
| Se l’8 settembre fu un conflitto tutto in famiglia |
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| Scritto da Redazione | |
| domenica 18 luglio 2010 | |
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Tony Damascelli, Se l’8 settembre fu un conflitto tutto in famiglia, in «Libero», 19 maggio 2010. Qualcuno dovrà pur studiare perché settembre è il mese della Storia. E della Cronaca. Non dico soltanto del giorno undici, che non appartiene in esclusiva agli americani e al terrorismo perché brucia di immagini tremende, di ferite e di morte, di fotogrammi agghiaccianti, di voci disperate. Dico di un’altra data precisa, il giorno otto, quando Londra fu colpita per la prima volta da un V2 o quando gli aerei della Royal Air Force colpirono con 123 razzi il nostro transatlantico «Rex». Era il Quarantaquattro e sempre il giorno medesimo, l’otto. Dieci anni di ricerca, tanto è durato il lavoro di Riccardo Rossotto. Le trecento pagine del libro, in cui vengono portati i documenti di quelle ore, confermano il quadro oscuro nel quale si muovevano i vertici militari italiani, la lotta aperta tra i comandanti di divisione, le accuse reciproche, con il coinvolgimento del ministro della Guerra, il generale Sorice, e poi Carboni, Marraffa comandante della Polizia dell’Africa italiana di Roma, e Calvi di Bergolo, genero di re Vittorio, che incominciò il lavoro di ricostruzione della «Centauro», sostituendo le camicie nere con quelle grigioverdi, anche se i fenomeni di diserzione non erano del tutto finiti. Rossotto ha ripercorso i luoghi della guerra e dell’armistizio, ha riproposto figure quasi dimenticate come il colonnello Giuseppe Cordero di Montezemolo, zio di Massimo che a sua volta è padre del presidente della Ferrari, Luca Cordero. Il colonnello Giuseppe, responsabile degli affari civili dell’amministrazione della città di Roma, fu tra i personaggi che parteciparono alle trattative per l’armistizio, numerosi i suoi fonogrammi con la firma «M» indirizzati al governo del Regno del Sud, a Brindisi. Non si ha notizia certa dei suoi atti nelle ore decisive, ma un fatto è storico: venne arrestato dai tedeschi il 24 gennaio, torturato per due mesi e il suo nome venne inserito fra le 335 vittime del massacro alle Fosse Ardeatine, venne fucilato il 24 marzo del Quarantaquattro e, secondo la tesi del giornalista e storico Ruggero Zangrandi, «la morte di Montezemolo permise ai badogliani di far tacere per sempre un testimone scomodo». La conclusione di quella tragedia fu un altro atto di confusione: l’armistizio firmato in contrada Gallina, a Cassibile verso Siracusa, secondo letteratura, fu invece sottoscritto in un uliveto, della proprietà della famiglia Grande, di Santa Teresa Longarini. La baronessa Liliana Sinatra Grande, oggi titolare di quel fondo, riporta la memoria della nonna Aline, il regalo della lapide fatto dagli americani, lo stesso cippo trafugato, a metà degli anni Cinquanta, da un giornalista «per motivi patriottici». E, ancora, le immagini di uno dei tavolini sul quale venne firmato l’armistizio e l’ultimo ricordo di un altro imbroglio, quasi uno scherzo goliardico: «Mia nonna ordinò alla domestica di portare una bottiglia di Moscato siracusano per festeggiare con gli ufficiali alleati. Ma in tavola fu posata, per sbaglio, una bottiglia di aceto, gli americani brindarono, commentando “very, very good”». L’estate del Quarantatré aveva fatto perdere la testa. |
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| Ultimo aggiornamento ( domenica 25 luglio 2010 ) |
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