Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Ancora sul libro di Bistarelli... PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
venerdý 12 ottobre 2007

  Claudio Pavone, Il ritorno dei reduci.

Una moltitudine di vinti

traditi dalla patria,

in «Repubblica», 10 ottobre 2007, p. 42. 

 

Mancava un'opera complessiva sui reduci italiani dalla seconda guerra mondiale che affiancasse quella pubblicata da Giovanni Sabbatucci nel 1974 sui reduci dalla prima. La lacuna è ora colmata dal libro ricco e articolato di Agostino Bistarelli, La sto­ria del ritorno. I reduci italiani del secondo dopo­ guerra (Bollati Boringhieri, pagg. 269 […]). Il li­bro parte dalla constatazione che, nonostante le sue imponenti di­mensioni (centinaia di migliaia di persone), il fenomeno abbia tro­vato poco spazio nella storiografia e presenza molto limitata nella memoria collettiva, al contrario di quanto era avvenuto per i reduci dalla prima guerra. Chiari­re questa disparità è la prima do­manda che si pone l'autore, il quale non esaurisce però il suo lavoro in questo confronto, ma lo sviluppa in una ricerca a tutto tondo.

Bistarelli parte da una attenta disamina del problema storio­grafico, facendo ampio ricorso anche al modo in cui la letteratu­ra e il cinema rappresentarono fra i primi gli eventi legati alle esperienze della guerra e del ri­torno. Continua poi collocando la figura del reduce nella società italiana del dopoguerra, deli­neando i tratti essenziali della sua multiforme identità, e po­nendo infine in luce come la po­litica, lo Stato, il sindacato af­frontarono i problemi che quel­la grande massa di uomini non facili da governare poneva loro in modo pressante. Più volte l'autore sottolinea il groviglio di sentimenti e di interessi, non agevolmente dipanabile, che agitava quelle inquiete coscien­ze e si riverberava nelle associa­zioni reducistiche.

Innanzitutto alcuni dati di fat­to. Grande era la varietà dei reduci, quale non si riscontra in nessun altro paese e quale non si era verificata nella prima guerra, combattuta tutta sul suolo ita­liano e contro lo stesso nemico. Ora invece i reduci avevano combattuto su fronti lontani e disparati: Francia, Nord Africa dalla Tunisia all'Egitto, Grecia, Jugoslavia, Russia; provenivano da prigionie disparate: Nord Africa francese, Egitto, India, Sud Africa, Stati Uniti, Russia, infine Germania. Esperienze così diverse non potevano non rispecchiarsi nel loro modo di essere reduci.

Nello sfondo c'era la sconfitta senza gloria. Agli unici ex com­battenti che potevano ascriversi fra i vincitori, i partigiani e i combattenti del Corpo italiano di liberazione inquadrato nel regio esercito del Regno del Sud ­l'autore dedica giustamente di­scorsi specifici, e così anche, all'estremo opposto, ai reduci del­la RSI, sconfitti due volte (come ebbe e definirli altra volta lo stes­so Bistarelli). Anche alla situa­zione degli Imi (più di seicento­mila militari internati in Germa­nia dopo l'8 settembre) l'autore dedica una particolare attenzio­ne: mai riconosciuti come pri­gionieri di guerra dai tedeschi, essi incontrarono una diffiden­za, politicamente cieca e moral­mente ignobile, da parte degli alti Comandi italiani. Si aggiun­ga infine che diversi erano stati i tempi del ritorno, iniziati già nella «Italia liberata prima della Liberazione» (il Regno del Sud), e diverso di conseguenza fu il primo incontro con la situazio­ne trovata in patria.

Era una patria che non seppe trovare gli atteggiamenti, e di­remmo nemmeno le parole, atte ad afferrare la complessità di una tanto grande e tanto diffe­renziata massa di uomini, per­corsa da tensioni spesso con­traddittorie. Alla spinta alla ri­mozione e al rapido oblio dal quale nasceva la indifferenza che tanto colpiva un personag­gio divenuto un simbolo quale il reduce Gennaro in Napoli mi­lionaria di Eduardo De Filippo, faceva riscontro anche nel nuo­vo ceto politico, nei confronti dei reduci, una vera e propria diffidenza, che potremmo para­dossalmente chiamare una vit­toria postuma del fascismo.

Che gli ex combattenti fossero stati largamente presenti fra gli squadristi, soprattutto fra i loro capi, era ed è un dato di fatto in­controvertibile; ma solo il fasci­smo al potere era riuscito a pie­gare al suo servizio la loro Asso­ciazione. la propaganda del re­gime era tuttavia riuscita a far diventare communis opinio che i reduci fossero naturaliter fasci­sti. E da questa convinzione ri­masero dipendenti anche emi­nenti figure di antifascisti, quali Augusto Monti e Vittorio Foa, membri di un partito, quello d'Azione, che pur aveva nelle sue file molti combattenti e vo­lontari del '15- '18, a cominciare da Ferruccio Parri, Ernesto Ros­si ed Emilio Lussu, che divenne ministro della Assistenza post­bellica. Bistarelli osserva giusta­mente che il partito d'Azione avrebbe potuto per questo moti­vo essere - ma perse l'occasio­ne - quello più disponibile a comprendere la specificità dei reduci e dei problemi che essi ponevano, al di là dei tentativi di strumentalizzazione, che pure vi furono ma senza successi dif­fusi da parte delle forze di estre­ma destra.

