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Umberto Eco, L’arte sublime del denigrare il nemico PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedì 02 giugno 2008

Umberto Eco, L’arte sublime del denigrare il nemico, in «La Repubblica», 16 maggio 2008, pp. 1 e 55.

 

Pubblichiamo una sintesi d'autore dell’intervento che Umberto Eco ha tenuto ieri nell'ambito del ciclo "Elogio della politica", diretto da Ivano Dionigi, all'Università di Bologna.

 

 

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Anni fa a New York sono capitato con un tassista dal nome di difficile de­cifrazione, e mi ha chiarito che era pakistano. Mi ha chie­sto da dove venivo, gli ho det­to dall'Italia, mi ha chiesto quanti siamo ed è stato colpi­to che fossimo così pochi e che la nostra lingua non fosse l'inglese.

Infine mi ha chiesto quali sono i nostri nemici. Al mio «prego?» ha chiarito paziente­mente che voleva sapere con quali popoli fossimo da secoli in guerra per rivendicazioni territoriali, odi etnici, conti­nue violazioni di confine, e così via. Gli ho detto che non siamo in guerra con nessuno. Pazientemente mi ha spiega­to che voleva sapere quali so­no i nostri avversari storici, quelli che loro ammazzano noi e noi ammazziamo loro. Gli ho ripetuto che non ne ab­biamo, che l'ultima guerra l'abbiamo fatta cinquanta e passa anni fa, e tra l'altro ini­ziandola con un nemico e fi­nendola con un altro.

 

Non era soddisfatto. Come è possibile che ci sia un popo­lo che non ha nemici? Sono sceso lasciandogli due dollari di mancia per compensarlo del nostro indolente pacifi­smo, poi mi è venuto in mente che cosa avrei dovuto rispondergli, e cioè che non è vero che gli italiani non hanno ne­mici.

Non hanno nemici esterni, e in ogni caso non sono mai in grado di mettersi d'accordo per stabilire quali siano, per­ché sono continuamente in guerra tra di loro.

Pisa contro Livorno, i Guelfi contro Ghibelli­ni, nordisti contro sudi­sti, fascisti contro partigiani, mafia contro sta­to, governo contro magistratura e peccato che all'epoca non ci fosse ancora stata la caduta del secondo governo Prodi altri­menti avrei potuto spiegargli me­glio cosa significa perdere una guerra per colpa del fuoco amico. Però, riflettendo meglio su quell'episodio, mi sono convinto che una delle disgrazie del nostro pae­se, negli ultimi sessant'anni, è sta­ta proprio di non avere avuto veri nemici. L'unità d'Italia si è fatta grazie alla presenza dell'austriaco o, come voleva Berchet, dell'irto e increscioso alemanno, Mussolini ha potuto godere del consenso po­polare incitandoci a vendicarci della vittoria mutilata delle umiliazioni subite a Dogali e ad Adua e delle demoplutocrazie giudaiche che ci infliggevano le inique san­zioni. Si veda che cosa è accaduto agli Stati Uniti quando è scompar­so l'Impero del Male e il grande ne­mico sovietico si è dissolto. Ri­schiavano il tracollo della loro identità sino a che Bin Laden, me­more dei benefici ricevuti quando veniva aiutato contro l'Unione So­vietica, ha porto agli Stati Uniti la sua mano misericordiosa e ha for­nito a Bush l'occasione di creare nuovi nemici rinsaldando il senti­mento d'identità nazionale, e il suo potere.

Avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misu­rare il nostro sistema di valori e mostrare, nell'affrontarlo, il valore nostro. Pertanto quando il nemico non ci sia, occorre costruirlo. Si ve­da la generosa flessibilità con cui i naziskin di Verona eleggevano a nemico chiunque non apparte­nesse alloro gruppo, pur di ricono­scerei come gruppo. Ed ecco che questa sera non ci interessa tanto il fenomeno quasi naturale di indivi­duazione di un nemico che ci mi­naccia, quanto il processo di pro­duzione e demonizzazione del ne­mico.

