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El Alamein, la sconfitta contesa. Badoglio e la Rsi si disputarono la memoria della battaglia PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
lunedý 12 dicembre 2011
El Alamein è un paradosso unico. Unico perché quella battaglia fu la sola, nella Seconda guerra mondiale, in cui gli italiani ebbero un ruolo significativo. E proprio noi riguarda il paradosso. La battaglia, anzi, le tre battaglie - da luglio a novembre 1942 - vennero combattute in un luogo «puro», cioè il deserto, dove gli eserciti si misuravano lontano dagli orrori della guerra totale, dalla violenza sui civili tipica degli altri fronti. Tornando, così, ai canoni della morte militare sviluppati nei conflitti nazionali dell’Ottocento e consolidati dalla Grande guerra. Lo nota Marco Di Giovanni nel IV volume dell’opera Gli italiani in guerra (edita da Utet a cura di Mario Isnenghi e Giulia Albanese). Ora, proprio alle lezioni strategiche del 1915-18 erano inesorabilmente legati, per formazione accademica, i nostri generali. Ma quell’educazione bellica ebbe effetti disastrosi sulle operazioni dell’intera campagna. Se la scena dello scontro finale rimandava al passato, tanti aspetti erano totalmente cambiati. Il progresso aveva modernizzato la guerra nei mezzi e nei problemi logistici. In questi campi, i nostri alti comandi non furono mai all’altezza, restii a comprendere l’importanza dei carri armati, incapaci di garantire un flusso continuo di rifornimenti. «Negli spazi piatti e infiniti del deserto, dove la guerra di movimento ha trovato la propria sublimazione, all’improvviso spunta la necessità di ancorarsi al terreno peggio che nella Prima guerra mondiale», così sintetizza un’altra faccia del paradosso di El Alamein Alfio Caruso nel libro L’onore d’Italia (Longanesi) che viene a chiusura del suo lungo viaggio attraverso la nostra Seconda guerra mondiale. Un racconto che non si limita ai quattro mesi e mezzo di scontri fra il Mediterraneo e la depressione di El Qattara, ma ripercorre tutta la campagna d’Africa. Perché i tanti presagi di disfatta arrivano da lontano. A partire dal fallimento della Marina, su cui gravano pesanti sospetti, nel compito di garantire protezione ai convogli addetti al rifornimento via mare. Continuando con l’inadeguatezza dello Stato Maggiore riguardo ai modi e ai mezzi per combattere la guerra negli anni Quaranta. Con l’esaurimento di scorte e risorse dopo le campagne di Etiopia e di Spagna, che Mussolini trascura incoscientemente. O con gli ordini perentori di avanzata (anche qui la responsabilità sta al livello massimo), che allungano in modo insensato le comunicazioni con le retrovie. In più, l’ansia per il trionfo africano (Mussolini vuole entrare ad Alessandria come un imperatore romano) fa trascurare essenziali operazioni di contorno. La spinta che porta l’Asse fino ad El Alamein segna, anzi, il definitivo tramonto della progettata invasione di Malta. E, all’appuntamento finale, italiani e tedeschi arriveranno in una clamorosa inferiorità di uomini e mezzi. La penna di Caruso, nel racconto di guerra che riguarda gli italiani, dimostra di valere i rinomati storici anglosassoni: amalgama in una narrazione vivace e appassionante testimonianze di reduci, documenti recuperati, analisi militari e notazioni socio-politiche. E senza indulgere a un’autocompassione che permea molte divulgazioni nostrane, sempre a metà fra esaltazione e denigrazione. Si pensi a una serie, di gran successo fra chi aveva combattuto, come I vittoriosi dell’Italia sconfitta , che veniva pubblicata su «Candido». Perché El Alamein va letta anche nel «dopo», non solo alla luce della campagna precedente. È la storia della mitizzazione ambivalente che accompagnerà la battaglia e i suoi protagonisti. Un’operazione che si impernia sull’entrata in scena dei paracadutisti della Folgore, come esempio di aggressività e determinazione individuali, «sangue» italiano contro «oro» britannico (le illusioni dei primati tecnici, tanto vantati dal regime, sono ormai abbondantemente svanite). E che troverà abbondante eco negli schieramenti contrapposti della guerra civile: sono numerosi i reparti che si rifanno al nome della divisione dalla parte salotina, ma anche il Regno del Sud battezza Folgore un’unità del Corpo di liberazione. Un mito conteso, insomma, di cui Caruso dà conto ricordando personaggi come Paolo Caccia Dominioni, conte, ingegnere, esule lontano dal fascismo, poi comandante di un reparto di guastatori che qui si batte da eroe e dopo molte avventure s’impegna nella Resistenza. Infine, dal ‘47, di nuovo in Egitto, con la missione di recuperare le salme dei caduti italiani e col sogno, realizzato, di creare un degno mausoleo. La descrizione del luogo occupa pagine di grande partecipazione, possibile oggi, quando si sono un po’smorzate le implicazioni politiche. C’è anche spazio per rammentare la celebre lapide nel punto più avanzato raggiunto dagli italiani, a 110 chilometri da Alessandria: «Mancò la fortuna, non il valore». Ma Caruso non inclina alla retorica: «La solita mezza verità, persino offensiva nei confronti dei ragazzi della generazione sfortunata». ---Mannucci Enrico, El Alamein, la sconfitta contesa. Badoglio e la Rsi si disputarono la memoria della battaglia, in «Corriere della Sera», 21 ottobre 2011, p. 55.
 
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