Centro Studi Repubblica Sociale Italiana
Folco Quilici e la guerra (italiana) del buon cosacco PDF Stampa E-mail
Scritto da Redazione   
domenica 19 giugno 2011

Se l’è fatto quasi come un regalo di compleanno, questo libro arrivato in libreria qualche ora prima dello scoccare dei suoi 81 anni. Sorride, Folco Quilici, vivace e produttivo come un giovanotto. Capace di stupire anche con semplicità: nel suo La dogana del vento (Mondadori) non c’è una goccia d’acqua, non si parla di mare. Ma è un’altra sua passione, la montagna, a fare da sfondo alla storia di un uomo e del suo fiero popolo, i cosacchi, arrivati in Italia durante la Seconda guerra mondiale a inseguire i combattimenti e una morte quasi certa. Il giovane Folco li incontrò davvero nel suo essere sfollato dalle parti della Val Brembana e di uno, Pjotr, divenne amico. Ne romanza la storia, ma come sempre non cede alle facili lusinghe del «politicamente corretto», perché Quilici dentro il coro non ha mai sopportato di cantare, si parlasse di ambiente, di politica o di storia. «I cosacchi arrivarono con una fama di massacratori - dice - e forse lo saranno anche stati: lì con noi si comportarono bene. Si lamentavano moltissimo dei tedeschi, perché non li avevano mandati a combattere contro i sovietici. Ecco, quando sentivano la parola comunista o vedevano una bandiera rossa diventavano belve, questo sì».

È un Quilici per certi aspetti sorprendente, attento come raramente era accaduto ai sentimenti, questa volta decisamente più che ai panorami naturali. Guarda dentro le anime dei suoi protagonisti, scava, scolpisce emozioni. E lo fa con la delicatezza dell’uomo gentile ed elegante che è nella vita, portatore sanissimo di un modo di essere sempre rispettoso nei confronti degli altri, siano essi cosacchi, arcigne professoresse che fanno ripetizioni o una donna provata dagli eventi, di cui il protagonista del libro si invaghirà e scoprirà con gioia la forza di un amore che riesce a vincere anche ricordi dolorosi. Il libro illumina un capitolo cupo della storia d’Italia, a molti sconosciuto. «La presenza dei cosacchi in Italia - spiega Quilici - è una pagina poco nota e il massacro che poi concluse la loro avventura meritava attenzione». Più di 60 anni dopo gli eventi, Quilici è andato a frugare non fra gli appunti, ma fra i ricordi di vita, le emozioni che segnarono la sua adolescenza. «In un certo senso - dice - quel periodo è stato fondamentale per la mia formazione. Mi ha insegnato ad avere coraggio, a capire, ma senza alcuna spavalderia, che la vita va affrontata come viene. Giravo fra quelle montagne con una bandiera italiana legata alla bicicletta e i tanti partigiani che incontravo mi dicevano sempre "mettila rossa, quella bandiera". A volte credo anche di aver corso il rischio di essere fucilato». Frammenti di giorni da sfollato, bagliori quotidiani di una guerra che da noi è lontano ricordo, ma altrove resta drammatica contemporaneità. Le pagine di Quilici insegnano a meditare sulla vita sotto le bombe e possono servire da strumento di riflessione per chi oggi, all’età del Quilici di allora, vive in una società opulenta. Formidabile un passo su quella che allora era la naturale cultura del risparmio - un calendario ritagliato da una pagina di giornale e appeso all’anta dell’armadio - in confronto a quella dello spreco, che oggi travolge tutti noi. Un inno alla semplicità e all’onestà dei sentimenti, a saper riconoscere, anche fra i presunti cattivi, i titolari di un animo buono, per un’amicizia sincera o una vera storia d’amore. Come sempre c’è molto da imparare leggendo Quilici. Anche questo libro non è solo un piacevole correre fra le pagine di una storia emozionante e a tratti perfino commovente, ma un sapiente distillato di ricordi, saperi, garbo, gentilezze, il cui recupero, nei giorni nostri, potrebbe aprire il futuro a nuove speranze. Quasi un consiglio, per i giovani, a credere fermamente in quel che si fa, a saper riconoscere e dare voce alle proprie passioni. Suggerimenti, sotto forma di un avvincente romanzo, di un nobile ragazzino che ha appena compiuto 81 anni.

---- 

Ruggeri Corrado, Folco Quilici e la guerra (italiana) del buon cosacco, in «Corriere della Sera», 24 aprile 2011, p. 35.

 
Ultimo aggiornamento ( venerdý 24 giugno 2011 )
 
< Prec.   Pros. >