Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Solo la vittima può perdonare. Per cancellare la colpa individuale o collettiva, Dio non basta. PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
mercoledì 21 novembre 2007

Bernhard Schlink, Solo la vittima può perdonare.Per cancellare la colpa individuale o collettiva, Dio non basta. L’autore di «A voce alta» riflette sulla propria infanzia, sulla tragedia nazista e sulla cattiva coscienza di un popolo,

in «Sole-24 Ore. Il domenicale», 18 novembre 2007, p. III.  

Questo estratto è tratto dal volume di saggi di Schlink dal titolo Vergangeheitsschuld. La colpa del passato, Diogenes, Zurigo, pp. 190.  

Quando ero bambino i miei giorni si concludevano con una preghiera. Prima di dar­mi il bacio della buonanotte mia madre vigilava affinché ringraziassi Dio per quanto di buono mi era capitato quel giorno, gli confessassi in cosa avevo mancato promettendogli di migliorare e gli riferissi cosa intende­vo fare il giorno successivo, invocando il suo aiuto e affidando alla sua grazia chi sapevo essere malato o triste. Quan­do non c'era troppo da pensare, confes­sare, riferire e affidare terminavo la preghiera con un padrenostro.

Una sera chiesi perdono a Dio per aver offeso mio fratello o una delle mie sorelle. Conclusa la preghiera mia ma­dre volle sapere se al fratello o alle so­relle avevo chiesto perdono. No, que­sto non l'avevo fatto. Allora non avevo alcun diritto di chiedere la remissione delle colpe a Dio. Lui non perdona fin­tantoché noi non abbiamo tentato di ot­tenere il perdono da chi abbiamo feri­to. Solo quando il nostro tentativo falli­sce perché l'altro è offeso, cocciuto o presuntuoso o perché non può più per­donare essendo morto, ci è concesso chiedere perdono a Dio. Come se Dio non avesse il diritto di perdonare fin­tantoché la persona ferita non abbia fat­to uso del proprio diritto di concedere negare il perdono.

Mia madre, una donna di fede, non deve averla intesa così. Ma di certo cre­deva che la grazia di Dio consista nel prendere su di sé con il proprio perdo­no il peso dei nostri peccati quando a noi non è concesso ottenere il perdo­no da chi abbiamo ferito. Per questo ne­cessitiamo di Dio, per questo lo abbiamo. E se non crediamo a lui possiamo dire, sarcastici o invidiosi, che proprio per questo è stato inventato da chi crede in lui.

Chi non ha fede in un Dio capace di perdonare e non può più ottenere per­dono dalla persona nei confronti del­la quale si è reso colpevole, deve vive­re con la propria colpa. Nessuno può perdonare al posto della vittima; la concessione del perdono da parte di altri che la vittima stessa è arroganza. Anche nella richiesta di perdono ci possono essere delle intercessioni, ma nessuna sostituzione. Essa presup­pone che il colpevole riconosca di aver agito ferendo la vittima e assu­mendosi la colpa, riconoscendo inol­tre il diritto della vittima di concede­re o negare il perdono, sgravandolo della colpa oppure lasciando che que­sta pesi su di lui. Nessuno può fare ciò al suo posto. Spesso tuttavia non ci so­no solo il colpevole, la vittima e forse Dio. Spesso insieme alla vittima soffrono anche parenti e amici. Il trauma dei genitori può proseguire nel trau­ma dei figli e financo in quello dei ni­poti. Come vi è il coinvolgimento nel destino di vittima esiste anche quello nel destino di colpevole. Anche chi non ha commesso il fatto, non l'ha causato e non vi ha concorso può avervi assistito guardando consapevolmente da un'altra parte, evitando di impedirlo o di aiutare la vittima. Inoltre si assume la colpa del responsabile chi rimane con lui solidale pur sapendo che la sua azione non è stata né perdonata né condannata. Questo deriva dall’antico principio giuridico secondo cui una tribù doveva espellere il proprio membro che aveva ucciso un membro di un’altra tribù, se non voleva diventare essa stessa responsabile del delitto. Ciò costituisce anche il nu­cleo razionale dell'idea di una colpa collettiva. Una collettività non diven­ta colpevole perché è legata a un re­sponsabile dal vincolo generale del sangue, della Nazione o della religio­ne, bensì perché essa si rapporta in una determinata situazione con un concreto individuo in modo concreto e preciso, perché gli offre la propria solidarietà, senza chiedergli ragione e metterlo di fronte alle proprie re­sponsabilità. Così come l'essere coin­volto nel destino di vittima anche il coinvolgimento nel destino di colpe­vole oltrepassa la durata di una gene­razione. Anche i figli e persino i nipo­ti dei responsabili vengono posti di fronte alla scelta se privare i colpevo­li della loro solidarietà o mantenerla e così facendo esser coinvolti nella lo­ro colpa. Solo con i pronipoti, in ogni caso con i terzi nipoti, non incontrati dai colpevoli in vita, non ha più luogo la scelta intesa come sfida della vita terrena, bensì vi è solo un'approvazio­ne o rifiuto lontani, una eroicizzazio­ne o una dannazione che possono va­lere per tutte le manifestazioni della Storia. La scelta è difficile. I figli non ripudiano alla leggera i genitori, né i nipoti i loro nonni. Molti semplice­mente non ce la fanno, e in questo ca­so il loro coinvolgimento ha un che di fatale, così come avviene per l'idea di una colpa collettiva.

Quando un delitto colpisce insieme alla vittima stessa anche sua moglie, i figli e i genitori, questi non possono perdonare quanto il colpevole ha fatto alla vittima, ma il reo può supplicare perdono per il dolore commesso nei loro confronti ed essi possono concederlo o negarlo. Quando una generazione successiva partecipa sia del destino della vittima che della responsabilità del colpevole, i traumi dei figli delle vittime e il fardello dei bambini dei colpevoli hanno una reciproca corrispondenza. Ma è una debole corrispondenza.

I bambini coinvolti nel destino di vittime della generazione dei padri e i bambini coinvolti nel destino di colpevoli della generazione dei padri appartengono invero alla stessa generazio­ne e sono coinvolti nello stesso fatto.Ma per queste azioni essi non possono né implorare perdono in quanto figli dei colpevoli né concederlo in quanto figli delle vittime. Essi non sono la vittima e il colpevole dell’altro.

Ultimo aggiornamento ( mercoledì 21 novembre 2007 )
 
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