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Se la Shoah oscura l'antifascismo PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedì 28 aprile 2008

Ernesto Galli della Loggia, Se la Shoah oscura l'antifascismo. L'uso strumentale del razzismo: un errore che la sinistra paga oggi, in «Corriere della Sera», 22 aprile 2008, p. 39.

 

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L’accusa

L’intervento di Giovanni De Luna: il Ventennio non significò solo le leggi del ’38, ma anche la fine della libertà.

 

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L’interpretazione

Equiparare regime mussoliniano e nazismo serve anche a salvare almeno un merito storico del comunismo

 

Se «per decenni la memoria della Resi­stenza, dell'antifascismo e della depor­tazione politica era così straripante da annettersi anche quella della Shoah, oggi la situazione si è capovolta, e nel segno della Shoah a rischiare di sparire dal discorso pubblico e dalla nostra memoria collettiva è proprio l'antifascismo». Con queste parole, qualche settimana fa, sulla Stampa («Il fascismo derubricato») Giovanni De Luna ha voluto unire il proprio grido d'allarme a quello dell'Associazione degli ex deportati politici Aned) per la decisione del governo Prodi di affidare il nuovo allestimento del Padiglione italiano del Museo di Auschwitz esclusivamente a organizzazioni ebraiche come il Cdec e Ucci. Dunque con la virtuale esclusione dell'Aned la quale, invece, aveva avuto l'incarico in questione per l'allestimento precedente, eseguito negli anni Settanta.

 

Ecco la prova per l'appunto, secondo De Luna, che la memoria della Shoah ha inghiottito quella dell'antifasci­smo, sicché oggi, egli lamenta, «per prendere le distanze dal fascismo basta condannare l'in­famia delle leggi razziali del 1938» - cosa che anche a Fini e al suo partito non è stato diffici­le fare - «quasi che quelle leggi esaurissero per intero la dimensione totalitaria del regime e possano costituire un ottimo pretesto per chi vuole dimenticare che il fascismo prima uccise la libertà e la democrazia e poi persegui­tò gli ebrei».

In quello che dice De Luna c'è senz'altro qualcosa di vero che non riguarda certo solo l'Italia. Dietro lo spostamento d'ottica che egli in qualche modo denuncia c'è, infatti, un gran­de fenomeno, storiografico ma in generale cul­turale che ha investito tutto l'Occidente a partire dagli an­ni Sessanta. Si tratta, per così dire, della «riscoperta» dell'Olocausto dopo la parentesi di relativo oblio in cui esso era caduto negli anni imme­diatamente successivi alla fi­ne della guerra. Riscoperta a sua volta decisiva per dare vi­ta a quell'altro importantissimo fenomeno che è stato il progressivo emergere, in tempi a noi vicini, di una vera e propria «cultura della vittima» e dell'idea connessa di una giustizia cosmopolitica.

Ma sicuramente c'è anche dell'altro nello spostamento di ottica dal fascismo nel suo in­sieme al singolo aspetto dell'antisemitismo quale suo supposto tratto onnicomprensivo e determinante. E questo altro, mi pare, è molto italiano, molto roba di casa nostra, perché le­gato a quella componente essenziale della sce­na pubblica italiana che è stata la «cultura di sinistra», di cui non a caso la storiografia dell'età contemporanea - soprattutto quella del fascismo - è stata e continua ad essere una parte così importante. In questo senso, come adesso dirò, al lamento di De Luna, il quale nella cultura suddetta si è sempre riconosciu­to, non sarebbe affatto improprio replicare «chi è causa del suo mal» con quel che segue.

