
| Un testo delle Nazioni Unite del 1942 denunciava con chiarezza lo sterminio degli ebrei |
|
|
|
| Scritto da Redazione | |
| domenica 07 giugno 2009 | |
|
Michele Sarfatti, Ma Pio XII non firmò, Un testo delle Nazioni Unite del 1942 denunciava con chiarezza lo sterminio degli ebrei e i suoi responsabili. Il papa non aderì e nel discorso di Natale si limitò ad allusioni vaghe, in «Il Sole 24 Ore», 10 maggio 2009, p. 37.
Il discusso pannello su Pio XII del Museo di Yad Vashem forma un angolo retto con il pannello «Perché Auschwitz non fu bombardato»; ci troviamo quindi in un punto espositivo dedicato al tema delle reazioni dei Paesi ed Enti non nazisti. Poco avanti i visitatori ricevono notizia del soccorso prestato a ebrei da enti cattolici di Assisi e altre città italiane; il pannello su Pacelli è quindi dedicato a lui, non all'insieme dei fedeli o al cattolicesimo in quanto tale. Il testo non presenta il papa come colpevole o corresponsabile dello sterminio e non lo definisce ambiguo. Inizia affermando che la sua reazione alla Shoah è questione controversa (a matter of controversy) e termina sostenendo: «il suo silenzio e la mancanza di direttive generali (guide lines) costringerò gli ecclesiastici (Church men) in tutta Europa a decidere per proprio conto come reagire». Questo riferimento al continente, ossia innanzitutto ai tre milioni di ebrei polacchi sterminati, segnala la forzata perifericità delle migliaia di ebrei italiani salvati in Italia da cattolici. Il "silenzio" attribuito a Pio XII discende principalmente dal brano: «Anche quando rapporti sull'assassinio di ebrei raggiunsero il Vaticano, il papa non protestò a voce o per iscritto. Nel dicembre 1942 si astenne dal firmare la Dichiarazione degli Alleati di condanna dello sterminio degli ebrei». Che la Santa Sede avesse ricevuto nel 1942 rapporti più che espliciti è cosa nota, grazie anche ai documenti da essa pubblicati. La Dichiarazione diffusa dai governi delle Nazioni Unite il 17 dicembre 1942 è invece sostanzialmente ignota in Italia (e viene qui proposta nella traduzione di Elisa Benaim): «L'attenzione dei Governi del Belgio, Cecoslovacchia, Grecia, Jugoslavia, Lussemburgo, Norvegia, Olanda, Polonia, Regno Unito, Stati Uniti d'America e Unione Sovietica e anche del Comitato Nazionale Francese è stata sollecitata da numerosi rapporti provenienti dall'Europa che affermano che le autorità tedesche, non paghe di aver negato in tutti i territori sui quali hanno esteso il loro barbaro dominio, i diritti umani più elementari alle persone di razza ebraica, stanno ora mettendo in atto il proposito di Hitler, molte volte annunciato, di sterminare la popolazione ebraica in Europa. Da tutti i territori occupati gli ebrei sono trasportati in condizioni del più abbietto orrore e brutalità verso l'Europa dell'Est. In Polonia, trasformata nel principale macello nazista, i ghetti istituiti dall'invasore tedesco vengono sistematicamente svuotati di tutti gli ebrei, all'infuori di pochi operai, altamente specializzati, richiesti dalle industrie di guerra. Non si hanno più notizie di nessuno di quelli portati via. Coloro che sono in buone condizioni fisiche muoiono lentamente per sfinimento in campi di lavoro. Gli infermi sono lasciati morire all'aperto o per fame o sono deliberatamente uccisi in eccidi di massa. Si calcola che li numero delle vittime di queste crudeltà letali sia di molte centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini, del tutto innocenti. I Governi suddetti e il Comitato Nazionale Francese condannano nel modo più assoluto questa politica bestiale di sterminio a sangue freddo. Dichiarano che tali eventi non possono che rafforzare la risoluzione di tutti i popoli amanti della libertà di rovesciare la barbara tirannia hitleriana. Essi riaffermano il loro solenne impegno di far sì che i responsabili di questi crimini non sfuggano alla giusta condanna, nonché di intraprendere tutte le necessarie misure pratiche affinché tale scopo sia raggiunto». Il testo denunciava pubblicamente il genocidio in atto e assicurava la punizione dei responsabili. Esso conteneva i vocaboli: nazista, tedesco, hitleriano, ebreo, sterminio, crudeltà, barbaro, brutalità, letale, orrore, macello, eccidio, ucciso, nonché i riferimenti quantitativi «sterminare la popolazione ebraica» e «molte centinaia di migliaia». Il quadro proposto, pur inferiore al livello raggiunto dal genocidio, era abbastanza preciso. A mio parere la Dichiarazione (o una sua eco) raggiunse il gruppo dirigente dell'Italia fascista, producendovi quanto meno una reazione di attenzione: il 26 gennaio 1943 il capo di stato maggiore generale Cavaliere telefonò al comandante della quarta armata in Francia Vercellino per parlargli di «pubblicazione su giornali esteri di un proclama che deplora la lotta contro gli ebrei»; il 4 maggio seguente «Il regime fascista» di Farinacci pubblicò il corsivo «Sterminio integrale», che utilizzava quel vocabolo e contestava dichiarazioni americane su «responsabilità del popolo italiano e tedesco nei pretesi massacri in massa degli Ebrei e dei Polacchi», imputando invece agli Usa minacce di sterminio verso l'Italia. Come detto, Pio XII non si unì ai firmatari della Dichiarazione. Avrebbe potuto affiancarsi con un suo atto. L'occasione capitò con il messaggio del 24 dicembre, diffuso in numerose lingue per radio e per scritto. In esso Pacelli si riferì «alle centinaia di migliaia di persone, le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o a un progressivo deperimento». Ebbene, quali e quante differenze con la Dichiarazione alleata! Le 30 parole pontificie erano collocate in un testo di oltre 35mila battute, praticamente alla sua fine, sommerse in un discorso centrato su altri temi, che menzionava e condannava il socialismo marxista ma non il nazismo o il razzismo, in quarta posizione di un elenco di vittime dopo i soldati uccisi, i loro famigliari e gli esuli e prima delle vittime dei bombardamenti. Inoltre la frase individuava un insieme di persone ampio, composto sia ("talora") da ebrei, sia da polacchi e altri gruppi (tutti innominati). Mancava infine il lessico che aveva turbato Cavaliere e in fondo anche Farinacci. Il brano del papa non sembra aver provocato particolari echi. Il 6 marzo 1943 il vescovo di Berlino von Preysing gli scrisse sulle deportazioni degli ultimi ebrei della città e sul conseguente (cito dalla traduzione di Saul Friedlander) «probabile fato cui Sua Santità ha alluso nel suo messaggio radio di Natale», chiedendogli di «tentare di intervenire in favore di questi numerosi innocenti sventurati». A mio parere i vocaboli e il tono di queste frasi mostrano che già allora in area cattolica il discorso natalizio di Pio XII era ritenuto quanto meno non sufficiente, silenzioso.