Nelle Catilinarie Cicerone non avrebbe avuto bisogno di disegna­re una immagine del nemico per­ché del complotto di Catilina aveva le prove. Ma lo costruisce quan­do, nella seconda orazione, dipin­ge ai senatori l'immagine degli amici di Catilina, riverberando sul principale accusato il loro alone di perversità morale […].

Un diverso per eccellenza è lo straniero. Già nei bassorilievi romani i barbari appaiono come barbuti e camusi, e lo stesso denomi­nativo di barbari come è noto allu­de a un difetto di linguaggio e quin­di di pensiero. Tuttavia sin dall'ini­zio vengono costruiti come nemi­ci non tanto i diversi che ci minacciano direttamente (come sarebbe il caso dei barbari), bensì coloro che qualcuno ha interesse a rappresentare come minacciosi anche se non ci minacciano direttamente, così che non tanto la loro minacciosità ne faccia risaltare la diversità, ma la loro diversità di­venti segno di minacciosità.

Si vedano i proclami contro i riti dionisiaci (di origine straniera) e quanto Tacito dice degli ebrei: profano è per loro tutto quello che è sacro per noi e quanto è per noi impuro per loro è lecito» (e viene in mente il ripudio anglosassone per i mangiatori di rane francesi o quello tedesco per gli italiani che abusano d'aglio). Gli ebrei sono «strani» perché si astengono dalla carne di maiale, non mettono lie­vito nel pane, oziano il settimo giorno, si sposano solo tra loro, si circoncidono (si badi) non perché sia una norma igienica o religiosa, ma «per marcare la loro diversità», seppelliscono i morti e non vene­rano i nostri Cesari. Una volta di­mostrato quanto siano diversi al­cuni costumi reali (circoncisione, riposo del sabato) si può sottoli­neare ulteriormente la diversità inserendo nel ritratto costumi leg-gendari (consacrano l'effigie di un asino, spregiano genitori, figli, fra­telli, la patria e gli dei) […].

Nuova forma di nemico sarà poi, con lo svilupparsi dei contatti tra i popoli, non solo quello che sta fuo­ri e che esibisce la sua stranezza da lontano, ma quello che sta tra noi, oggi diremmo l'immigrato extra-comunitario, che in qualche modo si comporta in modo diverso o parla male la nostra lingua, e che nella satira di Giovenale è il greculo fur­bo e truffaldino, sfrontato, libidi­noso, capace di stendere sul letto la nonna di un amico […]. Il nemi­co sempre puzza, e tale Berillon all'inizio della guerra mondiale (1915) scriveva un La polychesie de la race allemande dove dimostrava che il tedesco medio produce più materia fecale del francese, e di odore più sgradevole […]. Mo­struoso e puzzolente sarà, almeno dalle origini del cristianesimo, l'ebreo, visto che il suo modello è l'Anticristo, l'arcinemico, il nemi­co non solo nostro ma di Dio […].

Talora il nemico è percepito co­me diverso e brutto perché è di classe inferiore. In Omero Tersite («storto, zoppo di un piede; le spal­le curve e ripiegate sul petto; la te­sta a punta coperta di una rara pe­luria, Iliade, II, 212) è socialmente inferiore ad Agamennone o ad Achille e pertanto invidioso di loro. Tra Tersite e il Franti di De Amicis c'è poca differenza, brutti entrambi, Ulisse percuote a sangue il pri­mo e la società manderà Franti all'ergastolo […].

Pare che del nemico non si pos­sa fare a meno. La figura del nemi­co non può essere abolita dai pro­cessi di civilizzazione. Il bisogno è connaturato anche all'uomo mite e amico della pace.

Semplicemente si sposta allora l'immagine del nemico da un og­getto umano a una forza naturale o sociale che in qualche modo ci mi­naccia e che deve essere vinta, sia essa lo sfruttamento capitalistico, l'inquinamento ambientale, la fa­me del terzo mondo.

Ma se pure questi sono casi "vir­tuosi", ci ricorda Brecht che anche l'odio per l'ingiustizia stravolge la faccia.

