
| Generazione cancellata: i giovani cresciuti tra le due guerre |
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| Scritto da Redazione | |
| domenica 24 gennaio 2010 | |
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Cesare De Michelis, Generazione cancellata. I giovani cresciuti tra le due guerre fecero fatica a rielaborare l'«esperienza totalitaria». Molti negarono il passato, in «Il Sole 24 Ore», 2 novembre 2008, p. 40.
Rispetto al proprio vissuto durante il fascismo, la generazione che uscì dalla guerra drammaticamente maturata durante l'avvicendarsi di trionfali avanzate e tragiche e definitive sconfitte fu costretta a elaborare una memoria rassicurante, che le consentisse di non finire schiacciata da un insuperabile senso di colpa che la inchiodava alla responsabilità di una catastrofe senza eguali.Quando finalmente venne la pace e in mezzo tra questa e la guerra si erano infilati ben venti mesi di guerra civile e di occupazione tedesca che avevano logorato qualsiasi speranza restante, a tutti fu chiesto non solo di aderire alla nascente Repubblica e di far propria la nuova carta costituzionale coi suoi valori fondativi, ma anche di rendere conto del proprio passato nel regime caduto, prima e dopo l'armistizio del '43.La nuova Italia, letteralmente "risorta", si appellava con ogni energia all'antifascismo, un'ideologia inimmaginabile in positivo, a partire cioè da progetti e disegni che si presentavano inequivocabilmente contraddittori, e invece radicale nella stroncatura di tutto il ventennio e oltre, rispetto al quale nessuna giustificazione era plausibile. I giovani cresciuti tra le due guerre, che avevano frequentato l'università durante gli anni Trenta per poi partire in divisa per l'Africa, la Spagna, la Grecia o chissà quale altro fronte, erano stati tutti in qualche modo fascisti e, quanto più brillanti e impegnati, si erano anche compromessi con i Guf, i Littoriali, i giornali e le riviste di partito, cosicché ogni loro scritto, ogni scelta, ogni azione allungava l'elenco delle colpe e aggravava la responsabilità. Era vero che all'ultimo qualcuno aveva partecipato alla guerra partigiana, riscattando in quel modo l'onore, ma i più si trovavano alle prese con una memoria scomoda e pesante e, come racconta Luca La Rovere, ebbero molte difficoltà nel metabolizzare la loro "esperienza totalitaria" durante il dopoguerra, faticando a trovare chi desse loro una mano.All'indomani della Liberazione per un verso si impose la pratica di una giustizia sommaria, della quale solo in anni recenti cominciamo a misurare gli effetti, e per l'altro si mise in moto il processo dell'epurazione che inevitabilmente colpì all'impazzata fino a quando Togliatti non si assunse la responsabilità di farla finita con una universale e tombale amnistia. La rielaborazione del passato attraverso la cancellazione di qualsiasi cosa potesse apparire condannabile o vergognosa, quanto meno attraverso la rivendicazione di una generale "buona fede", si offrì subito come la scorciatoia più rapida per cavarsi dai guai e divenne, quindi, una pratica assai diffusa; almeno "inconsapevolmente" ognuno era stato antifascista o comunque critico nei confronti del regime, avversario della sua retorica, delle ambizioni imperiali, delle discriminazioni e delle persecuzioni razziali, della volontà guerresca.Il fascismo – esso sì – aveva tradito generosità, coraggio, volontà di cambiamento, ansia di giustizia sociale, impegno solidale e quant'altro di buono aveva in animo la gioventù italiana che si preparava a diventare classe dirigente o ceto intellettuale.Ad accorgersi di questa sofferenza generazionale furono comunisti e democristiani che, sia pure in modi diversi, si impegnarono a elaborare una vera e propria politica della memoria che consentisse il recupero di un'intera generazione sull'orlo di un'autentica crisi esistenziale. I più abili si rivelarono i comunisti, che articolarono fratture e continuità in modo da consentire ai più di portare con sé buona parte della propria memoria e delle proprie aspirazioni – a partire dalla tensione rivoluzionaria – e al tempo stesso attivarono specifici percorsi rieducativi, forti dell'esperienza maturata in Unione Sovietica con i prigionieri italiani.Proprio il Fronte, sin dal '49, coinvolse i più giovani in una riedizione dei Littoriali, ribattezzati Olimpiadi culturali della gioventù, e offrì a tutti una palestra giornalistica con il quotidiano "indipendente" «La Repubblica d'Italia».I materiali che Luca La Rovere è riuscito a raccogliere nelle biblioteche sono di straordinario interesse e di assoluta novità: libri, opuscoli, giornali mai più riletti da allora si accumulano nelle note del suo libro e offrono spunti sempre originali alla sua ricostruzione, suggerendo ulteriori considerazioni per capire come mai questa Repubblica è nata tra insolubili contraddizioni, delle quali solo ora riusciamo a comprendere l'origine, e quindi, forse, a immaginare il superamento. La perdurante diffidenza verso la democrazia, assai più resistente di ogni altro mito novecentesco, si rivela nella confusione tra pubblico e privato e nel primato della politica, che sono, come ha scritto Emilio Gentile, «l'essenza più vera del totalitarismo». Luca La Rovere, «L'eredità del fascismo. Gli intellettuali, i giovani e la transizione al postfascismo», Bollati Boringhieri, Torino, pagg. 328. |
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| Ultimo aggiornamento ( giovedì 04 febbraio 2010 ) |
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