
| Giulio Guerini, ucciso dalle Fiamme Verdi del comandante Gianni Guaini il 27 luglio del 1944 |
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| Scritto da Simone Bentivoglio | |
| lunedì 04 maggio 2009 | |
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VALCAMONICA. Il figlio, dirigente d’azienda all’estero, scrisse a "Bresciaoggi" per avere notizie della sorte del padre dirigente postale a Breno ucciso nel ’44 a Ceto.
Dopo 64 anni ecco come morì Giulio Guerini.
Alcuni testimoni raccontano e un chierichetto ricorda: «Accompagnai io il parroco quei resti sono al cimitero».
Gianfranco Guerini potrà finalmente deporre una croce e un fiore nel luogo ove il padre Giulio venne ucciso dalle Fiamme Verdi del comandante Gianni Guaini il 27 luglio del 1944, proprio all’incrocio fra la strada che dal Badetto sale a Ceto e che sul lato destro conduce alla centrale elettrica dell’Enel. Ci sono voluti ben 64 anni e alla fine gli appelli rivolti a «Chi sa parli», anche attraverso Bresciaoggi a partire dal 2004, le lettere e gli articoli apparsi su queste colonne e infine l’apertura di una casella postale (all’ufficio di Breno) hanno smosso le coscienze di qualcuno, consentendo di arrivare alla verità sulla fine di Giulio Guerini, allora responsabile dell’ufficio postale di Breno, e sul luogo dove venne sepolto. Dunque, un amico di infanzia di Gianfranco Guerini si mise a disposizione dopo aver letto su «Bresciaoggi» nel gennaio di due anni fa un articolo nel quale veniva presentato un libro dello storico bresciano della Rsi Lodovico Galli commissionatogli dallo stesso figlio dello scomparso e intitolato «Dove si trova la salma di Giulio Guerini?». Alla casella postale n.5 dell’ufficio brenese era nel frattempo pervenuta una lettera d i una persona «informata dei fatti» e che era intenzionato a «rispondere a certe domande su avvenimenti che ancora ricordo di quei brutti giorni». Due altre testimonianze, più dirette, riferibili ad altrettanti testimoni della tragica morte di Giulio Guerini (ambedue ex partigiani delle Fiamme Verdi), hanno consentito di accertare che l’ufficiale postale «venne ucciso a picconate e subito sotterrato nel prato al confine della strada poco distante dal bivio per la centrale elettrica. Sulla sepoltura venne fatto rotolare un grosso masso per celare il posto e prima dell’uccisioni Guerini fu spogl! iato dei documenti e del denaro che portava con sé». Si trattava di una somma consistente, destinata all’ufficio postale di Ceto che sarebbe servita a pagare i sussidi di stato destinati ai familiari dei militari al fronte. Naturalmente del denaro non si seppe più nulla e il Ministero delle Poste accusò i Guerini di essersi impossessato dei soldi ed avviò un contenzioso che durò tre anni con i congiunti che si chiuse solo dopo l’emissione del certificato di morte nel novembre del 1947. L’ufficiale postale sarebbe stato trucidato in modo così brutale perché gli eventuali spari avrebbero allertato i soldati tedeschi di guardia al vicino impianto elettrico. Queste versioni dei fatti raccolte nel nuovo libro di Lodovico Galli «Fatti e misfatti durante e dopo la Repubblica Sociale Italiana a Brescia» (febbraio 2009 Tipolitografia Grafica 5 di Arco) stride con quella «ufficiale» del comandante Giorgio del Gruppo C7. Gianni Guaini scrisse nel suo libro «La mia guerra partigiana» (ottobre 1999 - collana «Il tempo e la memoria») «Il fascista Ducoli è il commissario prefettizio di Ceto e Guerini sostituisce mia mamma all’ufficio postale (di Ceto)... Dal comando (delle Fiamme verdi) di Cividate viene segnalato che i due, sia il Ducoli sia il Guerini, sono fascisti e spie gi&# 224; in attività, che bisognava eliminare. Gli stessi viaggiavano insieme da Breno a Ceto tutte le domenica in bicicletta. Una domenica, d’accordo con il comando, decido di prelevarli. Mi arresto al mattino in un campo di granturco sulla Ss 42 appena dopo il ponte sul torrente Pallobia: i due arrivano da Breno, mi passano davanti ma non posso procedere perché con loro viaggiano altri borghesi. Aspetto il ritorno verso le 13: sono soli, saltiamo fuori dal nascondiglio, li prendiamo e immediatamente scompariamo. Nessuno ci vede. I due vengono smistati per il processo e le conseguenze, uno al "C6" (comandante Giacomo Mazzoli) l’altro in Val di Scalve». Lodovico Galli sostiene che l’ufficiale postale non venne catturato nelle adiacenze del ponte sul torrente, non venne consegnato al comando del «C6», ma secondo una prima testimonianza «subito ucciso a picconate sotterrato in fretta al confine della strada poco distante dal bivio della centrale elettrica. Prima dell’uccisione è stato spogliato dei documenti e del denaro che portava con sé..». «Uno degli uccisori del Guerini sarebbe tuttora vivente» scrive lo storico bresciano. Dopo la guerra, probabilmente nel 1956, nel corso dei lavori di allargamento della strada che congiunge il Badetto a Ceto, proprio all’altezza del bivio per la centrale, furono ritrovati i resti di un cadavere: da una prima versione sarebbero stati attribuiti a quelli di un soldato tedesco caduto in un agguato mentre passava in quella zona alla guida di una motocicletta, ma - come scrive Galli - «risulta dal diario di Guaini che il corpo del militare venne invece portato a Breno al comando tedesco». «Nella zona non si sono verificati altri fatti di sangue - sostiene lo studioso - e non ci sono quindi dubbi che i resti trovati sono del Guerini e ora riposano nell’ossario dei cimitero di Ceto». Al loro ritrovamento sono stati benedetti dal parroco del paese, accompagnati da un chierichetto che ancora oggi ricorda bene il fatto. Gianfranco Guerini, che risiede da anni a Bangkok (Thailandia), dove dirige una società italiana, può esaudire il suo desiderio: quello di erigere una piccola croce dove potermi recare a pregare tutte le volte che torno in patria.
(da "Bresciaoggi", 24 aprile 2009, p. 21) |
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| Ultimo aggiornamento ( venerdì 08 maggio 2009 ) |
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