La specificità della situazione dei reduci è in realtà il tema di fondo sotteso a tutto il volume. Dalle opinioni che si avevano in merito scaturivano le linee di condotta dell'azione politica, sindacale e di governo. La que­stione può essere così sintetiz­zata: era possibile riconoscere ai reduci una loro specificità senza che questa venisse considerata un privilegio? Ai reduci erano ri­servati nelle occasioni ufficiali alti sonanti riconoscimenti che a molti di essi dovevano suonare retorici e perfino fastidiosi (voi che avete offerto il petto alle ne­miche lance, eccetera). Ma la massa dei reduci era costituita da persone in carne ed ossa, stanche, dolenti fisicamente e moralmente, spesso affamate e malvestite e soprattutto disoc­cupate. In che modo, oltre che con parole di maniera, la patria poteva compensare i sacrifici per essa affrontati?

La risposta più lineare era: reintegrandoli nella qualità di cittadini in una nazione divenu­ta democratica. Quindi nessuna differenza fra loro e gli altri di­soccupati, gli altri ammalati, gli altri nullatenenti: insomma nes­sun privilegio, ma ovvia esten­sione ad essi dei provvedimenti che il nuovo governo prendeva per la gran massa di bisognosi che la guerra aveva lasciato in eredità all’Italia. Questa fu in sostanza la linea prevalente, con varianti e addolcimenti vari sui quali non possiamo qui soffer­marci, e che ispirò nel fondo an­che il benemerito ministero per l'Assistenza Postbellica, retto l'uno dopo l'altro dall'azionista Lussu, dall'esponente del vec­chio combattentismo Gaspa­rotto, dal comunista Sereni. Faccio solo un esempio: comparve la proposta di trovare la ra­tio di eventuali provvedimenti a favore dei reduci nel fatto che es­si avevano perso alcuni anni del­la normale preparazione alla lotta per la vita nei confronti di chi era invece rimasto a casa. Ne discendeva che gli eventuali provvedimenti avrebbero dovu­to riguardare anche coloro che, richiamati alle armi, erano poi stati sempre nella portineria del ministero della Guerra. Anche il rapporto con i sindacati non fu per i reduci facile. Le grandi e sincere proclamazioni - fratellanza di reduci e lavora­tori - non trovavano preciso ri­scontro nella pratica. Alle porte delle fabbriche bussavano mi­gliaia di lavoratori, non solo re­duci, mentre coloro che lavora­vano difendevano la loro posi­zione contro i temuti licenzia­menti per far posto ad altri, qua­li appunto i reduci. Particolar­mente scabrosa fu la posizione delle donne assunte durante la guerra in sostituzione dei richia­mati. Di Vittorio prese pubblica­mente e con recisione posizione a loro favore; ma la pressione contro di loro, considerate delle intruse da parte di molti reduci, fu fortissima e non senza risulta­ti, favoriti dalla diffusa opinione che il posto naturale per le don­ne fosse il focolare domestico e non la fabbrica o l'ufficio. Quan­do poi il governo emanò disposi­zioni per l'assunzione di una quota di reduci da parte delle aziende, queste spesso le viola­rono, e talvolta con notevole sfacciataggine. Più equanime fu lo Stato che indisse per l'accesso alla carriere pubbliche speciali concorsi riservati ai reduci.

Bistarelli dedica molte pagine a illustrare il ruolo di primo pia­no che venne assumendo nell'assistenza ai reduci l'attività svolta dalla Chiesa cattolica. Sottolinea che questa efficace azione si inquadrò nel progetto di conquista della società da parte della Chiesa, direttamente o tramite la Democrazia Cristia­na. La Pontificia Opera di Assi­stenza aveva il vantaggio di non essere vincolata dal quadro ge­nerale di cui doveva tenere con­to il governo, tenuto a trasfor­mare in deliberazioni giuridica­mente efficaci le proprie deci­sioni. Un bell'esempio dell'uso intelligente che la Poa seppe fa­re di questa sua posizione di vantaggio è dato da alcune istru­zioni che essa inviò ai parroci. I reduci, vi si leggeva, non vanno trattati come malati o come bambini: essi sono uomini con un loro orgoglio, che portano dentro di sé le tracce della dura esperienza vissuta. Bellissime parole, rivolte alla umanità dei reduci, non discussioni sul loro status giuridico e nemmeno in­vocazioni a quei valori militar­patriottici che i reduci, come ho già accennato, ascoltavano nei discorsi ufficiali ma che erano proprio quelli che si erano ormai in larga parte incrinati nelle loro coscienze. Un'ultima osservazione, fra le tante che si potrebbero ancora fare. Bistarelli segnala che il ra­pido smantellamento del Mini­stero dell'Assistenza Postbellica fece perdere l'occasione di av­viare anche in Italia la costruzio­ne di quel Welfare State che il piano Beveridge aveva promos­so in Gran Bretagna. Diffidenze politiche (l'ultimo ministro era stato il comunista Sereni) e limi­tatezza di orizzonti culturali concorsero nel produrre questo risultato deludente, che si ag­giunge ad altri analoghi di quel periodo.

Ultimo aggiornamento ( venerdý 12 ottobre 2007 )
 
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