Per capire che cosa intendo bisogna rifarsi a quel momento cruciale della contesa storiografico-politica intorno all'interpretazione del fascismo che furono in Italia gli anni Settanta-Ottanta. Gli anni in cui si afferma nel no­stro panorama degli studi e ancor di più pres­so il grande pubblico l'opera di Renzo De Feli­ce: alla quale però una gran parte della «cultu­ra di sinistra» risponde con l'accusa di «revi­sionismo». Cioè con l'accusa di voler program­maticamente attenuare il carattere totalitario del regime, di non nasconderne certe ispira­zioni moderne e popolari, di volerne mostrare l'effettiva base di consenso, e così in certo sen­so di riabilitarlo. Oltre che storiografica l'accu­sa ha anche un esplicito contenuto politico: la ricostruzione di De Felice, infatti, smentisce nella sostanza l'immagine del Ventennio in contrapposizione alla quale la sinistra ha co­struito il mito dell'antifascismo e della Resistenza, di cui ha così ampia­mente beneficiato. È precisa­mente nell'ambito di questa contesa (e in sintonia con quanto nel frattempo stava ac­cadendo all'estero, specie ne­gli Stati Uniti, e di cui parlavo sopra) che la storiografia del­la sinistra, che fino allora non aveva prestato quasi alcuna at­tenzione al tema (basti vedere i diversi volumi di «lezioni» sul fascismo che i maggiori edito­ri italiani, da Laterza a Einaudi, pubblicano dall'inizio degli anni Sessanta agli inizi dei Set­tanta), comincia a mettere sempre più l'accen­to sull'antisemitismo e sulle leggi razziali qua­le tratto assolutamente caratterizzante della storia e dell'ideologia del fascismo. Lo fa con l'intento di equiparare in qualche modo la legi­slazione razzista del '38 alla «soluzione finale» hitleriana, il fascismo pre-25 luglio a quello di Salò, e di stabilire così un legame decisivo tra il regime fascista e quello nazista. In tal modo lo statuto storico del fascismo è dedotto in mi­sura decisiva dall'antisemitismo; è l'antisemiti­smo che ne definisce la vera natura, omolo­gandolo sostanzialmente a quell'archetipo di totalitarismo diabolico-omicida che è stato il regime hitleriano. Di modo che, come si capi­sce, ogni distinzione o disamina defeliciana è destinata a lasciare il tempo che trova, mentre resta ben salda l'immagine del Ventennio elaborata dall'antifascismo politico tradizionale.

Ma non basta. Alle pur importanti ragioni difensive di questo impianto storiografico la cultura di sinistra ne ha aggiunto alla fine de­gli anni Ottanta un'altra ancora, non meno im­portante: la difesa della memoria del comuni­smo, quel comunismo con cui la sua vicenda, specie in Italia, era stata fino allora tanto stret­tamente intrecciata. La fine dell'Unione Sovie­tica e ciò che anche dai suoi archivi comincia­va a venir fuori gettavano, infatti, un'ombra sempre più cupa su quell'ideologia, sui suoi regimi e i suoi partiti, minacciando di relegare l'una e gli altri tra gli orrori del Novecento. Dunque per un'intera esperienza vissuta an­che in Italia da milioni e milioni di persone, tra cui molti intellettuali, il passato rischiava di diventare un vissuto ideologicamente indi­fendibile, costellato solo da errori. Anche l'esperienza dell'antifascismo politico tradizio­nale perdeva ogni efficacia compensatrice e redentrice, nel momento in cui bisognava am­mettere che quell'esperienza implicava molto spesso l'adesione a un'ideologia e a un regi­me, quelli comunisti, rivelatisi altrettanto se non più oppressivi del fascismo (si ricordi: sto parlando sempre del fascismo italiano, del re­gime di Mussolini). Tutto cambiava però se tra i due attori, il fascismo e il comunismo, ne veniva introdotto un terzo, l'antisemitismo. Se dopo l’89, agli occhi di molti, il comunismo in quanto tale non bastava più, infatti, ad assicu­rare una posizione di superiorità etico-politi­ca rispetto al fascismo; se l'uno e l'altro poteva­no addirittura essere considerati due totalitari­smi più o meno equivalenti, tutto però cam­biava e ritornava al suo posto se sul conto del ventennio ducesco poteva essere messo il cari­co dell'Olocausto e sul conto del comunismo il merito - almeno quello, ma di quale peso! - di avere aperto i cancelli di Auschwitz. La Shoah, insomma, era chiamata a salvare indirettamente l'onore del comunismo o quel ne restava. Dopo l'equiparazione del fascismo al nazismo, l'accento sull'antisemitismo serviva ora a ristabilire l'incrinata primazia del comu­nismo sull'uno e sull'altro.

Anche per questa via, dunque, si è afferma­ta, nell'interpretazione del fascismo fatta pro­pria da molta storiografia e cultura di sinistra italiane (ma non solo) un'inedita centralità della categoria dell'antisemitismo. Chi, come Giovanni De Luna, si rammarica oggi che ciò abbia alla fine condotto ad una «derubricazio­ne» del fascismo (e dell'antifascismo) dovreb­be forse pensare alle tante occasioni in cui in , passato avrebbe potuto far sentire la propria voce contro l'uso forzato e strumentale della storia, ma non lo ha fatto.
Ultimo aggiornamento ( lunedì 28 aprile 2008 )
 
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