfani inconsolati – e, magari, anche vendicativi. Non è frequente che una causa sconfitta militarmente e letteralmente cancellata nella coscienza umana e cristiana, prima ancora che democratica, dell’Occidente conservi una vitalità e capacità di riproduzione tanto resistenti e, quel che più preoccupa, resistenti soprattutto presso le giovani generazioni. Il tutto, per di più, non all’insegna di un inerte nostalgismo ma di un ardente protagonismo tutto minacciosamente proiettato sul presente/futuro. Ci si può consolare all’idea che la sua potenza si concentri nella dimensione simbolico-ritualistica, coltivata con la conservazione e il culto di luoghi, tombe, reperti, lacerti di un passato morto e sepolto, e non si ponga nemmeno il compito di misurarsi con le sfide del presente esprimendo una progettualità capace di immetterla nell’agone politico. Resta il fatto che sono passate generazioni nate e cresciute nella democrazia e quel male continua a fascinare. Si tocca qui con mano la debolezza che la nostra cultura democratica denuncia nel contrastare questo pericolo. Non si capirebbe altrimenti la reazione sempre allarmata, ma poco propositiva, che scatta di fronte a qualsiasi testimonianza emergente della resistente tenebrosa fascinazione dell’universo nazista, o fascista che sia. I due indizi più eloquenti della nostra fragilità e incertezza sono, da un lato, il ricorso alla demonizzazione di quella realtà giovanile, dall’altro la tentazione di liquidarla con la semplice repressione delle sue espressioni. Se è vero, come a noi sembra, che la forza di quel mito negativo, agli occhi di molti giovani, risiede innanzitutto nella sua capacità di suscitare lugubri fantasmi di guerra alla “società aperta” liberaldemocratica, non è solo impedendo – come, peraltro, è giusto che sia – che la si può vincere. Del resto, negato sul piano formale, l’imbarazzo riemerge pari pari nei comportamenti. La nostra Costituzione vieta la ricostituzione del partito fascista ma ciò non ci ha impedito di tenerci per mezzo secolo l’unico partito neofascista – il Msi – in servizio permanente effettivo. La nostra legislazione persegue l’apologia del fascismo, eppure abbiamo tranquillamente accettato che si esercitasse un culto di massa delle reliquie del duce, in massimo grado a Predappio e, in misura più defilata, in numerosi altri luoghi di pellegrinaggio e in molti sacrari della memoria del regime. Se anche queste due vitalissime espressioni di nostalgismo e di pervicace affezione al patrimonio politico del Ventennio sono state alla fine metabolizzate, non è stato solo grazie alle risorse messe in campo dall’Italia della tolleranza zero a parole e della tolleranza generosa nei fatti, ma forse anche di quelle dell’Italia della fermezza nei principi e della fiducia nella semplice forza integratrice della democrazia che tollera, senza arrendersi, anche le idee più lontane e contrarie. Roberto Chiarini, Rudolf Hess e Mengele, quando l’Occidente ha paura del passato, in «Il Giornale», 23 luglio 2011, p. 31. |
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