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Spunti documentari dal catalogo "Foibe/Esodo" |
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Scritto da Redazione
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domenica 10 febbraio 2008 |
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Cadaveri di italiani esumati dalla foiba di Vines tra il 6 e il 25 ottobre 1943.

Le principali foibe della zona di Trieste a Gorizia.


Cadaveri recuperati dalla foiba di Surani (11 dicembre 1943).
Alla foiba di Vines, i parenti si piegano verso i corpi estratti, il fazzoletto sul naso per arginare l’odore acre dei cadaveri. Si cerca disperatamente un segno di riconoscimento nel colore dei capelli, nella dentatura, nei vestiti o in una vecchia cicatrice (ottobre 1943).

Don Angelo Tarticchio, parroco di Villa di Rovigno, infoibato a 36 anni. La sua salma, portata alla luce da una foiba, appare nuda con una corona di spine calcata sulla testa e i genitali in bocca.Anche la chiesa cattolica è vittima del programma politico titino: 2 vescovi morti in carcere, 430 sacerdoti uccisi, 1.954 incarcerati, intere comunità monastiche e oltre 200 sacerdoti, giuliani e dalmati, fuggiti in Italia. Per non parlare delle chiese abbattute o trasformate in magazzini, dei cimiteri profanati con croci ed epigrafi in lingua italiana scalpellate. La deportazione e la morte entrano a turbare anche il silenzio dei monasteri, quello dei Benedettini di Daila e Sant’Onofrio e quello dei Francescani di Pisino, di Capodistria e di Pola.
Alcuni lacci di ferro rinvenuti sui cadaveri esumati dalle foibe.

Operazioni di recupero dalla foiba di Vines, presso Albona. Tra il 16 e il 25 ottobre 1943 i vigili del fuoco del maresciallo Harzarich portano in superficie i resti di 84 persone.

Anche il mare restituisce le salme dei tanti che vi sono gettati. Si tratta della copertina della «Domenica del Corriere» del 1944.
Nella didascalia si legge: «Un’intera famiglia zaratina, composta dai genitori, dalla suocera e da una bambina, veniva precipitata in mare con una pietra al collo dai partigiani di Tito, per i suoi sentimenti di italianità. con disperata energia, tuttavia, il padre riusciva a trascinare con sé nella tomba d’acqua uno dei feroci persecutori». Si tratta della famiglia del farmacista Ticina.

Su un opuscolo diffuso dagli inglesi nel maggio 1945 si riconosce il delitto delle foibe: «Le foibe sono profondi crepacci nella crosta del Carso, molte di queste sono inesplorate, al loro interno vennero gettate migliaia di italiani dalle truppe del maresciallo Tito. Le mani legate col filo di ferro, alcuni già colpiti alla nuca, altri ancora vivi. Dopodichè gli jugoslavi collocavano spesso esplosivi ad alto potenziale in queste grandi voragini in modo che ogni traccia dei loro crimini potesse essere cancellata».
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Ultimo aggiornamento ( domenica 10 febbraio 2008 )
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