Le nostre colpe come cristiani di Emma Fattorini
“La Shoah è l'anti-Sinai”, così si è espresso Elie Wiesel: «Gli assassini erano battezzati, per lo più, erano stati educati nel cristianesimo: eppure uccidevano». È la prova, secondo il nobel per la pace, che il cristianesimo e la sua cultura non hanno saputo fermare il male. E la sua unicità non sta nella quantità o qualità del male che il cristianesimo non avrebbe saputo impedire, ma piuttosto, come dice Jean Dujardin nel suo L'eglise catholique et le peuple juif, nel fatto che la Shoah «distrugge il cuore stesso dell'etica biblica... e può essere guardata come l'anti-creazione, la volontà di ritornare al caos iniziale, cioè a prima che la Parola di Dio donasse senso al mondo e all'uomo». La Shoah si presenterebbe allora come «la sconfitta della religione cristiana». Eppure proprio perché raramente colgono una simile profondità teologica, le ricorrenti polemiche sui silenzi di Pio XII il più delle volte suonano comprensibili ma decisamente inadeguate rispetto all'interrogativo morale che le sottende.La questione centrale, quella su cui dovremmo davvero tutti interrogarci, riguarda come e perché l'antigiudaismo cristiano abbia favorito, legittimato e avvallato l'antisemitismo. Occorre allora non attardarsi soltanto sulle singole scelte del papa, ma sul comportamento complessivo della comunità cristiana e cattolica per non tacere certamente l'aiuto concreto prestato alla salvezza di singoli ebrei, ma senza dimenticare le sue responsabilità nell'avere accreditato e favorito il diffuso comune sentire antiebraico che ha segnato la cultura europea degli ultimi due secoli. Ciò su cui occorre riflettere, insomma, è quanto l'accusa di deicidio abbia sedimentato e nutrito le pulsioni razziste novecentesche. Solo così si capisce allora tutta l'importanza che riveste la radice teologica e di fede nel condannare il razzismo, quel grido lanciato da Pio XI prima di morire: «spiritualmente siamo tutti semiti». None legittimo per un cristiano essere razzista perché, non si stancherà di ripetere, ciò vorrebbe dire tradire la comune origine abramitica e spezzare l'indissolubile comunità di destino ebraico-cristiana. Da quel momento del 1938, la condanna degli ebrei per motivi religiosi, fino ad allora sostenuta dalla chiesa cattolica, diventa altrettanto inaccettabile di quella per motivi di razza. Del resto, più che le mitologie paganeggianti che molti vedrebbero nel nazismo, lo scopo di Hitler era quello di intaccare il cuore della rivelazione imponendo per legge alle chiese tedesche la soppressione e il vero e proprio ripudio dell'Antico Testamento, fino a costruire un Cristo ariano, come fece Arthur Rosen-berg nel suo Mito del XX secolo messo all'indice dalla chiesa cattolica eppure accettato dalle chiese protestanti asservite al Fuerher, che voleva fondare, appunto, una nuova religione. Il significato teologico della minaccia rappresentata dal nazismo sta nel volere tagliare la radice della tradizione cristiana, rinnegando il Vecchio Testamento. Operazione impossibile per la fede cristiana, come Joseph Ratzinger ha ben chiarito fin dal 1968 nella prima parte della sua Introduzione al cristianesimo, oggi riedita integralmente dalla Queriniana. Tutto il pontificato di Wojtyla è segnato da questa consapevolezza teologica, prima ancora che storica. Nel giugno del 1979 si reca ad Auschwitz, nel 1998 a Mauthausen, nel 1999 a Majdanek, nel dicembre del 1993 Santa Sede e Israele firmano un accordo che porterà allo scambio degli ambasciatori e, infine, nel 2000, in una cerimonia tra le più significative del suo magistero, Giovanni Paolo II chiede perdono per le colpe della chiesa nei confronti degli ebrei. La beatificazione di Edith Stein segna il culmine, quando il papa dirà: «Ella è morta come figlia di Sion per la santificazione del Nome, ella ha vissuto la sua morte come Teresa Benedetta della Croce, benedetta dalla croce». |
|
| Ultimo aggiornamento ( venerdì 19 giugno 2009 ) |
| < Prec. | Pros. > |
|---|