L'etica è dunque impotente di fronte al bisogno ancestrale di ave­re nemici? Direi che l'istanza etica sopravviene non quando si finge che non ci siano nemici, bensì quando si cerca di capirli, di met­tersi nei loro panni. Non c'è in Eschilo un astio verso i persiani, la cui tragedia egli vive tra loro e dal loro punto di vista. Cesare tratta i Galli con molto rispetto, al massi­mo li fa apparire un poco piagnoni ogni volta che si arrendono, e Taci­to ammira i germani, trovandoli anche di bella complessione, limi­tandosi a lamentare la loro sporci­zia e la loro renitenza ai lavori fati­cosi perché non sopportano caldo e sete. Cercare di capire l'altro si­gnifica distruggerne il cliché, sen­za negarne o cancellarne l'alterità. Ma siamo realisti. Queste forme di comprensione del nemico sono proprie dei poeti, dei santi, o dei traditori. Le nostre pulsioni più profonde sonò di ben altro ordine […]. Se è così la costruzione del nemico deve essere intensiva e co­stante. Ce ne offre un modello ve­ramente esemplare George Orwell in 1984: «Come al solito, la faccia di Emmanuel Goldstein, il Nemico del Popolo, era apparsa sullo schermo. S'udì qualche fischio, qua e là, fra i presenti. La donnetta dai capelli color sabbia diede in una sorta di gemito in cui erano mescolati paura e disgusto. Prima ancora che fossero passati una trentina di secondi d'Odio, incon­trollabili manifestazioni di rabbia ruppero fuor da una metà del pub­blico nella sala. Durante il suo se­condo minuto, l'Odio arrivò fino al delirio. La gente si levava e si ri­metteva a sedere con gran rimestio, e urlava quanto più poteva nello sforzo di coprire il belato di quella voce maledicente che veni­va dallo schermo. La donnetta dai capelli color sabbia era diventata rossa come un peperone e apriva e chiudeva la bocca come un pesce tratto fuor d'acqua. La bruna die­tro a Winston aveva cominciato a strillare: "Porco! Porco! Porco!". Winston si accorse che anche lui stava strillando come tutti gli altri, e batteva furiosamente i tacchi contro il piolo della sedia. La cosa più terribile dei Due Minuti d'Odio non consisteva tanto nel fatto che bisognava prendervi parte, ma, al contrario, proprio nel fatto che non si poteva trovar modo di evita­re di unirsi al coro delle esecrazio­ni. Una fastidiosa estasi mista di paura e di istinti vendicativi, un folle desiderio d'uccidere, di torturare, di rompere facce a colpi di martello percorreva l'intero grup­po degli astanti come una sorta di corrente elettrica, tramutando ognuno, anche contro la sua stessa volontà, in un paranoico urlante e sghignazzante».

Non è necessario raggiungere i deliri di 1984 per riconoscerci co­me esseri che hanno bisogno di un nemico. Le recenti elezioni ci han­no mostrato quanto può la paura dei nuovi flussi migratori.

Allargando a una intera etnia le caratteristiche di alcuni suoi membri che vivono in una situa­zione di marginalizzazione, si sta oggi costruendo in Italia l'immagi­ne del nemico rumeno, capro espiatorio ideale per una società che, travolta in un processo di tra­sformazione anche etnica, non riesce più a riconoscersi.

La visione più pessimistica in proposito è quella di Sartre in Huis clos. Da un lato possiamo ricono­scere noi stessi solo in presenza di un Altro, e su questo si reggono le regole di convivenza e mansuetu­dine. Ma più volentieri troviamo quest'Altro insopportabile perché in qualche misura non è noi. Così che riducendolo a nemico ci co­struiamo il nostro inferno in terra. Quando Sartre chiude tre de­funti, che in vita non si conosceva­no, in una camera d'albergo, uno di essi capisce la tremenda verità: «Guardate che cosa semplice: insi­pida come una rapa. Non c'è tortura fisica, va bene? Eppure, siamo all'inferno. E nessun altro deve arrivare, qui. Nessuno. Fino alla fine, noi tre soli, insieme. Manca il boia. Hanno realizzato una economia di personale. Ecco tutto. Il boia, è cia­scuno di noi per gli altri due». 
Ultimo aggiornamento ( mercoledì 04 giugno 2008 )
 
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