| Se la storia di scrive al cimitero |
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| Scritto da Redazione | |
| domenica 11 novembre 2007 | |
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Giovanni De Luna, Se la storia di scrive al cimitero, in «La Stampa», 2 novembre 2007, p. 32.
L’affollamento rituale di questi giorni rilancia il cimitero come luogo «della memoria e del dolore»: quando ne varchi la soglia sai che ci vai per elaborare una perdita, per rinnovare un pianto che alimenta un ricordo. Questa dimensione privata del lutto si presenta però intrecciata alla presenza di una memoria pubblica sempre in fibrillazione, nel tentativo di metabolizzare una storia novecentesca carica di ferite ancora aperte. Recentemente, ad esempio, ha suscitato molte perplessità la proposta del sindaco di Milano, Letizia Moratti, di trasferire in un unico «Campo di accoglienza» le tombe dei partigiani e dei fascisti di Salò («Perché non mettere in unico mausoleo Mussolini, i fratelli Rosselli, Matteotti... ?», le aveva ironicamente risposto Guido Bersellini). Non è un «camposanto» pacificato. Sul versante «privato», ad esempio, è ancora vivo a Torino il ricordo dell'emergenza della primavera del 2004. Nelle esumazioni decise dal Comune il ricorso a pale meccaniche per lo scavo evocò le immagini tristissime delle fosse comuni; nella confusione andarono dispersi segni di riconoscimento, oggetti, monili, tracce che la pietà aveva lasciato su quei corpi per certificarne l'identità. Di esumazioni ora si parla anche in un bellissimo libro di Istvàn Rèv, Giustizia retroattiva. Preistoria del postcomunismo (Feltrinelli); ma qui il contesto è quello della memoria pubblica, con tutte le bizzarie offerte in questo campo dal postcomunismo. Rév racconta infatti il tramestio che negli anni ha investito i cimiteri ungheresi. Dopo la rivolta del 1956 i comunisti seppellirono i ribelli in tombe anonime. L'eroe dell'insurrezione antisovietica, Imre Nagy, fu interrato prima nel cortile della prigione dove era stato giustiziato, poi disseppellito e portato nella fossa comune con gli altri. In quel periodo la vigilanza sui cimiteri era ossessiva. Nel '58 si decise di costruire il Pantheon degli eroi del movimento operaio. E ci si ingolfò in difficoltà quasi insormontabili su chi mettere e chi togliere. Quasi tutti i comunisti erano stati ammazzati da altri comunisti, in un frenetico e demenziale avvicendarsi di «purghe», epurazioni, riabilitazioni. Tutto cambiò nel 1989. I condannati a morte del '56 furono considerati eroi e dissotterrati dalle fosse comuni. La salma di Imre Nagy fu traslata con tutti gli onori in piazza degli Eroi. Era diventata l'icona delle vittime del comunismo, ma con un problema: il primo ministro della rivolta antisovietica mori martire ma comunista, con l'ingenua fiducia della possibilità di riformare il socialismo di stato. Per sanare la contraddizione il governo suggerì di guardare al '56 come a una sollevazione di sinistra di lavoratori e studenti guidati da comunisti riformatori che non volevano il ritorno al passato ma combattere lo stalinismo. Ma le memorie non si placavano. Il passo successivo fu segnato dagli onori tributati alla salma dell'ammiraglio Horthy, nel nome di un'Ungheria anticomunista, cattolica, ultra conservatrice, nazionalista. L'intero periodo comunista fu cancellato dalla storia del Paese, ricostruendo un'immaginaria continuità storica che metteva tra parentesi e aboliva sia l'occupazione nazista (quella del 19 marzo 1944), sia quella sovietica, quasi che il regime comunista fino all'89 fosse stato solo l'emanazione di una potenza straniera. C'è un'ultima, significativa annotazione nel libro di Rév: il comunismo ungherese cadde senza manifestazioni di massa; «la sua strana morte si fece beffa ancora una volta del popolo impedendogli di sentirsi sovrano. Il comunismo si uccise senza lasciare che il popolo lo uccidesse». Ci fu un'unica eccezione: le decine di migliaia di persone che affollarono piazza degli Eroi il 16 giugno 1989, giorno della «risepoltura» di Nagy. L'atto di nascita della nuova Ungheria fu siglato da un funerale. |
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| Ultimo aggiornamento ( domenica 11 novembre 2007 ) |
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