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Sulle tracce di Paul Morton, il reporter partigiano che il "Toronto Star" censurò PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
venerdì 22 agosto 2008

Alberto Papuzzi, Sulle tracce di Paul Morton, il reporter partigiano che il "Toronto Star" censurò. La Resistenza perduta, in «La Stampa», 8 luglio 2008, p. 39.

 

 

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CUNEO - Un giornalista canadese che nell'estate del 1944 viene paracadutato fra i partigiani del Cuneese, vive due mesi con loro, scrive dettagliati e seducenti reportage sulla loro esistenza e sulle loro avventure, ma non viene creduto e finisce addirittura licenziato. Un altro giornalista canadese che 64 anni dopo percorre le stesse valli, incontra ex partigiani, raccoglie documentazione all'Istituto storico della resistenza di Cuneo, per ristabilire la verità e riabilitare la memoria dello sfortunato collega. Il primo si chiamava Paul Morton, era un corrispondente di guerra affascinante ma anche insoddisfatto, alla ricerca di esperienze che lasciassero il segno, un po' troppo amante dell'alcol e delle belle donne, capace però di lasciare la relativamente comoda sistemazione nella capitale liberata per farsi paracadutare oltre le linee tedesche e diventare il reporter di una banda partigiana degli autonomi.

Il secondo si chiama Don North, è un giornalista indipendente e un video producer che ha iniziato la carriera in Vietnam per Abc e Nbc, per coprire successivamente fatti bellici in Medio Oriente, nell'America Centrale, in Afghanistan o in Iraq. Come il fantasma che sta inseguendo, ama raccontare la vita dei soldati dal vivo, a costo di stare assai vicino alle linee di combattimento. La loro storia, sullo sfondo della seconda guerra mondiale, è un frammento di umanità e audacia, che rotola sul confine fra professionalità giornalistica e coinvolgimento emotivo, fra il senso del mestiere e l'adesione alla causa.

La vicenda di Morton è stata raccontata da lui stesso in un libro che era una specie di diario: Missione Inside, tradotto in italiano trent'anni fa dal comandante partigiano Mario Donadei, un professore di Cuneo scomparso nel 1992. In seguito Mario Baudino, una firma di questo giornale, ci costruì un capitolo del suo libro Voci di guerra, apparso nel 2001 da Ponte alle Grazie, leggendo il caso come uno scoop che venne rifiutato. Ma perché Morton accettò il rischio di farsi paracadutare in territorio nemico? North non ha dubbi: «Venne paracadutato su disposizioni di Winston Churchill. Come giornalista egli stesso, il leader britannico non aveva dubbi sulla funzione e il valore del giornalismo per incoraggiare gli scopi bellici». Pensava che quella dei partigiani fosse una grande storia da raccontare, il cui potenziale non era sfruttato. Perciò Morton è l'unico giornalista inquadrato fra i partigiani, aggregato al gruppo del maggiore Temple, nome di battaglia dell'inglese Neville Darewski.

«Ero comandante di un piccolo distaccamento in Val Ellero e con noi c'era la missione del maggiore Temple, alla quale si era unito anche Paul Morton», ricorda l'ex insegnante Giovanni Raineri, 89 anni, di Mondovì, che allora faceva parte d'una divisione di autonomi repubblicani. Conobbe bene Morton e si è incontrato anche con North. «Gli inglesi formavano un gruppetto nutrito, perché ai soldati espressamente paracadutati s'erano aggiunti quattro aviatori i cui apparecchi erano stati abbattuti in combattimento. Avevano una radio con cui si organizzavano i lanci di armi, munizioni e vettovagliamento - prosegue Raineri -. Non eravamo lontani da un pianoro di 2 km di lunghezza e circa 1 km di larghezza, nella zona di Prato Nevoso e sembrava fatto apposta per i lanci. Mi sembra che Morton non parlasse l'italiano tanto bene, eppure faceva lunghe chiacchierate, forse in francese, o anche a gesti. Era un curioso. Finché restò con noi non ci furono combattimenti; vennero, invece, subito dopo».

Presso l'Ufficio britannico della Guerra, l'infaticabile North ha trovato la motivazione per cui Morton fu inviato al Nord: «Per rifornire la stampa di un resoconto delle attività patriottiche e di sabotaggio». La missione era top secret, per cui il direttore del Toronto Star, quotidiano canadese di cui Morton era corrispondente di guerra in Italia, non ne fu informato e amici inoltravano altre corrispondenze da Roma sotto l'identità di Morton per coprirne l'assenza. Lui, intanto, era sempre di più dentro i panni del soldato: «Andai dietro le linee nemiche - scriverà nei diari - e cominciai a diventare una specie di agente dei servizi segreti. Andai lì come reporter ma mi trasformai in un soldato. Qualche volta mi auguro di non essere mai andato laggiù».

I guai iniziarono quando Morton tornò a Roma e scoprì che aveva perso le credenziali di corrispondente di guerra per un incidente al club ufficiali, dove durante un drink aveva sparato un colpo che aveva bucato il soffitto del bar. Si disse che doveva essere paracadutato nei Balcani non in Italia, per cui lo si circondò d'una fama negativa. «Mai nulla venne pubblicato sulle colonne di questo giornale da Paul Morton o sedicente tale» dicevano al Toronto Star. Il direttore Harry Hindmarsh, descritto come un tiranno (negli anni venti aveva licenziato Ernest Hemingway!) non credeva alla sua vita coi partigiani: i suoi articoli vennero bloccati, una storia di novemila parole, il meglio del suo lavoro, venne cestinata. Venne licenziato e calò il silenzio.

Essere considerato un bugiardo, dopo aver rischiato per raccontare, lui solo, l'epica e la quotidianità della vita partigiana, precipitò Morton in una depressione da cui non si riebbe fino alla morte nel 1992. I cuneesi lo avevano rivisto l'ultima volta come allevatore di cani. «Intendo chiedere al Toronto Star una pubblica apologia di Paul Morton», dice Don North, che spera di ritrovare presso i servizi segreti britannici gli articoli in cui Morton raccontava i partigiani. E chiude con un appello: si faccia vivo con lui ( Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo ) chiunque abbia incontrato Morton nel 1944.  
Ultimo aggiornamento ( martedì 26 agosto 2008 )
 
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