Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Canale Mussolini PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedý 05 aprile 2010

Canale Mussolini, di Pennacchi Antonio, Mondadori 2010.

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Canale Mussolini è l'asse portante su cui si regge la bonifica delle Paludi Pontine. I suoi argini sono scanditi da eucalypti immensi che assorbono l'acqua e prosciugano i campi, alle sue cascatelle i ragazzini fanno il bagno e aironi bianchissimi trovano rifugio. Su questa terra nuova di zecca, bonificata dai progetti ambiziosi del Duce e punteggiata di città appena fondate, vengono fatte insediare migliaia di persone arrivate dal Nord. Tra queste migliaia di coloni ci sono i Peruzzi. A farli scendere dalle pianure padane sono il carisma e il coraggio di zio Pericle. Con lui scendono i vecchi genitori, tutti i fratelli, le nuore. E poi la nonna, dolce ma inflessibile nello stabilire le regole di casa cui i figli obbediscono senza fiatare. Il vanitoso Adelchi, più adatto a comandare che a lavorare, il cocco di mamma. Iseo e Temistocle, Treves e Turati, fratelli legati da un affetto profondo fatto di poche parole e gesti assoluti, promesse dette a voce strozzata sui campi di lavoro o nelle trincee sanguinanti della guerra. E una schiera di sorelle, a volte buone e compassionevoli, a volte perfide e velenose come serpenti.

E poi c'è lei, l'Armida, la moglie di Pericle, la più bella, andata in sposa al più valoroso. La più generosa, capace di amare senza riserve e senza paura anche il più tragico degli amori. E Paride, il nipote prediletto, buono e giusto, ma destinato, come l'eroe di cui porta il nome, a essere causa della sfortuna che colpirà i Peruzzi e li travolgerà.

 

Cordelli Franco, Pennacchi s’incaglia nell’Agro Pontino. Il tono messianico e ultimativo dà un senso di saturazione, in «Corriere della Sera»,  6 aprile 2010, p. 39. 

Canale Mussolini di Antonio Pennacchi è un libro difficile da maneggiare. A tratti ispira simpatia e perfino solidarietà. Nell’insieme un senso di saturazione, quando abbiamo finito di leggere si vuole dimenticare e passare ad altro. Di ciò, un annuncio (un sospetto) nelle prime due righe (in corsivo). Dice Pennacchi: «Bello o brutto che sia, questo è il libro per cui sono venuto al mondo. Fin da bambino ho sempre saputo di dover fermare questa storia e raccontarla prima che svanisse». Ma qui non è questione di bello o brutto. La questione è il sottofondo ultimativo, il tono messianico, quell’oncia di ricatto implicito nella premessa. Poi, per fortuna, il tono del racconto è tutt’altro. Per fortuna? Be’, il tono del corsivo sarebbe stato insopportabile. Ma quello che poi Pennacchi si ritrova (di sicuro, per suo merito, non se lo costruisce) è anch’esso discutibile, e alla fine imbarazzante. Parlo infatti di tono, non di stile. Mi viene in mente Ursus, l’uomo che ride di Victor Hugo. Ha egli uno stile o non, piuttosto, una smorfia? A tale deformità Canale Mussolini (Mondadori, pp. 460, 20) non perviene, è anzi accattivante, benevolo, perfino conciliante. Non è, questo racconto, sempre in cerca di conciliazione? La sua parola d’ordine, mille volte ripetuta è: «Ognuno gà la só razón». Ma la sua insistenza su questo punto, il suo ribattere le ragioni degli uni, i fascisti, e degli altri, gli antifascisti, gli americani; e i «marocchini» dell’Agro Pontino rispetto ai «cispadani» dal Veneto emigrati laggiù, a colonizzare, proprio la sua incessante sottolineatura del fatto che in un racconto epico tutti sono mossi da intenzioni che possono essere convalidate, risulta infine sfibrante. Anzi, prima che sfibrante è troppo inattuale perché lo si prenda per buono. Si possono scrivere a cuor leggero romanzi epici nel XXI secolo come Pennacchi crede e intende dimostrare? C’è anche questa ineffabile domanda. Egli dice che tutto è natura, se non dono degli dèi. Ma poi, s’intende, l’uomo ci mette del suo. L’Agro Pontino lo bonifica lui, e lui il romanzo lo scrive davvero, dalla prima all’ultima riga. Lui, nella fattispecie, chi? Questo non lo riveleremo. Pennacchi ce lo dice solo in extremis. Ciò che presto sappiamo è che l’instancabile narratore, colui che da più alti destini fu chiamato a ri-raccontare la storia d’Italia, dalla fine del XIX secolo al 1945 e, in particolare, la storia della parte di bonifica dell’Agro Pontino toccata alla famiglia Peruzzi, quell’uomo, o quella voce, appartiene, per l’appunto, a uno di quelli che fecero l’impresa. Ma egli ha una voce, occorre notarlo, che somiglia ad altre della storia della nostra lingua: dalla voce di Pirandello che nei monologhi si rivolge a innominata persona fino a quella di Ascanio Celestini, che nella sua travolgente oralità non dimentica mai d’avere un interlocutore. E poi. Narrando vicende di una famiglia contadina, sarebbe strano Pennacchi non pensasse così: che, perso un amore, «chissà quanto piangerà l’Ivana e per quanto tempo. Poi riderà di nuovo. Perché è giovane l’Ivana. E si rinnamorerà». Il naturalismo di Canale Mussolini è nudo e crudo, tutto trascina via con sé, nel tempo e nella fatale ripetizione. Ripetizioni a oltranza, ridondanze, riprese del discorso che s’era interrotto, una, due, tre volte. Ma il chiodo fisso del fasciocomunista Pennacchi (lo era, sostiene, anche Ezra Pound) è la fideistica convinzione che nella commedia all’italiana una tramatura di luoghi comuni addirittura leggendari sia una base legittima per certificare le buone ragioni di quella che fu la militanza della famiglia Peruzzi: «Come dice lei? Che (agli abissini) gli abbiamo buttato i gas? Li abbiamo conquistati con l’iprite? E che ragionamenti sono? Io ti vengo a liberare e tu mi opponi resistenza? Mi spari addosso? La guerra è guerra, se permette». Oppure: «Quello sarà stato pure Mussolini e avrà fatto la dittatura, il totalitarismo, le leggi speciali, le guerre, le persecuzioni contro gli ebrei - ci ha portato al disastro insomma - ma da giovane era stato socialista». Il meglio di sé Pennacchi lo dà quando dimentica tutto ciò e s’immerge nell’amara o benefica routine della sua famiglia. Penso alle pagine (lo racconta due volte) che narrano la morte quasi simultanea dei nonni, marito e moglie; o quelle dello strazio della zia Armida, vedova di guerra e bramosa di un uomo nuovo. Qui Pennacchi è indiscutibile ma, per citare Hemingway che citava il Melville che Pennacchi con tutte le sue digressioni tecniche non è, è come un po’di zibibbo in un sovrabbondante panettone.  

Ultimo aggiornamento ( venerdý 09 aprile 2010 )
 
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