| Sacrario di Arlington |
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| Scritto da Redazione | |
| sabato 22 settembre 2007 | |
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Dino Messina, Sacrario di Arlington, in «Corriere della Sera», 22 settembre 2007, p. 49.
Francamente stupisce la compattezza della sinistra nel dichiarare l’avversione più decisa alla proposta di un sacrario per partigiani e repubblichini fatta dalla giunta di centrodestra del Comune di Milano. Antonio Pizzinato, parlando a nome dell’Anpi, ha detto di considerare «preoccupante la scelta di un luogo comune dove si mettono vittime e carnefici. Dove le vittime sono coloro che hanno riconquistato per noi la libertà e la democrazia». L’indignato Tino Casali si è scagliato con il revisionismo «senza vergogna» della giunta Moratti. Persino il ministro degli Esteri Massimo D’Alema, a Milano per partecipare alla Festa dell’Unità, ha detto di essere contrario: «Ci vuole pietà. I morti vanno rispettati, da qualunque parte siano schierati. Ma qui si tratta di stabilire cosa è stato il fascismo».Sono passati undici anni dal discorso di insediamento come presidente della Camera di Luciano Violante in cui si invitava a capire le «ragioni dei vinti». Un discorso che aprì una speranza di piena riconciliazione in uno scrittore come Carlo Mazzantini, ex ragazzo di Salò che poi aveva riconosciuto di aver combattuto per la parte sbagliata, anche se in buona fede.Il saggio di Mazzantini, L’ultimo repubblichino, si chiudeva con un’immagine e un sogno: fare come in America, dove confederati e unionisti dopo la guerra civile rendevano assieme omaggio al Sacrario di Arlington, in cui erano sepolti i morti dell’una e dell’altra parte. Un atto di pietas, virtù anche pubblica. E nient’altro. Non è che i nordisti vincitori condividendo un sacrario con gli sconfitti del sud accettavano così lo schiavismo e rinnegavano i valori per cui avevano combattuto. |
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| Ultimo aggiornamento ( sabato 22 settembre 2007 ) |
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