
| Siamo tutti Resistenti? |
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| Scritto da Redazione | |
| domenica 07 giugno 2009 | |
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Emilio Gentile, Siamo tutti Resistenti? La pubblicazione, cinquant'anni dopo, di un testo di Mario Dal Fra rimette in discussione i criteri storiografici coi quali è stato affrontato il movimento di liberazione. Ma la strada verso una memoria condivisa è ancora lunga, in «Il Sole 24 Ore», 19 aprile 2009, p. 30.
Come sarà celebrato quest'anno il 25 aprile? Quali commenti, quali polemiche o quali stravaganti iniziative di illustri o modesti uomini politici, accompagneranno la Festa della Liberazione nel suo sessantaquattresimo anniversario? Poiché non ci è stato concesso il dono della profezia, non possiamo prevederlo. Possiamo tuttavia fare qualche ipotesi. Per esempio, l'ipotesi che saranno ripetute le recriminazioni contro l'uso politico della Storia, e le perorazioni a favore di una storia condivisa. Che sentiremo ancora le invettive contro il revisionismo antiresistenziale che vuole affossare il valore dell'antifascismo come fondamento storico e ideale dell'Italia repubblicana, e le filippiche contro la vulgata resistenziale che sacralizza la Resistenza come un mito intangibile. Che saranno reiterate imperiose accuse su colpevoli silenzi, e sdegnate proteste per rivelazioni provocatorie. Che si udranno di nuovo gli appelli a comprendere la buona fede dei vinti, e le rivendicazioni della bontà incomparabile dei vincitori. Che saremo ancora esortati a dimenticare il passato, e ancora ammoniti a non dimenticare il passato. Almeno, questo è quanto accaduto finora, a ogni anniversario del 25 aprile, secondo la replica di un copione senza varianti. Se nessuna di queste ipotesi sarà confermata, potremo forse considerare veramente chiusa un'epoca nella storia della coscienza politica italiana nell'era* repubblicana. È stata un'epoca di mezzo secolo, dominata da lacerazioni e conflitti profondi, che hanno spesso assunto gli aspetti potenziali di una guerra civile, costellata di terrorismo, violenze e uccisioni. E potremo anche pensare che ci siano finalmente le condizioni per scrivere una storia della Resistenza italiana in cui, anche se «non si riscontri un'assoluta identità di vedute», «ogni giudizio sia pronunciato con intendimento storico, ossia con l'appoggio dei documenti e l'analisi paziente e scrupolosa dei fatti». Questo aveva auspicato mezzo secolo fa il filosofo Mario Dal Pra, già militante partigiano del Partito d'Azione, fattosi egli stesso storico della resistenza alla fine degli anni Quaranta, scrivendo un libro rimasto incompiuto che solo adesso ha visto la luce col titolo La guerra partigiana in Italia (a cura di D. Borso, Giunti, 2009). Sulla storia del movimento di liberazione in Italia, moltissimo è stato pubblicato nell'ultimo mezzo secolo, specialmente dagli appositi istituti a questo compito dedicati e sovvenzionati. Eppure, appena lo scorso anno, era considerata ancora attuale l'esigenza di una storia della Resistenza ricostruita senza miti e senza agiografia, secondo i criteri storiografici indicati sessanta anni fa dal filosofo Dal Pra. È stato lo stesso Presidente della Repubblica, lo scorso 25 aprile, a voler intervenire personalmente sulla esigenza di "smitizzare" la Resistenza. Era «possibile e necessario raccontare la Resistenza, coltivarne la storia, senza sottacere nulla, "smitizzare" quel che c’è da "smitizzare" - dichiarò il presidente - ma tenendo fermo un limite invalicabile rispetto a qualsiasi forma di denigrazione o svalutazione di quel moto di riscossa e riscatto nazionale cui dobbiamo la riconquista anche per forza nostra dell'indipendenza, dignità e libertà della Nazione italiana». Il Capo dello Stato aggiunse che era «giusto - proprio per rendere più credibile la valorizzazione della Resistenza - non tacere i suoi limiti», ma protestò contro «un mito privo di fondamento storico reale e usato in modo fuorviante e nefasto: quello della cosiddetta "Resistenza tradita", che è servito ad avvalorare posizioni ideolo-giche e strategie pseudo-rivoluzionarie di rifiuto e rottura dell'ordine democratico-costituzionale scaturito proprio dai valori e dall'impulso della Resistenza». Le parole del Presidente della Repubblica ebbero il pieno consenso del Presidente del Consiglio Berlusconi, da poco nominato, che preferiva tuttavia non partecipare alla celebrazione del 25 aprile. Il fatto che tali parole siano state pronunciate da un uomo politico proveniente dal Partito comunista oggi scomparso, che fu fra i fondatori del mito della "Resistenza tradita" e uno dei suoi più abili manipolatori per alcuni decenni, testimoniava tuttavia che l'opera di "smitizzazione" della Resistenza era già avviata. In effetti, della rappresentazione agiografi-ca, mitica e retorica della Resistenza, rimane oggi ben poco nelle opere degli storici che più seriamente si sono impegnati negli ultimi a ricostruire le vicende della guerra civile italiana. E lo hanno fatto senza ignorare le motivazioni ideali di molti militanti della Repubblica sociale, e senza tacere su violenze e assassini perpetrati dopo la fine della guerra da molti partigiani contro uomini e donne del fascismo, contro borghesi inermi, e persino contro altri partigiani politicamente diversi. Smitizzare non ha significato svalutare né denigrare la Resistenza. Anche i critici più seri dell'agiografia resistenziale hanno ribadito, come affermava Renzo De Felice nel 1995, che la Resistenza «è stata un grande evento storico. Nessun "revisionismo" riuscirà mai a negarlo». Oggi i partiti che furono protagonisti della lotta di liberazione italiana e della fondazione della repubblica non ci sono più, si sono trasformati o si sono frantumati e dispersi in nuovi partiti. E non c'è più un partito in Parlamento che rivendica il monopolio della Resistenza in nome di un antifascismo totalitario, come non c'è più un partito che rivendica la discendenza dal fascismo totalitario. Gli ideali dell'antifascismo antitotalitario sono proclamati da tutti (o quasi tutti) i membri del parlamento italiano, anche i post-totalitari o i pre-autoritari. Tutti i partiti oggi presenti nel parlamento italiano, si professano liberali, democratici, patriottici. Forse non c'è mai stata, nella storia dell'Italia unita, una così vasta adesione della coscienza politica agli ideali di patria e di libertà, in nome dei quali fu combattuta la Resistenza e fu fondata la Repubblica italiana. Quanto di questa proclamata adesione corrisponda a una reale convinzione e condivisione di quegli ideali, vissuti nella pratica quotidiana, è una verifica che solo allo storico futuro sarà forse possibile fare e valutare. |
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| Ultimo aggiornamento ( domenica 21 giugno 2009 ) |
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